Non solo più nucleo (hexin) del Partito. Da questa domenica, ventiquattresimo giorno dell’anno del Cane, Xi Jinping ha il via libera ad oltrepassare il limite costituzionale dei due mandati come guida della Repubblica Popolare, imposto ai tempi di Deng Xiaoping per evitare nuovi accentramenti di potere a seguito degli eccessi della Rivoluzione Culturale. La decisione, presa dai quasi 3000 delegati del Congresso Nazionale del Popolo riunitosi in plenaria a partire dal 5 di marzo, è stato un semplice passaggio formale. Infatti, già lo scorso ottobre, al termine del XIX Congresso del più grande partito comunista del mondo, si era capito che la giovane Guardia Rossa di Fuping sarebbe rimasta a capo della Cina ben oltre il 2022, termine ufficiale del suo secondo mandato di Segretario Generale del partito.

Xi Jinping

Xi Jinping

Si tratta dunque della definitiva conferma dell’enorme potere concentratosi nelle mani di Xi. Al Congresso, lo avevano consacrato come terzo leader cinese più potente, dopo Mao e Deng. La sua dottrina personale è diventata ufficialmente “il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” (Xi Jinping xin shidai Zhongguo tese shehuizhuyi sixiang), inserita di diritto nello Statuto del partito. Ed è quel riferimento alla nuova era che contraddistingue l’eccezionalità dell’attuale leadership cinese. Xi parla di “risorgimento” della Nazione. L’obiettivo è riportarla a essere una super-potenza mondiale, ruolo perduto durante il colonialismo occidentale dei due secoli che hanno preceduto il 1949, anno della nascita della Repubblica Popolare. Ed è proprio per il 2049, centesimo anniversario della Rivoluzione di Mao, che la Cina dovrà essere super-potenza numero uno al mondo. Questo è l’obiettivo finale della strategia di Xi.

Una strategia che si basa su di un’ambiziosa quanto difficile missione geopolitica di Pechino, avviata a partire dal 2014: la Nuova Via della Seta (Yidai, Yilu = Una cintura, una via). L’idea è quella di prendere le redini della globalizzazione occidentale, per trasformarla in una globalizzazione di stampo cinese. Allargare la sfera d’influenza cinese, rendendola globale, e proiettando il paese al rango di punto di riferimento politico, economico e culturale per l’intera umanità.

"Silver ping-pong ball carries friendship." (Ping Pong Diplomacy) 1972

Cooperazione internazionale, investimenti multilaterali in infrastrutture come porti, aeroporti, ponti, strade, ferrovie in tutti i paesi che vanno dal Pacifico all’Atlantico, passando dall’Oceano Indiano (una cintura) e nei paesi che giacciono lungo l’antico tracciato della via della seta (una via), da Pechino all’Europa occidentale, passando per Russia, Medio Oriente ed Africa. Non esiste, al mondo, un progetto comparabile con quello cinese. Miliardi di dollari che piovono a cascata da anni, dal Pakistan al Kenya, dall’Iran alla Turchia, dall’Egitto al Regno Unito. Il tutto accompagnato dal dispiegamento di tutto l’hard power economico cinese in mezzo mondo. Per non parlare del soft power tanto caro a Nye: l’acquisto di grandi club calcistici, la diffusione dell’insegnamento della lingua cinese, gli investimenti in progetti di sviluppo nel cosiddetto Terzo Mondo.

Per fare tutto ciò i cinesi hanno capito che la centralizzazione della leadership politica del paese è l’unica via sostenibile. Non è possibile coordinare le risorse di un paese così vasto, dove vivono un miliardo e mezzo di abitanti, verso l’attuazione di un progetto economico di tali dimensioni, senza avere una guida unica. In effetti, al suo interno, la Cina del 2018 affronta una miriade di problemi. Il più rilevante è quello della disuguaglianza economica tra le prospere e sviluppate megalopoli che si affacciano sul mar cinese orientale e meridionale (Da Beijing ad Hong Kong, passando per Shanghai e Hangzhou), e le povere regioni rurali dell’interno: in primis le regioni autonome di Tibet e Xinjiang. Queste due aree sono caratterizzate dalla presenza di etnie maggioritarie diverse da quella Han (dominante nel resto del paese): nella prima vi sono i Tibetani, di fede buddista, da anni in lotta, anche violenta, con lo stato centrale per ottenere la loro indipendenza politica e religiosa (con il supporto, a volte ambiguo, della vicina India, grande rivale cinese nella regione). Nello Xinjiang, che in cinese significa “Nuova Frontiera”, inquadrabile geograficamente in Asia centrale, l’etnia più problematica è quella degli Uiguri, di fede musulmana. Non è un caso che la regione sia nota anche come Turkestan orientale o Uiguristan. Qui il terrorismo fondamentalista islamico è una minaccia sempre latente.

Uiguri al mercato domenicale di Hotan, città-oasi nella regione cinese dello Xinjiang.

Uiguri al mercato domenicale di Hotan, città-oasi nella regione cinese dello Xinjiang.

L’unica via che i cinesi conoscono per risolvere problemi etnici, religiosi e sociali di questo tipo è quella dello sviluppo e dell’integrazione economica. Quale metodo migliore se non quello di rispolverare l’antico splendore, noto in Occidente grazie alle cronache di Marco Polo, delle Vie della Seta? Da quando a Pechino, nel 2012, si è insediato il nuovo Politburo del PCC, che ha portato all’ascesa della quinta generazione di leader, la classe dirigente cinese ha subito posto la politica estera come nuova cartina tornasole dell’Impero Celeste. La nomina di Xi a nucleo del partito, la sua conferma a guida suprema durante l’ultimo congresso, e la definitiva sacralizzazione del suo pensiero inserito nello Statuto al fianco di quello di Mao, sono la prova che la Cina vuole assurgere al ruolo di protagonista della politica mondiale. E per far tornare grande l’Impero del Centro serve un imperatore. La Repubblica Popolare Cinese ha appena incoronato il suo.