Nel Super Tuesday del 26 aprile si è scritto un altro capitolo della corsa alle elezioni presidenziali americane, senza che il canovaccio sciorinatosi in questi mesi sia mutato; anzi, ferme restando le posizioni di leadership nel testa a testa da un lato e dall’altro della barricata, andando ad esaurirsi il numero di stati che ancora devono esprimere i propri delegati, si vanno a consolidare le opportunità dei due primi della classe. Dal lato repubblicano The Donald si approssima alla soglia psicologica dei 1000 delegati, con i 156 ottenuti nella tornata odierna, fissando la quota attuale a 950, quasi 400 in più del secondo in lizza, Ted Cruz. Proprio quest’ultimo e il terzo, ormai da tempo fuori dai giochi, John Kasich, hanno preso la decisione di colludere al fine di destabilizzare la posizione del miliardario newyorkese, che si sente ormai abbastanza sicuro di ottenere la nomina ufficiale a candidato del GOP il prossimo luglio a Cleveland. Sul versante dem, invece, il socialista Bernie Sanders pare voler gettare la spugna, sebbene abbia dichiarato che porterà a termine la campagna elettorale. Hillary Clinton, infatti, si trova oramai a poco meno di 250 delegati dal quorum di 2383, includendo nel conteggio anche i superdelegati del partito i quali, al momento, propendono per la stragrande maggioranza per l’ex first lady, nonché ex Segretario di Stato.

A condizionare in maniera più che evidente la campagna elettorale, infatti, più che il carisma dei candidati e il lavoro degli spin doctors, sono state le decisioni prese nelle varie stanze dei bottoni della politica e dell’economia americana, in cui flussi di individui di eccellente peso specifico hanno spostato l’ago della bilancia in maniera più che squilibrata. Se pensavate che la sedicente maggiore democrazia del mondo fosse veramente democratica, vi sbagliavate di grosso. Il fatto stesso che l’elezione dei delegati non sia in un certo qual modo condizione sufficiente all’ottenimento dell’endorsement ufficiale rende l’idea del discorso che si vuole affrontare. 712 persone all’interno del partito (inclusi il presidente, uscente, diversi senatori, lo stesso Bill Clinton) sono in grado di ribaltare completamente l’esito della competizione, sebbene per ora i numeri stiano comunque dando ragione alla Clinton su uno stoico ma non irresistibile Sanders. Una grossa fetta della campagna elettorale è costituita dai favolosi milioni di dollari che, tra donazioni dirette, finanziamento privato e fondazioni, escono dalle tasche e dai caveau di mezzo mondo. Prendendo, ad esempio, in considerazione i primi quattro in corsa, due per parte, si sfora la cifra di 600 milioni di dollari raccolti fino a questo punto per le spese di campagna elettorale, non equamente distribuiti: Hillary Clinton ha beneficiato della cifra monstre di 256 milioni di dollari, 74 in più di Sanders, fermo a 182. Da parte repubblicana i numeri si fanno molto più esigui, dai 128 milioni di dollari a disposizione di Cruz ai “soli” 50 e spicci di Donald Trump. Ma è la provenienza di questi danari che rende maggiormente l’idea di come sia l’interesse privato a muovere le pedine sullo scacchiere: senza annoiarsi troppo coi numeri, basti pensare che nel caso di Trump e la Clinton, i due leader della contesa, al momento, solo il 19% del loro fundraising proviene da donazioni di ammontare inferiore ai 200 dollari, il che significa che le principali voci a bilancio sono altre. Mentre il palazzinaro newyorkese ha finanziato di tasca sua il 70% della propaganda, con un misero 4% proveniente dalle fondazioni, Hillary gode di queste donazioni per una percentuale del 32%, vale a dire circa 80 milioni di dollari.

Le fondazioni a cui ci si riferisce sono le cosiddette PACs e nella fattispecie, le Super PACs. Esse sono delle organizzazioni che si occupano di raccogliere e di operare delle donazioni in ambito politico, sia per appoggiare che per contrastare la corsa di un candidato. Le Super PACs non sottostanno a dei limiti massimi di raccolta e, sebbene non possano donare fondi direttamente ai singoli candidati, il modo in cui tali sostanze vengano veicolate non lascia spazio a dubbi di sorta sulle fazioni supportate. Queste organizzazioni, generalmente, raccolgono donazioni provenienti dagli ambienti dell’alta finanza di Wall Street, dalle grandi multinazionali oppure altre entità statuali o istituzionali. Oltre al fatto che non vi siano Super PACs che si siano spese – nel vero senso della parola – per sostenere Bernie Sanders, mentre Trump gode della simpatia e dell’antipatia di alcune di esse, Hillary Clinton è spalleggiata da decine di queste associazioni, alcune delle quali anche collegate alla Clinton Foundation. Fondata dai coniugi Bill e Hillary nel 1997, essa nasce con scopi filantropici, e negli anni ha veicolato donazioni per oltre 2 miliardi di dollari, provenienti da innumerevoli grandi contribuenti: Citigroup, HSBC, Barlclays, per citare alcune grandi banche, oppure anche il governo dell’Arabia Saudita, dell’Oman e del Kuwait. Essa si configura come una fondazione estremamente potente, che vede coinvolti in prima persona un ex presidente degli Stati Uniti e una potenziale candidata al medesimo scranno presidenziale. La questione più rilevante, tuttavia, così come traspare da un’inchiesta del Washington Post, è che oltre la metà dei donatori della fondazione siano anche tra i principali contribuenti di Ready for Hillary, un gruppo lobbystico che supporta la campagna elettorale della Clinton. Avendo fornito sufficienti numeri, nonché molte delle loro esplicazioni in termini pratici, difficilmente ci si può fare una buona idea sugli interessi che muovono questa campagna elettorale. Il consenso popolare, in questo modo, si svuota concretamente della sua rilevanza pratica, sebbene ci si camuffi sempre dietro all’ideale di democrazia liberale di cui gli Stati Uniti si fanno promotori e impositori assoluti. Il desiderio imperialista degli Stati Uniti si manifesta sempre dietro un ricatto ideologico che, come sosteneva, Buchanan, rischia di far smarrire gli Stati Uniti stessi, nel tentativo di guadagnare l’egemonia globale.