Gli Stati Uniti hanno trasferito da pochi giorni 120 militari in Turchia, presso alcune basi aeree nelle province di Adana e Kirsehir, con l’obiettivo di addestrare i cosidetti “ribelli siriani moderati” che saranno poi trasferiti nella provincia meridionale di Hatay, dove verranno addestrati all’uso di armi anti-carro, fucili da assalto e mitragliatrici; tutto materiale giunto da basi statunitensi. L’addestramento, che dovrebbe partite il 9 maggio, fa parte di un accordo bilaterale firmato a metà febbraio 2015 dall’ambasciatore statunitense ad Ankara, John Bass, e il sottosegretario agli Esteri turco, Feridun Sinirlioglu. Tali unità dovrebbero essere impiegate per contrastare l’ISIS in Siria e Iraq, anche se il governo turco ha tenuto a precisare che i miliziani verranno utilizzati anche contro le truppe regolari di Assad. 1 La guerra dei proxy è ormai una prassi consolidata e lo scenario è simile a quello da noi discusso la scorsa settimana per quanto riguarda l’Ucraina, dove sono recentemente atterrati 290 militari americani per addestrare l’esercito ucraino contro il nemico russo. La situazione turco-siriana è però molto più complessa di quella ucraina e rischia di generare effetti perversi in un contesto già estremamente drammatico e ormai fuori da ogni tipo di controllo. Il paese è ormai in piena guerra civile dal 2011, la popolazione è stremata, i morti ormai non si contano più ed infiltrare nel paese ulteriori milizie armate potrebbe essere deleterio.

In particolare ci sono alcuni elementi da valutare attentamente:

1- La tattica del rifornimento di armi ai ribelli “moderati” è già stata utilizzata all’inizio del conflitto, quando gli Usa fecero arrivare all’Esercito Libero Siriano (ELS) armi leggere. Il risultato è stato lo sgretolamento di queste milizie e la nascita di gruppi come la qaedista Jabhat al-Nusra, Jaish al-Muhajireen wal-Ansar, i vari gruppetti di jihadisti caucasici legati all’”Imrat Kavkaz” come Ajnad al-Kavkaz e la Krimsky Jamaat e il confluire di centinaia di jihadisti della branca qaedista siriana nell’ISIS. D’altronde è stata proprio Hilary Clinton ad affermare recentemente che l’ISIS è la conseguenza di una strategia statunitense che è sfuggita di mano.

2- La Turchia è stata colta in flagrante in diverse occasioni mentre trasferiva armi ai jihadisti dell’ISIS e mentre li curava nei propri ospedali nelle aree di Adana e Hatay. Fonti curde hanno segnalato non soltanto il passaggio indisturbato di elementi dell’ISIS attraverso il confine turco-siriano ma anche la presenza di campi di addestramento per jihadisti in territorio turco. Ben noto è poi il filmato di militari turchi che conversano tranquillamente con jihadisti dell’ISIS lungo il confine. Il governo di Ankara aveva inoltre rifiutato di concedere le proprie basi aeree alla Coalizione anti-ISIS. E’ evidente come per Erdogan la priorità non sia la lotta all’ISIS ma il rovesciamento di Bashar al-Assad, mentre quello degli Stati Uniti non risulta chiaro. Fatto sta che ISIS e governo siriano sono in lotta tra loro, dunque in questo momento indebolire Assad significa aiutare un ISIS che è giunto alle porte di Damasco e che a inizio aprile ha perpetrato un vero e proprio massacro di profughi palestinesi nel campo di Yarmouk; un massacro che in troppi hanno fatto finta di non vedere. 2

3- C’è poi l’incognita Israele, paese che si pone come unico baluardo mediorientale contro l’estremismo islamico, ma che viene poi scoperto mentre soccorre i jihadisti (verosimilmente di matrice qaedista) nei pressi delle alture del Golan. Nel contempo l’esercito israeliano bombarda le truppe di Assad in territorio siriano e Hizbullah, attualmente impegnato contro le milizie jihadiste salafite che cercano di destabilizzare il Libano. Valutando attentamente le precedenti strategie e l’attuale situazione, risulta evidente che armare e immettere nell’area altre milizie armate, frettolosamente addestrate, difficili da controllare, con obiettivi poco chiari se non contraddittori non farà altro che alimentare ulteriormente le lotte interne e tutto a discapito di una popolazione stremata. Nell’ipotesi in cui Assad dovesse poi effettivamente cadere (eventualità poco probabile a breve termine), le milizie jihadiste avrebbero mano libera sull’intero paese, con tutte le relative e drammatiche conseguenze: massacri di sunniti moderati, sciiti, alawiti, cristiani; distruzione di villaggi, siti storici e archeologici, tutte scene già viste in Iraq. Vi è poi il problema dell’arsenale governativo siriano che rischierebbe di cadere in mano agli estremisti.