In un momento in cui sembra finalmente delinearsi un quadro molto chiaro su quali saranno le nomine ufficiali per la corsa alla Casa Bianca di novembre, far luce su alcuni aspetti della loro politica estera sembra quantomeno d’obbligo, dal momento che i due capifila si sono spesi in tutti questi mesi in dichiarazioni variegate e contrastanti sui più disparati aspetti che includeranno nel loro programma ufficiale. Una questione particolarmente rilevante, nell’ambito delle relazioni internazionali, è la questione della sicurezza collettiva contro le minacce esterne. In questo frangente, dunque, è inevitabile parlare dell’Alleanza Atlantica e del suo ruolo nella gestione degli affari esteri di Washington. Da struttura militare nata per contenere la potenziale invasione sovietica nel cuore dell’Europa a strumento di peace building cui anche le Nazioni Unite si sono appoggiate per condurre le proprie missioni, la NATO oggi sembra rivelarsi obsoleta, costosa e poco efficace secondo un punto di vista condiviso da entrambi i lati dell’Oceano Atlantico.

Mentre i democratici insistono sulla necessità di mantenere la struttura militare integrata con il continente europeo, dal lato repubblicano si mette in discussione proprio la convenienza che gli Stati Uniti possano ancora mantenere nel versare continuamente miliardi di dollari per implementare il meccanismo di sicurezza del Vecchio Continente, avamposto militare sicuramente più a rischio già soltanto per contingenze di natura geografica. Il candidato repubblicano Trump insiste nel propagandare una forte riduzione della spesa americana nel carrozzone atlantico e, sebbene lo stesso Obama si facesse gioco del magnate newyorkese circa la sua ignoranza politica, i vertici democratici hanno sempre cercato di spronare l’Europa ad investire una maggiore quota di PIL nella spesa militare. Come a dire, spendiamo proporzionalmente la stessa cifra, ma in ordini di grandezza decisamente differenti. Ma dal momento che la questione NATO non coinvolge soltanto gli yankee, come deve essere vista dal lato della vecchia Europa?

La costituzione della NATO e il suo mantenimento ha sempre avuto come concetto centrale la presenza di un nemico contro cui tale meccanismo difensivo avrebbe dovuto funzionare. Sebbene sin dalla sua fondazione non si sia mai esplicitamente riferiti all’Unione Sovietica, tale organizzazione ha sempre rappresentato il modello oppositivo alla diffusione dei regimi totalitario facenti capo al comunismo di Mosca. Dopo la “fine della storia” e lo scioglimento del Patto di Varsavia si è ampiamente discusso sull’utilità della NATO, per cui reinventarne un assetto votato al mantenimento della pace mediante l’istituzione di missioni umanitarie all’esterno dei suoi confini. La “svolta europeista” della Russia di Putin, virando dalla politica americocentrica di Eltsin, ha risollevato a Washington le preoccupazioni assopite 20 anni prima, sebbene con l’allargamento ad Est della NATO in realtà non si era mai perso di vista l’obiettivo di avvicinamento geografico a Mosca. La minaccia russa ha costituito un movente aggiuntivo per perpetrare la presenza dell’ombrello militare statunitense sull’Europa. Tale tassello si inserisce in un altro discorso che, da Maastricht in poi, si è sempre reiterato e puntualmente accantonato nelle stanze di Bruxelles: la creazione di un esercito europeo comune. Un efficientamento delle strutture militari europee, in un clima di austerity generale, avrebbe sicuramente giovato in chiave di risparmio pubblico e di razionalizzazione delle risorse militari a disposizione dei vari stati. Più volte il presidente della Commissione Juncker, avallato da Wolfgang Schaeuble, Ministro delle Finanze del secondo governo Merkel.

Robert Kagan, lo storico americano autore del saggio “Gli americani vengono da Marte, gli Europei da Venere”, sottolinea come i due popoli sulle sponde dell’Atlantico non riescano a comprendersi, perché differenti sono le motivazioni e le caratteristiche sociali che ne condizionano il comportamento sullo scenario internazionale. Una potenza normativa come l’Unione Europea non ha la forza di opporsi all’hard power americano, sebbene la corrente anti-atlantista continui oggigiorno a raccogliere sempre più consensi. Per quanto non si possa attribuire a Trump una capacità politica tale da convergere la sua forza elettorale verso un obiettivo di questa portata, l’interesse europeo si colloca nell’attuazione di una contemporanea dottrina Monroe per almeno due motivi: allentare la presa politica americana sul continente, così da gestire in autonomia la politica di vicinato perseguendo gli interessi più convenienti, e per muovere verso una “marzianizzazione” che storicamente non ci compete (dando ragione all’analisi storica di Kagan), ma che probabilmente ci consentirebbe di uscire da un guscio che ha limitato per decenni l’autonomia continentale.