E’ di alcune settimane fa la notizia che Putin sarebbe intenzionato a ospitare a Mosca i capi dell’Autorità Palestinese e di Israele onde poter riavviare i colloqui di pace volti alla risoluzione del conflitto. Le prime indiscrezioni fatte trapelare dal presidente egiziano Fattah al-Sisi – il quale si è detto a sua volta intenzionato a sostenere questo progetto – hanno trovato sostanziale conferma negli attori coinvolti. Da Mosca non trapela una data certa, ma garantiscono che contatti e trattative tra le parti in causa sono già avviati. L’eco che questa notizia ha avuto nel nostro Paese non è stato eccezionale, sebbene le premesse politiche e geopolitiche lascino ben sperare in un esito utile, se non alla risoluzione immediata del problema, quanto meno allo stabilimento di un formato negoziale affidabile all’interno del quale discutere punto per punto i molti nodi del conflitto più intricato dalla fine del secondo dopoguerra ai giorni nostri.

Per una volta, c’è di che essere ottimisti vediamo perché: Mosca è un interlocutore pragmatico, che ha curato moltissimo i suoi rapporti diplomatici con Israele, da non dimenticare i quattro viaggi di Netanyahu a Mosca solamente quest’anno, e i festeggiamenti per i 25 anni di rapporti diplomatici tra il Cremlino e lo Stato Ebraico. La visione geopolitica regionale di questi due attori diverge su scenari importanti quali la questione nucleare iraniana e la guerra in Siria. Non c’è comunque dubbio che la stretta alleanza con le forze dell’asse sciita sia un grande vantaggio per i negoziati in oggetto, potendo la Russia vantare una confidenza con tutti i maggiori attori regionali, che al momento nessun’altra potenza può permettersi. Nondimeno esistono forti legami commerciali e culturali tra i due Paesi: moltissimi i russofoni emigrati in Israele, nei confronti dei quali il Cremlino si sente in dovere di garantire un certo grado di sicurezza, come per tutti i russofoni fuori dai propri confini. Ma Putin e Netanyahu hanno in comune un’altra importante caratteristica politica: l’avversione politica per Barack Obama – forse il vero collante di questa intesa – il cui disimpegno in Medio Oriente ha lasciato un’anarchia generale in Iraq, come in Afghanistan, dando carta bianca a diverse formazioni terroristiche sunnite e all’amplimento della sfera di influenza iraniana, privando Israele di un sostegno forte, di cui tradizionalmente godeva. Per Putin, Obama è un avversario geopolitico di più ampio respiro: proxy della Russia e degli Usa si affrontano su moltissimi teatri di conflitto internazionale, in un rinnovato scenario da guerra fredda.

Passando alla Palestina, la Federazione Russa si è da sempre fatta attivo portavoce della causa di uno stato palestinese unito e indipendente, sostenendolo nelle sedi internazionali. Anche in questo caso la leadership di Putin può essere garanzia per Abu Mazen, che infatti si reca a Mosca quasi una volta l’anno negli ultimi dieci anni. Cosa sarà lecito aspettarsi da questi colloqui? Intanto c’è da sperare che avvengano. Le trattative sono ferme da due anni e anche negli anni precedenti nessun passo avanti di qualche rilievo era stato compiuto. Israele chiederà senz’altro garanzia al proprio riconoscimento come stato, probabilmente non accontentandosi di ritornare ai propri confini del ’67. La Palestina chiede da molti anni la cessazione della costruzione di nuovi insediamenti nei Territori Occupati e a Gerusalemme Est e la liberazione di alcuni prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Potrebbero verosimilmente essere queste le prime vicendevoli richieste per iniziare un serio format di trattative bilaterali, prima di toccare i nodi più spinosi del conflitto: dalla continuità territoriale dell’Autorità Palestinese alla richiesta israeliana di una condanna ufficiale del terrorismo di Hamas. E’ solo l’ inizio: lo Zar chiama, vedremo chi e come risponderà dalla Terra Santa dei tre monoteismi.