“In segreto siamo tutti stanchi della correttezza politica. Oggi siamo nel pieno della generazione “kiss-ass” (letteralmente: bacia-culo), la generazione “pussy” (fica). Le timorose fighette: questo non si può dire, questo non si può fare, tutto è proibito. Altrimenti piovono accuse di razzismo”. “Trump dice molte cose stupide, ma lo voto perché è sincero, in un’epoca di buonisti e leccaculo”.

Maledetto Clint. Non gli bastava aver dimostrato, con la sua attività di sindaco a Carmel, che anche un repubblicano (dal 1951, anno della sua iscrizione ai registri del partito) poteva aver un alto concetto della democrazia; non gli bastava  aver seminato scompiglio tra i benpensanti pacifisti della sinistra col film “American Snyper” (dopo quel “Gran Torino” salutato come un invito al rispetto per l’Altro); non gli bastava aver scatenato perplessità sui primi deludenti anni dell’amministrazione Obama tra quanti -tanti, compresi quelli dell’Accademia di Svezia- si erano illusi che la sua elezione avrebbe avuto l’effetto di una rivoluzione. No. Clint Eastwood è andato oltre, è arrivato perfino a dire, tra uno stupore che dalle parti “democratico-progressiste” fa tanto rima con orrore, che lui, tra la Clinton e Trump, sceglie Trump. Scandalo.

Rieccolo, l’americano ben poco tranquillo, l’ex Ringo dalla pistola facile che aveva due sole espressioni (con cappello e senza cappello), l’ex ispettore Callaghan con la sua famosa 44 magnum dai modi così poco sofisticati, l’erede del guerrafondaio Chaltron Heston-Ben Hur, lui sì estremista del secondo emendamento. Rieccola, l’anima violenta e anti-democratica d’oltreoceano, quella così poco salottiera, così poco obamiana, quella del tanto biasimato (vero Hofstadter?) anti-intellettualismo americano.

Ultimo erede del cinema hollywoodiano che fu (come sembra volerci dire anche la seconda metà del suo cognome), Clint non ha mai guardato la realtà per il sottile. Realisticamente, americanamente. Ex marine, ex sudista, ex cowboy, ex poliziotto, ex agente dei servizi segreti, ex Texas ranger, praticamente ex tutto, cinematograficamente forgiato da un altro duro doc come Don Siegel, Clint rappresenta l’anima della frontiera, quella cara anche a Reagan (interprete anche lui per Siegel in quel capolavoro che è “I gangsters”), quella eroica che reca su di sé ancora le drammatiche ferite della Depressione (il suo anno di nascita è il 1930) opposta, per intenderci a quella newyorkese così perfettamente interpretata con inarrivabile autoironia da Woody Allen, schieratosi non a caso –pur senza la convinzione di una Meryl Streep- per Hillary Clinton; quella Hillary Clinton ex segretaria di Stato, ex sostenitrice delle recenti guerre americane in giro per il mondo (dall’Afghanistan di Bush fino alla Libia del suo compagno di partito Obama), perfettamente incastonata dentro l’establishment e gradita a quel mondo della finanza nei confronti del quale (vedi colpevoli ritardi e annacquamenti vari del Dodd-Frank Act) il tentennante Obama ha tanto abbaiato ma ben poco morso, come nei confronti del commercio delle armi e di tante altre cose, del resto.

«Se avessi qui il presidente Barack Obama, gli farei due o tre domande», attaccò Clint dopo i primi quattro anni di quella presidenza salutata quasi come la soluzione di tutti i mali del mondo: guardando una sedia vuota, al presidente rimproverava la disoccupazione record, la Guantanamo mai chiusa, la guerra ancora in corso in Afghanistan, il caos in Iraq. Obama non gradì. Reagendo sì con humour, ma evidentemente infastidito, postò poi sull’account twitter della Casa Bianca la foto di una sedia con scritto: «Occupata». Dopo altri quattro anni, Guantanamo è sempre lì, le guerre “straniere” sono sempre lì. E Obama ormai è da un annetto in giro per il mondo per photo opportunity preziose per il prosieguo della sua carriera futura. Il giudizio di Eastwood sull’attuale presidente non poteva essere cambiato: «Chiunque, ha detto, verrà eletto sarà meglio di Obama». Chiaro, no?

“Il mio non è un endorsement, non appoggio nessun candidato né ho parlato con Trump”, ha detto anche, ma lui, ha spiegato, “è uno che dice quello che gli passa in testa, anche se spesso non si tratta di concetti così buoni. Capisco da dove arrivano, ma non sono sempre d’accordo con lui. Ma la stampa e l’opinione pubblica ne fa un caso enorme dicendo ‘Oh, questo è razzismo’. Ma andate a quel paese… sono tempi davvero tristi”.

E allora? L’interprete dal grilletto facile di “Per un pugno di dollari” (accettato obtorto collo da Sergio Leone) o di quell’ispettore Callaghan così poco rispettoso delle regole e degli stessi vertici della polizia, il regista accusato da buona parte della sinistra italiana di essere una propaggine della dottrina di Bush con il cecchino di “American Snyper”, ecco, proprio lui spara su Obama e sulla sua probabile erede Hillary Clinton che poco o nulla hanno fatto per ribaltare il concetto dell’imperialismo americano nel mondo. Un paradosso? Nient’affatto, se solo alle cose americane si guardasse con occhi americani e non con quelli europei, filtrati magari dagli intellettualismi dei salotti di Manhattan; se si capisse che non è che democratici voglia dire sinistra e repubblicani destra; solo si andasse a rileggere la storia americana che racconta, tra le tante altre cose, di come a scatenare prima le proteste e poi la repressione per il passaggio liberal eurofilo con l’intervento nella Prima guerra mondiale fu proprio un democratico il “tranquillo” professore di Princeton Woodrow Wilson; se si ragionasse sul fatto che come diceva Turner (quello della teoria sulla frontiera) che il vero modo di capire il Paese è guardare a ovest e non a est.   Un sistema mentale e culturale a quanto pare duro da abbandonare, un costante abbaglio di cui la cultura europea continua a dimostrarsi vittima: sì proprio quella cultura “pussy” del polticamente corretto denunciata da Clint, quella che fa finta di non capire che tra la Clinton e Trump il candidato più gradito alla power élite militare è proprio lei e non già lui, lo sguaiato “populista” così critico nei confronti degli interventi bellici così come dei trattati internazionali tipo TTP o TTIP a lungo inseguiti dall’amministrazione Obama; quella sedicente “liberal” che ogni giorno che passa dà sempre più ragione allo scrittore Norman Mailer, un altro che già mezzo secolo fa al “politicamente corretto gli avrebbe dato fuoco…