Mentre l’esercito siriano ha ripreso l’offensiva terrestre a nord nel distretto di al-Bab e l’aviazione continua a colpire le posizioni degli jihadisti intorno alla capitale, la vera partita per il regime di Assad si sta giocando tra Mosca, Washington e Riyadh. In attesa di ricevere i rinforzi promessi dall’Iran e dalla mobilitazione generale invocata da Nasrallah, le forze lealiste devono centellinare le (poche) forze rimaste per combattere su tre fronti; infatti sono praticamente rimasti solo gli alawiti a fronteggiare i ribelli e a ingrossare le fila dell’esercito, mentre drusi, cristiani e ismaeliti iniziano a mostrare i primi segni di insofferenza verso una strategia militare a dir poco dispendiosa. Infatti, dopo le grandi battaglie urbane della prima fase, ora la guerra si combatte per il controllo di piccoli e medi centri urbani chiave.

Il fatto è che l’esercito siriano, incapace di fissare un chiaro perimetro difensivo – sia per la stessa natura del terreno, per il numero di effettivi che per motivazioni squisitamente politiche – ormai attende l’avanzata dei piccoli gruppi ribelli, si ritira concedendo loro l’ingresso in città e, una volta che questi si sono raggruppati, contrattacca sfruttando l’armamento pesante e l’aviazione. Purtroppo anche se dal punto di vista tattico questa soluzione sia funzionale alla necessità di attendere che il nemico si manifesti in forze per colpirlo, dal punto di vista strategico comporta un notevole numero di perdite, dato l’elevato attrito di guerra che una forza attaccante deve lasciare sul terreno. Solo a Tartus, roccaforte alawita per eccellenza, sono già 70.000 i caduti in battaglia, 10.000 i dispersi e 120.000 i feriti. Nonostante il supporto militare russo e iraniano gli effettivi lealisti continuano ad assottigliarsi, a fronte di un costante flusso di jihadisti che attraverso la Turchia e l’Irak ingrossano le fila di ISIS e al-Nusra.

Sebbene la vittoriosa battaglia per il controllo della regione montagnosa di Qalamoun abbia spezzato la tenaglia diretta verso Damasco e, con il supporto di Hezbollah e dell’esercito libanese, dimostrato tutti i limiti dei ribelli nell’affrontare una battaglia in piena regola in campo aperto; la situazione per l’esercito siriano si fa sempre più critica. I recenti incontri tra Putin e re Salman, lo scambio telefonico con Cameron e le esternazioni del ministro degli esteri francese Laurent Fabius secondo il quale la Russia “dovrebbe svolgere un ruolo importante” nella stabilizzazione della situazione in Siria, indicano chiaramente che qualcosa stia mutando nel quadro diplomatico. Al Cremlino, probabilmente meglio informato della situazione sul campo, si sta evidentemente facendo strada la consapevolezza che non vi sia alcuna possibilità di risolvere il conflitto e che, anzi, piuttosto che lasciar scivolare l’intero paese nelle mani del Califfato, sia meglio cercare una soluzione diplomatica che preservi un’entità statale riconosciuta almeno lungo la costa.

Pare infatti che Russia e Stati Uniti abbiano avuto un abboccamento sulla crisi siriana e che per la prima volta si sia parlato apertamente di una abdicazione di Assad dalla guida del Paese, garantendogli però un salvacondotto per Mosca. L’operazione passerebbe necessariamente per la formazione di un governo di unità nazionale, sostenuto dalla maggioranza sunnita e con precise garanzie per le altre minoranze, che dovrebbe mantenere gli accordi di cooperazione con la Russia e in particolare l’accesso alla base navale di Tartus. Insomma un’operazione di realpolitik per disinnescare uno dei fronti caldi dell’estero vicino in un momento già di grave conflittualità per la crisi ucraina. A Mosca pare si siano resi conto di quanto sia pericoloso il muro contro muro con Washington e che la vera partita si giochi in Europa – specialmente date le ultime vicende greche – con il gas. Abbandonare Assad è fuori discussione, ma scambiarlo con la realizzazione del Turkish Stream in suolo europeo può essere vantaggioso. Accontentare Erdogan (più che Obama) e utilizzare la Grecia come pivot per incrinare il fronte atlantista delle sanzioni, può valere anche un cambio di governo a Damasco; il problema semmai è un altro: ci si può fidare degli accordi fatti da un presidente zoppo?