Sembra non arrestarsi il processo di distruzione che da troppo tempo ormai attanaglia lo Yemen, paese vittima di crimini di guerra ed etnocentrismi plurali. Un campo conflittuale stratificato. Molti i protagonisti e gli eventi nefasti. L’esercito del presidente Hadi, sostenuto dalla coalizione sunnita guidata da Riad, ha lanciato un’offensiva nei confronti di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP)- una delle organizzazioni che rivendicava un ruolo nella strage di Charlie Hebdo- la quale perde la città di Mukallah, agglomerato portuale di 12 mila abitanti situata a sud-est del Paese, capitale del governatorato di Hadramawt, roccaforte dei miliziani, ma soprattutto luogo strategico e fonte di approvvigionamento, poiché è da lì che smerciavano i trafficanti. Pare, dunque, secondo quanto riportato dalle fonti locali, che le forze yemenite abbiano riconquistato una porzione di territorio in mano ad Al Qaeda, nonostante questa controlli ¼ del territorio nazionale e centinaia di km di costa. Ma l’offensiva dell’esercito non si arresta qui. Nel pomeriggio di ieri, infatti, anche l’aeroporto di Riyan e la città di Azzan sono state riconquistate. L’offensiva si è conclusa con l’uccisone di circa 800 qaedisti, secondo il bilancio fornito da Riad. Rivendicazioni territoriali, dunque, per le forze yemenite da una parte e negoziati mancati dall’altra. Sono stati annullati, infatti, i negoziati – istituiti in data 18 ed in seguito 26 aprile- che prevedevano un accordo comune tra gli attori protagonisti di spartizioni territoriali e riconfigurazioni identitarie. L’incaricato ONU Ismail Ould decide di non portare a termine i colloqui, poiché nessuna soluzione è possibile. Violata, infatti, quella che ormai è l’ennesima fallacia geopolitica sancita lo scorso 11 aprile, della famigerata tregua, altrimenti detta “cessate il fuoco” più volte infranta; e a fronte dei buoni propositi relativi ai rimpasti tanto auspicati da Riad, ed in vista di una perdurante pax, pare che il Kuwait non possa essere ancora una volta luogo di trattative.

Leader politici e militari come soluzione governativa e strategia politica da una parte, contro una continua lotta, ancora una volta apostrofata come fenomeno etno-settario e non già geopolitico. Gli Houthi rivendicano i propri territori ed accusano la coalizione di avere commesso crimini contro i civili, e pertanto chiedono la fine dei bombardamenti. Per contro, il Presidente Hadi, memore delle strategie politiche che voleva attuare, prima che il rappresentante dell’ONU intervenisse, chiede loro di abbandonare i territori. Nulla di nuovo, di fatto. Quali i dati rilevanti al netto degli accordi mancati? Si potrebbe pensare, ad esempio, alla rilevanza dell’intervento sunnita, come processo di legittimazione altro. Inoltre, è risaputo che, sebbene molte delle organizzazioni presenti nel territorio siano definite tribali, dietro di esse esistano vere e proprie potenze che perseguono intenti specifici. Il quesito pertinente è: perché si combatte AQAP e non si proferisce nulla proposito di ISIS?  Sono ancora rappresentate come organizzazioni conflittuali? Gli attentati avvenuti presso la testata satirica e gli scempi del 13 novembre in quei luoghi del terrore, non parlavano di “coalizioni” tra i sodali? l nemico jihadista è sempre presente, dunque, le coalizioni contro Houthi combattono e conquistano territori. Perché le forze yemenite non si propongono il medesimo fine ripristinando identità territoriali e bandendo ogni strategia politica? Il famigerato rimpasto del governo, che tipo di soluzione apporterebbe? Infine, perché i processi di sostentamento bellico da parte di potenze occidentali e coalizioni allargate si presenta puntualmente nascondendosi dietro politiche di tutela e processi di tipo conservatore? Ѐ possibile che si rivendichino identità organizzative strumentali? Nessun escamotage politico, dunque, solo eterni conflitti e retoriche propagandistiche.