Un tempo la diplomazia consisteva nell’arte di trattare con tatto, finezza e abilità gli affari dello Stato, cercando di dirimere eventuali interessi contrastanti e favorire la reciproca collaborazione con altri Paesi per il soddisfacimento degli interessi comuni. Ovviamente il più potente faceva valere il suo peso specifico sempre però con un mix di prudenza e scaltrezza, soprattutto sui dossier più delicati. A leggere l’intervista, che l’ambasciatore americano John R. Phillips ha rilasciato al Corriere della Sera, quei tempi sono finiti da un pezzo. Non c’è più spazio per i “suggerimenti” o i “consigli amichevoli”, ma veri e propri ordini che sono dati al nostro governo. Non ci sono più mezze misure: il velo è definitivamente caduto e l’ambasciatore spazia su diverse scottanti questioni che stanno a cuore al suo presidente. Snocciola il numero dei soldati italiani che devono essere inviati in Libia – 5mila -; sottolinea l’urgenza di imporre un governo di unità nazionale a Tripoli; concede che i Tornado italiani in Iraq possano evitare di bombardare l’Isis; chiede subito l’attivazione del sistema di comunicazione satellitare Muos e il rinnovo delle sanzioni alla Russia.

Che l’Italia abbia delegato la politica economica e monetaria a Bruxelles e Francoforte e quella estera alla Nato non è certo una novità; eppure mai prima d’ora c’era stata una tale pressione così palese, senza filtri. I messaggi di Washington non seguono più i normali canali diplomatici, ma sono gettati direttamente in pasto all’opinione pubblica, bypassando l’esecutivo a cui spetta solo l’ingrato compito di attuarli senza se e senza ma. Si provvede a informare il popolo italiano di quello che dovrà fare, senza uno straccio di dibattito o di negoziato sui pro e i contro, in maniera così sfacciata da riuscire addirittura a mettere in imbarazzo lo stesso presidente del Consiglio; facendo assomigliare sempre più questo patto atlantico a quello di Varsavia.

Al contrario di quello che dice Renzi, mai dal dopoguerra a oggi la credibilità internazionale italiana ha toccato un punto così basso. Senza andare con il ricordo ai più stoici esempi di un Mattei o di un Craxi, basti pensare proprio all’ultimo timido tentativo di resistenza ai diktat d’oltreoceano; quel tentennamento di fronte proprio alla guerra in Libia e al rovesciamento di quel Gheddafi, che solo pochi mesi prima era stato accolto in pompa magna a Roma per firmare importanti accordi economici e alleanze. Finì con la rimozione di Berlusconi e l’insediamento del “governo tecnico”; da allora solo smacchi. Il ripensamento sul numero di F35 archiviato alla prima telefonata di Washington; la cancellazione del Southstream; l’immediata disponibilità a prolungare la missione del contingente italiano in Afghanistan; gli aerei in Iraq e i soldati da mandare a difendere la diga di Mosul, oltre quelli già operativi in Libano e nei Balcani; senza scordarsi sempre i due Marò; l’indagine contro i vertici dell’Eni in Nigeria; l’autorizzazione a utilizzare le basi siciliane per mandare i droni americani in Libia e poi le intercettazioni dell’Nsa, il caso Regeni e, ora, il raid fallito che ha portato alla morte dei due tecnici italiani.

Un Paese che obbedisce senza fiatare ai disegni del grande alleato americano, anche quando sono controproducenti o contrari all’interesse nazionale senza ottenere nulla in cambio. Un Paese che spende miliardi per “missioni di pace” così apprezzate da essere snobbato dai progetti di ricostruzione e ai margini di qualunque decisione importante. Un Paese – e se n’è accorto perfino Renzi – al quale, anche quando esegue fedelmente gli ordini, non viene tributato alcun onore, ma solo onere. Un Paese che mette a rischio le vite dei nostri militari, pur di compiacere un alleato sempre più prepotente, di fatto ha abdicato al concetto stesso di diplomazia. E ora affrettiamoci allo sbarco in Libia, ce lo chiede l’America.