Molto si sta scrivendo sul rinascente conflitto di interessi tra gli Stati Uniti e una Russia che sembra essere tornata alla ribalta come grande potenza imprescindibile per gli equilibri internazionali, particolarmente nell’arco di crisi comprendente l’Europa dell’est ed il medio-oriente. Nell’affrontare questo scontro geopolitico che vede coinvolti i due vecchi antagonisti della guerra fredda, in una sorta di nuova “guerra fantasma” secondo la definizione del Geopolitical Center, sono stati presi in considerazione i diversi fattori che ne animano il conflitto. Dallo scontro armato, portato fondamentalmente avanti dai rispettivi partner strategici delle due superpotenze, allo scontro energetico (l’abbassamento del prezzo del petrolio e la svalutazione del rublo sono tra gli episodi recenti di maggior rilievo), passando per lo scontro politico-ideologico tra gli States sostenitori di un liberalismo sia nel campo etico che economico, e la Russia che è riuscita a proporsi con una nuova narrazione post-sovietica che la vede potenza tutrice del diritto naturale, del sentimento pan-russo e della tradizione religiosa ortodossa, in netta antitesi con le derive dell’ideologia gender e degli attacchi al diritto naturale che ben conosciamo in occidente.

Tutti questi elementi fin qui, brevemente presentati, coinvolgono essenzialmente le direttrici politico-militari attraverso le quali si stanno ridefinendo gli equilibri di un nuovo multipolarismo mondiale, ma ignorano una dimensione di primaria importanza per gli assetti futuri di una grande potenza: la demografia. Base del successo o della decadenza di una nazione è senz’altro la composizione della sua popolazione, in termini di speranza di vita, anzianità, dati inerenti la natalità e la mortalità ed altri indici capaci di indicare lo status biologico della collettività che abita un dato territorio. Punto focale, ma non molto considerato nei media mainstream, almeno in quelli europei, è proprio questa dimensione, capace di dare una prospettiva di lungo termine al conflitto in analisi. Interessante notare – dati demografici alla mano – come mentre a livello politico-militare la Russia, specialmente sotto la guida di Putin, ha saputo presentarsi alla comunità internazionale come attore capace di un’elevata incisività nelle maggiori crisi internazionali, principalmente attraverso l’uso di svariati strumenti di soft-power, sotto il profilo strettamente demografico palesa una crisi di grave entità, soprattutto se confrontata con il resto dei Paesi maggiormente sviluppati. Un indice che può rendere in maniera sufficientemente chiara, per questa sede, la dimensione della crisi demografica russa è il TFT, tasso di fertilità totale, che misura il numero medio di figli per donna in un territorio dato. Classicamente, il TFT dovrebbe aggirarsi intorno a un minimo di 2,1 figli per donna, cifra cruciale perché garantirebbe la sostituzione da parte dei figli dei genitori in modo tale da mantenere quanto meno stabile il numero della popolazione. Ebbene per quanto attiene alla Russia, questo tasso è non solo attualmente molto al di sotto della soglia minima richiesta – aggirandosi intorno all’1,6 figli per donna – ma ha altresì uno storico negativo di lunga data, avendo toccato il suo minimo negli anni ’90 arrivando a 1,2. Questo dato non è rimasto privo di conseguenze pratiche: la popolazione russa, stando ai dati del Census Bureau, è andata costantemente contraendosi dal 1995 a oggi, con un calo di sei milioni di cittadini nell’arco di un decennio e con una prospettiva affatto rosea per il decennio a venire, periodo nel quale viene prevista un’ulteriore perdita di circa due milioni di persone.

Proprio per cercare di contrastare quello che è senza dubbio descrivibile come l’inverno demografico russo, il governo nazionale ha emanato alcune novità legislative di incentivo alla famiglia: si registrano in questo campo un contributo statale pari a circa 10 mila dollari per la nascita di un secondo figlio, e un appezzamento di terra nel caso della nascita di un terzo figlio; oltre agli incentivi pratici, rimangono d’altronde note le posizioni sul tema della famiglia naturale assunte dalla Federazione Russa, le quali hanno guadagnato a Putin l’antipatia della lobby LGBT mondiale. A fronte di questa grave crisi, va comunque rilevato che nel 2014 si è assistito in Russia, dopo molto tempo, ad un incremento delle nascite, con un surplus rispetto all’anno precedente di 26000 nuovi nati. Per quanto invece attiene agli Stati Uniti, la situazione demografica è molto diversa e, attenendoci strettamente ai dati sul TFT, questo risulta essere storicamente rimasto sempre attorno alla soglia cruciale dei 2 nati per donna, contribuendo in tal modo ad un progressivo aumento della popolazione totale (il dato comunque deve anche tener conto dei movimenti migratori) la quale è passata – sempre secondo le stime del Census Bureau – da circa 266 milioni di persone nel ’95 agli attuali 321 milioni, con una ulteriore previsione positiva per il prossimo decennio. Questo trend storicamente positivo ha comunque registrato un flessione negli ultimi anni, portando le stime governative per il 2013 a determinare un TFT per quell’anno di 1,86 , un minimo che non veniva toccato da quasi trent’anni. Presentati brevemente questi dati, risulta quindi evidente come la dimensione demografica del conflitto geopolitico intercorrente tra Russia e Stati Uniti, non solo non è secondaria, ma è di fondamentale importanza sia per la sopravvivenza fisica delle nazioni in questione, sia per una maggiore disponibilità di capitale umano da parte delle due superpotenze; una dimensione che, allo stato attuale vede decisamente avvantaggiati gli States nei confronti del suo avversario storico, il quale ha comunque visto un considerevole incremento del proprio TFT di circa 0,4 figli per donna durante gli ultimi lustri- guarda caso, durante la cosiddetta era Putin.