Il 19 dicembre 2011, centinaia di migliaia di persone si sono riversate per strada urlando, piangendo, quasi strisciando per terra. Una folla che all’unisono ha tirato fuori dalle proprie tasche fazzoletti bianchi e in un coro, “sofisticamente pianificato”, ha lasciato scorrere fiumi di lacrime, in preda a momenti di pura crisi esistenziale e di isteria collettiva. Non è la fine del mondo. Bensì a Pyongyang si piange la morte dell’ “amato” leader Kim Jong-Il. La Corea del Nord intera è in lutto e i telegiornali del mondo intero diffondono le immagini, abilmente scelte, di una intera nazione in ginocchio, l’ultimo baluardo del comunismo in Asia, ormai alla frutta. Violazione dei diritti dell’uomo (anche se dal 17 settembre 1991 ha il proprio seggio presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite), sotto-nutrizione cronica, esecuzioni, militarizzazione estrema e di massa dell’intera società (numeri da capogiro: 1.188.000 soldati effettivi e ben 4.700.000 riservisti, per spingere un intera popolazione ad immolarsi per un’unica causa), sono alcuni dei temi più scottanti della situazione attuale nordcoreana che il nuovo leader, Kim Jong-Un, si trova ad affrontare. Infatti, il terzogenito di Kim Il-Sung è stato immediatamente eletto all’unanimità pochi giorni dopo la morte del padre. Un “elezione” di facciata, ovviamente con la benedizione dei militari e soprattutto di partito. Il popolo rimane fuori e ci si guarda bene dal farlo partecipe di queste fondamentali scelte politiche. Kim Jong-Il, padre fondatore, Kim Il-Sung e la sua “voglia” di nucleare, ed ora Kim Jung-Un, il figliolo a prodigo. La dinastia continua; il potere rimane sempre in famiglia come nel più classico dei film dittatoriali. Ma più che definirla come una dittatura, oserei classificarla come una vera e propria monarchia: la leadership politica trova la propria peculiarità nella continuità ereditaria.

Ma che ne sarà del Nord Corea? E soprattutto chi è questo nuovo giovane rampollo? Il mondo e le grandi potenze di sicuro non esitano e continuano a mantenere sotto controllo vigile ogni possibile attività ed iniziativa di Pyongyang. Morto di una crisi cardiaca all’età di 70 anni, Kim Jong-Il, il leader indiscusso degli ultimi 30 anni, regnante sulla Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord, si era già attivato lungamente per pianificare questa tanto attesa successione. Tutto era pronto ed ha così lasciato l’intero paese nelle mani del figli terzogenito pronto ad onorare la dinastia comunista alla coreana. Non ancora compiuti trent’anni, nel settembre 2010 era già stato preventivamente designato alla successione, imponendosi sui due fratelli maggiori: Kim Jong-Nan, ex favorito (ma espulso dal Giappone nel 2001 dopo essersi entrato munito di falso passaporto) e Kim Jong-Chul, troppo effeminato agli occhi del terribile padre.

Dunque, che cosa eredità questo rampollo dalla faccia pacioccona, quasi a ricordarci un personaggio della moderna arte dei manga asiatici? Il padre, nel corso di questi ultimi decenni, ha portato avanti una repressione feroce ed accanita, riuscendo a ridurre letteralmente alla “fame” un intero popolo, denuncia Amnesty International. Con l’illusione di una ideologia, usata e studiata a proprio piacimento, il “presidente eterno” è riuscito a far di una intera nazione la propria personale  ed unica proprietà. Analizzando alcuni dati, molti dei quali terrificanti, si viene a conoscenza dell’esistenza, ancora oggi, di sei campi di concentramento per dissidenti politici,ripartiti sull’intero territorio. Quello di Kwanliso, il più noto, dove decine di centinaia di coreani hanno trovato la morte nei lavori forzati. Ovviamente, noi, in Occidente, abbiamo le nostre: Guantanamo e Abu Ghraib. Poi, non vanno dimenticate le ultime carestie degli anni ’90 che in particolar modo dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa degli aiuti Sovietici, hanno causato la morte circa di un milione di coreani, lasciando che oggi il 40% della popolazione soffra di malnutrizione. Si aggiunga, nel complesso, una economia disastrata ed arretrata, in ritardo con la semplice parola di “progresso”, malgrado il sotto-suolo sia ricco di risorse primarie e naturali. In generale si tratta di una economia atrofizzata da decenni di totale chiusura rispetto al resto del mondo. Ovviamente la sfida per questo nuovo e giovane protagonista è tutta rivolta in salita. Cercare di fornire un quadro più generale sull’ intera economia nord-coreana risulta alquanto difficile, in particolar modo per la difficoltà a reperir dati. Gli unici dati fruibili sono quelli relativi ai partners commerciali, quantificabili sul palmo di una mano, e dell’ esercito. Di sicuro si riscontra che il Pil di Pyongyang si attesta intorno ai 30 miliardi di dollari. Nulla se comparato ai 1000 miliardi di dollari della sorella nemica, Séoul.

