di Lorenzo Vita

Inorriditi dalle distruzioni di Palmira, di Nimrud, di Ninive e di Mosul, dalla devastazione delle moschee di Fathi al-Kahen e di Al-Arbahin, dal saccheggio della tomba del profeta Daniele e di Giona, su proposta italiana, l’UNESCO e il mondo finalmente sembra che scendano in campo per difendere qualcosa, o almeno ciò che resta, da quello che la furia distruttrice e vandalica dell’Isis ha fatto finora impunemente. Stando alle dichiarazioni dell’agenzia ONU e del Governo italiano, l’idea dovrebbe prevedere la nascita di un nucleo di militari ed esperti della tutela del patrimonio archeologico e artistico, coadiuvati dai Carabinieri, al fine di difendere, e possibilmente recuperare, monumenti e siti archeologici messi in pericolo o danneggiati in conflitti bellici e calamità naturali. Lodevole la proposta, affascinante l’idea che il mondo si schieri a tutela del patrimonio culturale, che non è nazionale ma mondiale, e che rappresenta quella Tradizione che il genere umano deve tutelare come solco in cui continuare a scorrere, moltissimi i dubbi che sorgono da questa iniziativa. Il primo dubbio è perché adesso. Perché non prevenire o limitare sin da subito, quando si sapeva che l’Isis avrebbe sfruttato la manipolazione della cosiddetta Jahiliyya, l’Età dell’ignoranza, per distruggere ciò che viene considerato contrario all’Islam in quanto precedente all’annuncio Maometto, memori della distruzione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Talebani, o avrebbe distrutto ciò che è ritenuto eretico, come avvenuto per i luoghi sufi di Timbuktu da parte degli jihadisti di Ansar Dine.

Viene da chiedersi perché questa decisione sia avvenuta adesso, quando già da mesi migliaia di siti archeologici sono in mano all’Isis, che probabilmente ha già venduto a mezzo mondo i manufatti pregiati di musei e scavi per finanziare il proprio esercito. Soprattutto viene da domandarsi perché l’ONU, tramite l’UNESCO, decida di parlare di invio dei caschi blu in queste aree soltanto quando si parla di tutelare il patrimonio culturale, come se a nulla servissero gli eccidi di cristiani e yazidi, le centinaia di migliaia di morti in Siria e in Iraq, i milioni di profughi che in tutto il Medioriente che scappano dalla guerra contro il Male. Dunque l’ONU interviene tardi, male e ormai quasi inutilmente, come del resto ha sempre fatto: incapace di decidere da che parte stare, incapace di prendere posizione contro un nemico che dovrebbe essere nemico della civiltà, ma che evidentemente non è nemico di tutti, interviene tardivamente per cercare di limitari i danni di una catastrofe già avvenuta. Una ONU incapace e inerme di fronte alla furia distruttrice di un esercito terroristico, che oggi viene combattuto sul campo da coloro che la stessa ONU non vede di buon occhio in quanto fautori di sistemi di vita che il Palazzo di vetro e l’Occidente non considerano condivisibili. Per questo, incapaci di capire contro chi combattere, come e perché, ecco che le Nazioni Unite, tramite l’UNESCO, intervengono (pare) in difesa dell’unica vittima che è condivisa da tutti, cioè il patrimonio culturale. Resta inevitabilmente un quesito fondamentale, che fatica a trovare una chiara risposta nei piani alti del consesso internazionale, ma che è di pronta soluzione a uno sguardo approfondito: perché ideare dei caschi blu delle cultura quando si poteva prevenire l’ondata vandalica del Daesh semplicemente comprendendo che già c’erano delle forze in campo che la tutelavano, cioè gli Stati nazionali di Siria ed Iraq. Invece di coordinare tardivamente un’effimera forza internazionale a tutela del patrimonio artistico, si poteva e si doveva evitare che l’Isis potesse giungere a decapitare ed appendere a una colonna Khaled Asaad, il martire della cultura del sito di Palmira, così come si doveva evitare la devastazione di mosche sciite e sufi, rovine romane e monasteri cristiani. Perché chi difende la cultura c’è e combatte da anni contro i barbari, anche se l’Occidente sembra non volerlo capire.