Dal 2014 ad oggi la parola stabilità è stata forse cancellata dai dizionari ucraini, essendo tra l’altro quelli russi banditi per legge dal Paese. La politica nei piani alti dei palazzi del potere di Kiev accusa ancora dei colpi che attentano al processo di riforme che era stato richiesto al Paese, anche in ossequio agli accordi di Minsk-2 sottoscritti poco più di un anno fa, e che prevedevano una serie di riforme, costituzionali e ordinarie, per condurre l’Ucraina fuori da quello stato di dannoso torpore dal quale è da lustri attanagliata. Erano questi i compiti che i vincitori di Jevromaidan avrebbero dovuto portare a termine, carichi di grandi promesse, per la rinascita dell’orgoglio nazionale, accompagnato da qualche grivna in più in cassa e un po’ di benessere per un popolo martoriato.

L’elezione di Arseniy Yatseniuk era stata salutata come provvidenziale, visti gli enormi buoni propositi che si era posto l’esecutivo, agendo da un lato, fuori confine, per ottenere ossigeno pecuniario dal Fondo Monetario, dall’altro, istruendo una lotta interna alla corruzione imperante nella politica locale e nazionale, dichiarando guerra ad un sistema viziato dalla lubrificazione illecita degli ingranaggi burocratici. La posizione del Presidente Petro Poroshenko e del Primo Ministro Yatseniuk (il cui consenso popolare era già calato a picco nei mesi precedenti), si è aggravata ulteriormente in seguito all’inchiesta dei Panama Papers, che vede direttamente coinvolto il cioccolataio di Bolgrad, mentre ha scoperto nuovamente un nervo infiammato della politica ucraina: quella fantomatica lotta alla corruzione e all’evasione fiscale che, in fin dei conti, nessuno ha condotto. È così che l’esponente del Fronte Popolare, uscito grande vincitore dalle elezioni del novembre 2014, ha rassegnato le sue dimissioni da capo dell’esecutivo, in linea con le non ottemperate promesse di risanare l’Ucraina. Già in febbraio il Ministro delle Finanze, Aivaras Abromaivicius, lituano naturalizzato ucraino lo stesso giorno della sua nomina al dicastero, aveva rinunciato al suo incarico a causa del lassismo nei confronti del problema della corruzione, ritirandole tuttavia qualche giorno dopo. Oggi il mostro è stato mutilato dalla testa, e difficilmente si potrà ricucire lo strappo procurato.

La discussione tra i gruppi parlamentari per la nomina del nuovo Primo Ministro parrebbe anzi addirittura conclusa, facendo convergere la decisione sulla persona di Volodymyr Groysman (ebreo come Yatseniuk), presidente dell’assemblea parlamentare, la Verkhovna Rada, nonché ex ministro e membro del Block Petro Poroshenko. Sull’onda di promesse per un governo aperto e riformista, Yatseniuk ha quindi abbandonato il suo posto, sentendosi vittima di una crisi artificialmente creata per accantonare la sua figura, sebbene egli stesso si senta indirizzato ad un incarico di maggior prestigio e responsabilità. Ad onor del vero, parrebbe che le sue asserzioni non siano poi così distanti dalla realtà delle cose: martedì scorso l’Ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, ha dichiarato che la formazione di un governo stabile sarà la condizione necessaria affinché l’azione di soccorso condotta con i mezzi finanziari del FMI prosegua senza intoppi. Per contro si presume che Natalya Yaresko, il ministro delle Finanze di Yatseniuk – ex funzionario dell’Ambasciata statunitense a Kiev e naturalizzata lo stesso giorno della sua nomina – che aveva condotto le trattative per i prestiti del Fondo Monetario, non troverà posto nel prossimo esecutivo targato Groysman, ed è difficile valutare se sia un bene o prelude a qualcosa di peggio.

La prospettiva che scaturisce dall’analisi di questo scenario politico incerto è duplice: l’ingerenza della rappresentanza diplomatica statunitense in terra ucraina resta preponderante, dettando esplicitamente la linea politica necessaria affinché l’Occidente non stacchi la spina al malato agonizzante. Per contro il rimpasto di governo è sintomo di un malcontento raggiunto nelle stanze dei bottoni di Kiev. Così come due mesi fa era stato disertato il voto di sfiducia all’ex premier Yatseniuk, oggi la direttrice di chi tira le fila dei partiti (ossia chi ci mette i soldi ma non la faccia), non vede più nel banchiere di Chernivtsy il frontman ideale per la prosecuzione del proprio disegno politico. L’Ucraina è un Paese ben lontano da trovare la sua dimensione ideale, e lo riprovano le ostilità mai sedate nel Donbass, il discredito del popolo europeo ad un percorso di affiliazione al mercato comune del continente e una escalation di tensione culturale ed economica con la Russia che ha condotto Kiev ad essere una molla, più che uno stato cuscinetto, compressa e asfissiata per corrotta indole politica.