All’interno di questo contesto, unica ancora di salvezza rimane la Cina, vero aiuto provvidenziale, meglio geostrategico, per la Corea del Nord. Storicamente, il vicino cinese diventa un colosso economico, l’ha sempre sostenuto e non ha mai avuto alcun interesse nel vedere Pyongyang crollare, destabilizzando conseguentemente la regione. La buona e vecchia teoria dello “Stato cuscinetto”, per intenderci. Il nucleare e le piccole scaramucce sul nucleare, sono solo falsi pretesti per darsi un tono tra le grandi e far vedere che anche loro esistono; anzi hanno profondo timore della “indifferenza” globale e dell’essere allo stesso modo dimenticati ed accantonati. La forza militare come strumento di propaganda e, perché no, di pubblicità, ci insegna la storia. La Cina, anche qui, economicamente parlando, ha i suoi interessi e, diciamo, si muove indirettamente. Si va quindi verso una apertura economica di tipo cinese? Sicuramente Pechino continua a spingere Pyongyang verso questa apertura al mondo esterno, sostenendola finanziariamente come nuovo partner e garantendole “tutela” nel contesto internazionale odierno. Ma a chi non giova tutto ciò?  I problemi potrebbero incrementarsi con Seoul. L’apertura forzata imposta dalla Cina trascinerebbe l’economia della Corea del Sud, un paese altamente tecnologico e ipersviluppato, verso il basso. Una possibile “riunificazione”? Al momento e per quanto immaginabile anche nei prossimi decenni è una utopia altamente difficoltosa da realizzare: costerebbe al Governo di Seoul e all’ intero Middle-East asiatico tra i 50 e i 1500 miliardi di dollari, secondo le più recenti e positive stime.

Tutte queste sfide si sono appena materializzate sulla scrivania del giovane Kim Jong-Un, direttamente catapultato al potere neanche trentenne. Non abbiamo molte informazioni sul “Grande Ereditario”, terza generazione della dinastia “Kim”, ma sappiamo bene che  non ha grandissima esperienza in materia di guerra e di politica estera. Sicuramente non fa parte della vecchia retroguardia e di quella generazione che ha schiacciato a lungo i propri sudditi. Ha studiato in Svizzera ed ha conosciuto il resto del mondo. Ha una esperienza di vita all’estero. Un privilegiato, al di sopra del 38° parallelo. Ha viaggiato, e ciò è sinonimo di conoscenza e di incontro. Ce lo possiamo immaginare come un ragazzo “normale” tragicamente destinato ad un pesante fardello sulle spalle. C’è della speranza in questa biografia. Ovviamente niente è sicuro, niente è certo oggigiorno. Un Kim può ben nascondere un altro Kim. Ma proprio in quest’epoca, dove l’ideologia dei predecessori oramai è fuori moda, sarà unicamente attraverso l’economia che il rampollo di casa Kim potrà imporre gran parte della propria autorità. La possibilità di una economia socialista, falsa liberale, alla cinese, sicuramente rappresenta un primo strumento valido per rendere la Corea del Nord un opzione credibile. Si preannuncia come la possibilità di una “nuova rivoluzione”.