di Gabriele Repaci

Il 20 luglio i minatori provenienti da Potosì nella Bolivia meridionale sono giunti nella capitale La Paz bloccando il centro della città. Essi avrebbero espresso per bocca di Jhonny Llally, massimo dirigente del Comité Cívico Potosinista (Comcipo) che ha assunto la leadership della rivolta, la volontà di poter incontrare il Presidente Evo Morales in modo da poter esporre direttamente a lui le proprie richieste. Fra queste vi sono la costruzione di un aeroporto internazionale, di una centrale idroelettrica e di fabbriche di vetro e cemento oltre che il miglioramento della rete stradale nella regione di Potosì. Si tratta di una protesta genuina oppure manovrata dall’alto? La domanda è d’obbligo non solo perché il governo di Morales si è fatto molti nemici, sia all’esterno che all’interno del paese, ma perché non sarebbe la prima volta che in America Latina attraverso mobilitazioni apparentemente popolari si è cercato di rovesciare governi progressisti. Il caso dello sciopero dei camionisti cileni – sostenuto dai settori più reazionari del paese nonché dall’allora amministrazione americana guidata da Richard Nixon – che nell’ottobre del 1972 bloccò il paese e che contribuì a far cadere il governo di Salvador Allende, attraverso il golpe del Generale Augusto Pinochet, avvenuto l’11 settembre dell’anno successivo, ne è forse l’esempio più noto.

Per prima cosa bisogna chiarire come il 95% delle richieste avanzate dai manifestanti sia stata accolta dall’esecutivo. Esso infatti ha garantito la costruzione di un ospedale di terzo livello nella città di Potosì e ha promesso alla popolazione di Uncía la costruzione di un piccolo aeroporto e per questo ha incaricato il governatore della regione, Juan Carlos Cejas, di rendere operativo il progetto con suoi tecnici. Morales ha anche detto che il governo ha investito 1.200 milioni di bolivianos per la costruzione di un impianto industriale di sali di potassio a Uyuni per un totale di 733 milioni di dollari previsti.Nonostante ciò come denunciato dal vicepresidente Àlvaro García Linera alcuni membri del Comcipo avrebbero compiuto attacchi dinamitardi contro il Ministero del Governo. «Voglio denunciare l’attentato contro i ministri, l’aver colpito con la dinamite il Ministero (del Governo NdR) e l’attentato contro i giornalisti che si trovavano lì pacificamente con le loro telecamere» ha affermato Linera in una dichiarazione rilasciata all’emittente televisiva TeleSur durante una conferenza stampa. Un altro elemento che suscita diffidenza nei confronti di tali agitazioni è l’appoggio che i manifestanti hanno ricevuto dalla Chiesa locale. Secondo quanto riportato dall’Agenzia Fides Sua Eccellenza Monsignor Ricardo Ernesto Centellas Guzmán avrebbe dato ordine di tenere aperte le porte di 9 parrocchie per accogliere le famiglie dei minatori in rivolta. «Voi sapete che la Chiesa è il popolo e il popolo è la Chiesa, quindi stiamo pensando di aprire le parrocchie per accogliere i gruppi di manifestanti per questa vicenda e così chiedere al più presto possibile al governo l’apertura di un dialogo serio» ha dichiarato il Vescovo della diocesi di Potosì.

Nonostante la visita del Papa nel paese – al quale il Presidente boliviano ha regalato un crocefisso con la falce e il martello – le gerarchie ecclesiastiche rimangono in Bolivia, come nel resto dell’America Latina, un elemento organico di quel blocco sociale di stampo conservatore ostile a qualsiasi riforma sociale che possa intaccare gli interessi dell’oligarchia imprenditoriale e latifondista.Evo Morales ha accusato il Comcipo di ricevere supporto da parte della destra e dai settori neoliberali della società oltre che dal Cile il quale stando alle parole del capo dello stato boliviano avrebbe promosso la protesta al fine di distrarre l’attenzione dalla congiuntura favorevole alla richiesta della Bolivia di un accesso all’Oceano Pacifico dopo la visita del Pontefice. Il riferimento è alle parole pronunciate da Bergoglio, il quale durante la sua permanenza nel paese, ha esortato i governi di La Paz e di Santiago del Cile a trovare una soluzione pacifica in merito a tale questione. La Bolivia infatti continua a reclamare lo sbocco verso il mare perso durante la Guerra del Pacifico (1879 -1884) detta anche del salnitro combattuta insieme al Perù che valse all’allora vittorioso Cile la conquista di oltre 400 chilometri di costa da Antofagasta fino a Arica, e di 120mila kmq di territorio, dal deserto dell’Atacama (oggi famoso per le miniere di rame) alla regione ex peruviana di Tarapacá; e che costò alla Bolivia la perdita dell’accesso diretto e sovrano all’Oceano Pacifico. Del caso se ne sta attualmente occupando la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja.

Tali accuse sono state prontamente smentite dal ministro degli esteri cileno Heraldo Muñoz il quale ha definito «surreale» l’accusa rivolta al suo paese da Morales. Insomma quella dei minatori di Potosì è una rivolta spontanea oppure l’ennesimo tentativo della destra boliviana di rovesciare un regime ad essa scomodo con l’appoggio del Cile e magari con il beneplacito degli Stati Uniti che hanno sempre mal digerito che governi indipendenti da Washington – come quello di Evo Morales – si instaurassero in America Latina considerata dalla Casa Bianca il proprio «cortile di casa»? A tale importante interrogativo potrà rispondere solo il corso degli eventi.