E tre! Dopo Cuba e Iran, gli USA instaurano accordi e rapporti con un altro grande ‘nemico’, ossia il Vietnam. Quando si nomina il paese asiatico, non si può non pensare alla guerra combattuta tra gli anni 60 e 70, a quello che simboleggia quel conflitto in grado di piegare la potenza militare a stelle e strisce grazie alla fiera resistenza anti imperialista del suo popolo. Il timore che alla Casa Bianca dal prossimo mese di marzo ci sia Donald Trump, sta imponendo all’establishment di Washington di accelerare i disgeli proprio con quei paesi da sempre oppositori al suo dominio da iperpotenza solitaria; nei giorni scorsi Barack Obama è quindi giunto ad Hanoi, capitale vietnamita, in una visita definita storica in cui ha deciso di togliere l’embargo delle armi al governo del paese asiatico, una scelta che denota per l’appunto come la nuova linea USA fatta adottare nella fase finale della sua presidenza ad Obama sia quella proprio della ‘mano tesa’ ai suoi nemici storici, annullando la contrapposizione.

A livello generale, stringere accordi con questi paesi garantisce la fine della loro opposizione o quantomeno un raffreddamento dei loro torni anti imperialistici; una linea questa, che viene considerata ‘all’avanguardia’ dall’elite democratica e foriera di propositi pacifici, ma che per qualche ragione viene praticata solo con alcuni Stati mentre per altri al contrario continua la dura contrapposizione, tanto da gridare allo scandalo quando qualche giorno fa Trump ha ipotizzato di andare a parlare personalmente a Pyongyang con Kim Il Sung. Questa schizofrenia americana, denota quelle che sono invece le reali ambizioni di Washington con i nemici di sempre: l’obiettivo è togliere ogni opposizione internazionale alle proprie mire economiche, senza però passare dal ‘regime chance’; sussistono infatti delle condizioni in alcuni di questi Stati che permettono di poter affossare lo zampino dello zio Sam tramite strette di mano, conferenze stampa congiunte e visi sorridenti. Se a Cuba ed in Iran tutto questo è potuto avvenire per via delle condizioni economiche di quei paesi, rese precarie dalle sanzioni economiche e quindi con un bisogno importante dei relativi governi di stabilizzare il rapporto con gli USA, in Vietnam la situazione è diversa: qui Washington sta sfruttando sia alcuni cambiamenti interni alle posizioni del Partito Comunista di Hanoi e sia alcuni sentimenti anti – cinesi presenti nella società vietnamita.

Nel mese di febbraio, il Partito Comunista ha rinnovato i suoi vertici e nel corso del congresso sono emerse due posizioni ben distinte: la prima è quella del segretario Trong, che sposa una linea più conservatrice, l’altra invece è quella del premier Dung, il quale al contrario da leader del governo ha aperto il suo paese agli investimenti stranieri. Entrambi sono stati riconfermati nelle rispettive cariche, aprendo di fatto una coabitazione in cui il segretario del partito cerca di conservare la tradizione della rivoluzione portata avanti da Ho Chi Min, mentre il primo ministro lancia il Vietnam di fatto in una società di libero mercato. Il fatto che al momento i dati economici siano positivi, incoraggia le giovani generazioni ad assecondare il rinnovamento di Dung e sono proprio le nuove leve a chiedere un definitivo affrancamento dalla Cina e cedere al corteggiamento a stelle e strisce. Tra cinesi e vietnamiti, storicamente non è mai corso buon sangue; pur tuttavia, dopo la fine della guerra degli anni 70 Hanoi e Pechino hanno sempre messo in secondo piano la reciproca antipatia ma adesso la situazione è diversa; nel 2014, la decisione del governo cinese di installare una piattaforma petrolifera in una zona di esclusiva competenza vietnamita, ha suscitato reazioni ‘anti dragone’ molto forti tanto da provocare anche l’uccisione di tre cittadini cinesi e da allora il Vietnam sembra essersi allontanato definitivamente dal vicino gigante. Pur tuttavia, per sostenere i suoi ritmi frenetici di crescita, Hanoi ha bisogno di un forte partner e quale migliore occasione quindi per gli USA di strappare uno storico alleato alla Cina proprio alle porte di casa sua.

Washington, sfruttando le sopra citate divergenze interne e quelle con il governo cinese, ad Hanoi in un sol colpo ha pescato tanti jolly da poter spendere prima delle incerte elezioni di novembre: in primo luogo, levando l’embargo di armi al Vietnam, ha reso un grosso favore alla lobby delle armi e chissà forse questo episodio potrebbe convincere alcuni esponenti di tale lobby (da sempre molto vicina ai candidati repubblicani) a dirottare i propri cospicui fondi verso il Partito Democratico nella prossima campagna elettorale; in secondo luogo, gli USA piazzano un colpo importante all’interno della partita a Risiko che sta giocando con la Cina per il controllo del sud est asiatico in un momento in cui proprio questa sfida tra le due potenze sta assumendo contorni molto importanti e ricchi di una certa tensione; infine, come detto ad inizio articolo, questa mossa piega l’opposizione che anche da un punto di vista ‘simbolico’ il governo vietnamita effettuava contro l’imperialismo. Se è vero che Hanoi nell’alveo dello scacchiere internazionale è stata assente negli ultimi anni, dall’altro lato però l’esistenza di un governo figlio della vittoria militare contro gli USA ne ha da sempre fatto un punto di riferimento per tanti.

Tempi difficili quindi per i ‘nostalgici’ dell’epopea di Ho Chi Min, delle gesta del generale Giap e dei resistenti vietnamiti capaci di cacciare via i marines americani dal loro paese, dopo aver fatto altrettanto con i militari giapponesi e francesi; il Vietnam di oggi, è vicino agli USA ed i rapporti con Washington sono sempre più solidi. Pur tuttavia, la stabilità di una situazione del genere è tutta da verificare; al momento, i giovani vietnamiti godono dello sviluppo economico del loro paese, ma non appena i rapporti sempre più stretti con il cuore della finanza internazionale costringerà loro ad ingerire riforme di tipo liberale nel mercato del lavoro ed a cedere molti diritti che l’attuale legislazione comunista garantisce, allora la società potrebbe prontamente ricredersi ed inoltre è necessario anche considerare che comunque, in seno alla leadership del partito Comunista, resiste la nomenclatura conservatrice la quale, come detto in precedenza, cercherà di arginare le spinte del governo. Forse un mito è quindi finito, ma non per sempre; di Vietnam nei prossimi anni si tornerà a parlare in molti scenari internazionali.