Nell’inquadramento della lotta al terrorismo internazionale, il ruolo determinante rivestito dalla Russia nella lotta a Daesh e subalterni locali finanziati dagli stati del golfo è sotto gli occhi di chi tenta di liberarsi dal velo di strumentalizzazione posto dalla stampa nostrana. Eppure non tutto è rose e fiori alle porte della regione interessata dal conflitto vero e proprio: se da un lato la Russia insiste nel condurre delle efficaci operazioni di supporto aereo agli attacchi di terra condotti dalle truppe siriane e dai pasdaran iraniani, d’altro canto si trova a dover fronteggiare l’insorgere di una potenziale minaccia interna, che si va concretizzandosi sempre di più.

Il quotidiano online Gazeta.ru riporta quanto riferito recentemente a Tass dal capo della Repubblica del Dagestan, Ramzan Abdulatipov, secondo il quale vi sarebbero circa 643 combattenti jihadisti della regione, recatisi in Iraq e Siria e arruolatisi nelle fila dello Stato Islamico. Le proiezioni governative locali, tuttavia, riferiscono di un numero ben maggiore, che sfiora addirittura le duemila unità, e che la metà di questi abbiano già fatto ritorno in patria, spendendosi nella riorganizzazione del “nobile decaduto” Emirato del Caucaso, la principale organizzazione fondamentalista islamica della regione caucasica, che idealmente raggrupperebbe tutta l’area montuosa omonima suddivisa tra le repubbliche islamiche russe e la parte settentrionale della Georgia. A riprova di un potenziale risveglio della cellula terrorista della Russia meridionale si propone l’analisi dell’attentato ordito in fine del 2015 presso la fortezza di Karyn-Kala (patrimonio UNESCO), a Derbent, nel quale hanno perso la vita un poliziotto e undici turisti. Sebbene la rivendicazione dell’atto sia prontamente sopraggiunta dagli alti comandi di Daesh, le autorità locali e il Cremlino hanno cercato di sedare gli allarmismi, accusando un giovane del posto, Abutdin Khanmagomedov, di aver perpetrato il misfatto. Molti detrattori della politica interna moscovita l’hanno ritenuta una mossa politica che, successivamente all’abbattimento del volo Metrojet proveniente da Sharm-El-Sheik, avrebbe significato generare una paura collettiva sulla potenziale incapacità dello stato di provvedere alla sicurezza dei cittadini russi entro i propri confini.

Quanto di ciò può essere preso seriamente in considerazione? Di certo non si possono sottovalutare determinati segnali, visti i tesissimi rapporti tra la macchina statale di Putin e le organizzazioni terroriste attive nel Caucaso. Pur tenendo in considerazione il successo del Cremlino nella gestione della piaga jihadista in territorio ceceno, non si può non rammentare come in Dagestan la situazione non abbia mai raggiunto una stabilizzazione totale. Pur ridimensionato il “potere” acquisito dall’Emirato del Caucaso nella regione dal 2004 in avanti, il processo di riattivazione dei meccanismi del terrore è ripreso in coda al 2014 quando, due dei principali esponenti dell’Emirato hanno sancito una sorta di alleanza virtuale “via Skype” (così come riporta l’analisi condotta dalla sezione moscovita del Carnegie Center) con i vertici di Daesh. Tale legame si è ulteriormente corroborato quando, lo scorso anno, il portavoce ufficiale dello Stato Islamico, Abu Mohammad Al-Adnani, ha annunciato la formazione di un distaccamento di Daesh nella regione del Caucaso settentrionale.

Sono tutti elementi che non possono essere sottovalutati, tuttavia le rivalità interne tra i vari gruppi, così come accade in Siria e zone limitrofe, non consentono al momento l’insorgere di un pericolo omogeneo e concreto nella periferia d’Europa: i musulmani del Caucaso, anche coloro che supportano la causa indipendentista dell’Emirato praticando atti di guerriglia, non vedono di buon occhio una dominazione “straniera” da parte di quelli che essi stessi definiscono cattivi musulmani. Il rovescio della medaglia riguarda una penetrazione jihadista nell’Est del continente europeo, il che produrrebbe una sorta di accerchiamento dell’Unione Europea, che si troverebbe ad essere minacciata su un nuovo fronte organizzato, dopo quello libico alle porte dell’Italia e le cellule che colpiscono obiettivi europei sensibili dall’interno, sebbene probabilmente giunti sul continente attraverso il massiccio flusso di migranti che sfondano il confine sul fronte turco. Non ci si può illudere che ciò che non ci riguarda direttamente non risulta nocivo alla nostra sicurezza. Nell’ottica della lotta internazionale al terrorismo, non si possono sottovalutare tutti i fronti dalle quali possono scaturire potenziali minacce. Se non si vuole parlare di impostura, che si dimostri il contrario!