Mentre il mondo occidentale continua a sostenere un suicida isolamento politico ed economico di Mosca, il Segretario di Stato americano John Kerry si reca nella Federazione Russa per la seconda volta nel 2015 per incontrare il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il Presidente Putin. In entrambe le circostanze è stato il governo di Washington a richiedere all’alta diplomazia russa dei tavoli di dialogo bipartisan per discutere delle vicende che vedono coinvolte le due superpotenze. Prima a Sochi, nel maggio scorso, l’altro ieri a Mosca, per riprendere i discorsi sull’Ucraina e, soprattutto, sulla Siria. Per mesi il mondo liberale ha insistito nel sottolineare con grande sforzo l’isolazionismo russo, dipingendo l’orso come uno stato avulso dalle dinamiche politiche internazionali, quasi fosse in atto una transizione verso un regime autarchico e totalitario che l’Occidente avrebbe dovuto contrastare con tutti i mezzi possibili, veicolando sanzioni economiche intavolate dall’Unione Europea, un accerchiamento militare culminato nell’allargamento della NATO e una crisi ucraina ben lontana dal trovare una soluzione. La tendenza sembra essersi invertita negli ultimi tempi, complice una posizione scomoda di Washington in un Medio Oriente fuori dal controllo a stelle e strisce. La rinascita della “mezzaluna sciita”, con l’Iran riabilitato, l’Iraq, il Libano e la stoica resistenza alawita, ha complicato il piano politico della Casa Bianca, che ora cerca un confronto ed un conforto sempre maggiore nelle posizioni del Cremlino.

Per sua stessa ammissione, dopo il colloquio con Vladimir Putin martedì sera, Kerry ha accordato la posizione del Presidente russo, più volte sostenuta dallo stesso Assad, di dover lasciare al popolo siriano la decisione sul proprio destino politico. L’agenda internazionale prevede infatti che venerdì vi sia un importante summit sulla crisi siriana a New York che si proporrà, dopo Ginevra, Vienna-1 e Vienna-2, di trovare il bandolo dell’intricata matassa. Il nodo della questione risiede nella eventualità di libere elezioni con le quali il popolo siriano, entro i prossimi 18 mesi, andrà ad eleggere il proprio presidente, come culminazione di un percorso di transizione cui dovranno prender parte governo legittimo, ribelli anti-Assad e gli attori internazionali, Russia e USA in primis. Kerry sembra dunque persuaso del fatto che il ruolo della Russia, per ciò che concerne la politica, sia determinante per la stabilità internazionale, negando qualunque tentativo presunto di isolare Mosca in seguito alle vicissitudini della Crimea e del Donbass. Su questa posizione ancora si insiste lungamente ad alzare i toni, sottolineando come le sanzioni saranno rimosse nel momento in cui i russi ritireranno i propri uomini e materiali, implementando il cessate il fuoco concordato a Minsk.

Quale dunque, l’esito ragionato di questi incontri? Un dietrofront della posizione americana rispetto ad un rovesciamento dello status quo delle cose. Assad resta dov’è, almeno per ora, spostando l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani attribuite al presidente siriano, verso una coalizione compatta che identifica i gruppi terroristi, Daesh e Al-Qaeda tra tutti, come le principali minacce della sicurezza internazionale. Il rimando ad una convergenza di interessi così come si manifesta attualmente è dettato da una “conversione” da parte di Washington, che deve recuperare terreno rispetto ad una politica incoerente e confusionaria. Abbracciare dunque la posizione russa è un atto di apertura al dialogo su un tavolo difficile, ma che sia Obama che Putin hanno definito un “segno di maturità”.