Istituire soggetti politici minoritari e attuare politiche di conquista celate da intenti benevoli e retoricamente protezionistici; rivendicare “legittimamente” porzioni di territorio in nome di precetti ideologici e non già teocratici; rievocare guerre di secessione e presunte unità, frutto di atteggiamenti nazionalistici – solo quando ritenuto opportuno – ed infine, ricorrere agli spazi geopolitici del potere ed altresì alle pluralità identitarie – in tal caso utili pedine – rappresentano l’emblema della retorica paternalistica puntualmente attuata dai Sauditi e dalle coalizioni occidentali, in nome di un sano “integralismo” politico identitario. Per decostruire i giochi politici puntualmente istituiti dai soggetti al potere è necessario però scorgere le strategie latenti. Un utile comparazione metastorica tra la Siria [1] (nello specifico il Kurdistan siriano) e lo Yemen è più che pertinente. L’interventismo dei paesi del Golfo nei confronti del rettangolo del Medio Oriente altresì definito “Stato fallito” è comprensibile, infatti, solo ricorrendo ad una spiegazione di tipo geopolitica. Qual è dunque l’ordine del discorso, parafrasando Foucault?

Ebbene, oggi assistiamo alla battuta di arresto da parte dei Sauditi, che in nome di nobili intenti decisero nel marzo scorso di attaccare lo Yemen e nello specifico i territori rivendicati dal gruppo di “ribelli” Houthi, che a detta loro, appartengono al mondo Arabo e non già all’indipendentismo di matrice filo-iraniana. Le ripartizioni territoriali avvenute recentemente, la conquista di San’a’, l’espulsione del Presidente Hadi fuggito in Arabia Saudita e rientrato “casualmente” in “patria” nel marzo scorso, quando due Kamikaze esplosero nelle moschee sciite di San’a’ uccidendo più di 130 persone; e le politiche di riconquista verso la provincia meridionale di Najran; insieme con gli innumerevoli costi belligeranti che i Sauditi demandano all’occidente sono alcuni degli episodi che prestano il nome a quello che viene definito come ennesimo “scontro di civiltà” e guerra civile.

Alleanze tattiche e interessi latenti

La Repubblica Presidenziale yemenita è stretta nel morsa della guerra un tempo “civile” ad oggi, per procura. Una guerra che ufficialmente ha per oggetto la conquista del porto di Aden nel sud della Regione, ed ufficiosamente risponde alle logiche petromonarchiche Saudite ed anti-iraniane. Riscontrare analogie con le strategie deistituzionalizzanti messe in atto in Siria con quella in corso attualmente in Yemen è più che doveroso. A seguito della famigerata “primavera Araba”, la “deistituzione” dell’allora presidente Saleh corrisponde all’attuale strategia anti-Assad in Siria e ripropone per molti aspetti l’ostracismo mosso nei confronti di Teheran all’indomani degli accordi sul nucleare. Non è un caso, infatti, che i dialoghi avvenuti in Svizzera e posticipati a gennaio, non sortiscano alcune effetto. Il quesito legittimo che tutti però dovrebbero porsi è il seguente: perché si legittimano veri e propri colpi di stato, apostrofando chi lotta contro gli abusi del potere delle petromonarchie – Houthi – come terroristi? Perché i paesi dei petrodollari hanno istituito una coalizione che casualmente convoglia a sé i medesimi sostenitori anti- ISIS nella lotta al potere in Yemen? Pare proprio che le alleanze tattiche per la “questione yemenita” siano molteplici. Gli Usa e Gran Bretagna in testa da una parte, insieme all’Arabia Saudita ed i paesi del Golfo e dall’altra l’Iran sempre più temuto nello scacchiere internazionale. L’idea che un soggetto politico sciita possa detronizzare i Sauditi dal Medio Oriente determina,infatti, numerose strategie politiche e gestioni dell’immagine pubblica. Esempio emblematico è rappresentato non solo dall’immagine stereotipica retoricamente terroristica che viene veicolata dei ribelli Houthi, ma altresì sulle ipotetiche lotte intestine tra Al Qaeda in Yemen e ISIS.

Quali siano le molteplici “mani invisibili” coinvolte in un simile scenario di guerra per procura non è dato sapere con certezza, ma quante sì. Perché mostrare al mondo un rapporto conflittuale tra i miliziani di al Baghdadi e gli uomini di AQY? Nell’ultimo numero di Dabiq (il magazine dell’ISIS), un intero articolo spiegava le alleanze tra i due gruppi. Nono solo, oltre all’intervento congiunto durante gli attentati di Charlie Hebdo essi ripropongono il sodalizio in un video pro ISIS pubblicato all’indomani dell’istituzione del Sedicente Stato Islamico. I media d’oltre oceano definiscono, infatti, gli uomini di Al Qaeda in Yemen come eterni antagonisti del presidente Hadi (vedi lotta ISIS contro al – Maliki); dei sodali del Califfo e degli Usa, oltre che degli Houthi. Perché allora esistono pratiche di legittimazioni mediatiche (video) pro- sodalizi? Perché veicolare un’immagine distorta della realtà? Pare proprio evidente, dunque, che gli intenti geopolitici della “questione” esulino dal famigerato collegamento tra il Mar Rosso ed il Golfo di Aden. Se è vero, che “Gli uomini fanno la storia e non lo sanno”; gli Utu ed i Tutsi in Rwanda, i Serbi ed i Croati e prima ancora i Nordisti vs i Sudisti furono i pionieri di simili costruzioni di realtà e guerre per procura.

[1] http//: www. ilfattoquotidiano.it/2015/12/27yemen-il-paese-che-rischia-il-destino-della-siria-/2333524/