di Gabriele Rosatelli 

Un ponte. Dall’Italia all’Africa, dall’Europa al continente nero. E’ questa la volontà espressa dal premier Renzi durante la ”Conferenza ministeriale Italia-Africa” tenutasi nella giornata di ieri presso la Farnesina, alla quale hanno preso parte anche il ministro degli Esteri Gentiloni ed il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Oltre alla loro presenza, hanno aderito all’incontro ben 52 Paesi e numerosi rappresentanti di organizzazioni internazionali. Il Bel Paese dopo essere stato tagliato fuori dalle scelte strategiche attuate per arginare l’ondata migratoria proveniente dai Balcani; dopo essersi visto chiudere le valvole di sfogo verso Nord che fino alla sospensione di Schengen consentivano la diluizione dei migranti con gli altri Paesi europei, ben più appetibili della povera Italia per le masse in cerca di una nuova vita; dopo aver capito che la crisi generata dall’inevitabile aumento di sbarchi che si prefigura per i mesi a venire, non certo rallentati dalla forte instabilità libica, probabilmente dovrà affrontarla con le proprie forze e senza un aiuto fattivo di quella che sempre più somiglia ad una dis-Unione Europea; probabilmente ha scelto di prendere in mano la situazione, o almeno tentare di salvare il salvabile. Renzi ha ribadito più volte che l’Africa non è una minaccia, piuttosto una grande opportunità; ha tenuto a sottolineare il fatto che la minaccia terroristica non arrivi dai barconi che attraccano a Lampedusa, affermazione poi smentita dal ministro degli Esteri somalo Abdusalam Omer che avvisa l’Europa riguardo un alto rischio di presenza di fondamentalisti islamici sui barconi, bensì nasca in seno al nostro territorio. Investire sui Paesi in via di sviluppo significherebbe rafforzare le loro economie, renderli più stabili e disponibili a partnership economiche; significherebbe rallentare il flusso migratorio.

Ora le conseguenze di un eventuale investimento potranno essere due: un legame economico che si rivelerà molto simile a quello neocoloniale oppure un’effettiva crescita dei Paesi africani coinvolti. Probabilmente, in questo particolare periodo storico, per la prima volta sarebbe più conveniente per le potenze europee una crescita dei Paesi in via di sviluppo. Mentre fino ad alcuni decenni fa, o pochi giorni, le grandi potenze occidentali erano dedite a sfruttare la mancanza di autonomia economica e l’instabilità politica di quelle che fino alla prima metà del Novecento erano colonie africane, per instaurare relazioni economiche fortemente squilibrate ed innescare rapporti di dipendenza caratteristici del vecchio colonialismo, portando all’esasperazione problemi che soltanto ora viviamo anche sulla nostra pelle, oggi con le parole pronunciate da Renzi si viaggia verso la seconda ipotesi. Una tesi, quella del ”ponte” fra Europa ed Africa, che favorirebbe certamente entrambe le parti, ma che a lungo raggio porterebbe il Vecchio Continente a centrare il proprio obiettivo, diminuire sensibilmente il flusso migratorio verso le proprie coste; limitando così, checché se ne dica, anche infiltrazioni di estremisti che potrebbero sbarcare in terra europea tra le migliaia di disperati in cerca di fortuna.

E’ interessante notare il trasformismo europeo, tener presente come in caso di necessità gli europei possano influenzare profondamente le politiche interne dei Paesi del ”Terzo Mondo ”, i quali non aspettano altro che provare ad uscire dalla palude nella quale sono stati per certi versi condannati dalle forze che oggi cercano un dialogo non certo disinteressato con loro. L’Europa dipende ormai dall’atteggiamento che metterà in campo da ora in avanti riguardo la situazione migranti; lo sfaldamento del sistema europeo è palese, le fondamenta sulle quali poggia stanno venendo meno a causa della sua impreparazione e superficialità nell’affrontare un fenomeno come quello migratorio causato da scelte sbagliate prese in politica estera negli anni passati. Il progetto per il ponte è pronto, l’Europa un po’ meno.