“11 settembre” non significa solo New York, Torri Gemelle, Al Qaeda. Quasi quarant’anni prima dell’attacco al cuore degli Stati Uniti, un’altra nazione del continente americano visse, nello stesso giorno, un dramma di proporzioni storiche che tutt’oggi fa sentire i suoi effetti, le sue conseguenze sulla vita quotidiana di un popolo intero. L’11 settembre 1973, a Santiago del Cile, un golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet destituì il governo legittimamente eletto di Salvator Allende, assediato nel palazzo presidenziale della Moneda sino al momento del suicidio, compiuto dopo un ultimo, indimenticabile discorso radiofonico nel quale il primo presidente socialista della storia investito della carica dopo una consultazione democratica invitò l’intero popolo cileno alla resistenza contro la nascente dittatura. Da allora, Allende divenne un simbolo del socialismo latinoamericano e mondiale, un punto di riferimento cruciale per l’evoluzione storica di un continente intero, un modello per numerosi leader del socialismo del XXI secolo diffusosi dal Venezuela all’Argentina a cavallo tra il secondo e il terzo millennio. Paradossalmente, il Cile ritornato nel frattempo alla democrazia è stato uno dei pochi paesi dove il bolivarismo non ha attecchito e in cui il sistema democratico nato dopo la fine del regime militare nel 1989, incentrato su un consolidato bipolarismo, ha prodotto un paese schierato in numerose questioni su posizioni antitetiche rispetto a quelle tenute dai leader del socialismo del XXI secolo.

Attualmente governato da una coalizione di centro-sinistra, Nueva Mayoria, al cui interno spicca un Partito Socialista decisamente mutato rispetto ai tempi di Allende, il Cile sta vivendo in questi mesi un periodo di difficoltà politica, subendo gli effetti della progressiva perdita di consensi dell’esecutivo della presidentessa Michelle Bachelet e attendendo le presidenziali del 2017, appuntamento decisivo in vista del quale le principali formazioni stanno già organizzando le primarie interne. E proprio in ottica 2017, lo scorso 11 settembre è arrivata, attesa da tempo, l’ufficializzazione della candidatura alle primarie della coalizione a guida socialista da parte di Isabel Allende Bussi, 71enne figlia dell’indimenticato presidente deposto nel 1973, cugina dell’omonima scrittrice di fama planetaria Isabel Allende Llona. La scelta del quarantatreesimo anniversario del brutale golpe che stravolse la storia del Cile e sconvolse il mondo come data di annuncio della candidatura alle primarie di Nueva Mayoria da parte di Isabel Allende è stata senz’altro altamente simbolica: così facendo, l’attuale senatrice e presidentessa del Partito Socialista Cileno ha voluto al tempo stesso gettare un ponte col passato, riscattare idealmente il triste anniversario e contribuire al miglioramento dell’immagine presente del PSC, fortemente scossa dal crollo vertiginoso dell’approvazione dell’operato della Bachelet a seguito di scelte politiche poco accorte e scandali giudiziari. Il nome Allende riveste senz’altro un grande fascino in terra cilena, ma i tempi sono decisamente cambiati rispetto al 1973, e ancor di più rispetto al 1970, anno in cui Salvator conquistò la Moneda, e Isabel, piuttosto che ritenersi portavoce di istanze radicalmente innovative e di mutazioni rivoluzionarie delle prospettive future del Cile, punta a rappresentare il “rinnovamento della continuità”. Alleata storica della Bachelet con alle spalle una solida carriera nelle istituzioni, nella quale spicca il mandato da Presidente del Senato ricoperto tra il 2014 e il 2015, nell’ultimo anno la senatrice Allende ha lavorato in profondità per preparare la propria candidatura presidenziale. Rappresentante primaria del sistema che è cresciuto dopo la fine del regime di Pinochet, ella incarna l’ala maggiormente ortodossa del PSC ma, al tempo stesso, non manca dell’acume necessario a farle comprendere l’importanza del voto presidenziale del 2017 e la necessità impellente di un cambiamento interno al paese, oggi sicuramente attanagliato da numerose difficoltà e vari focolai di crisi.

Il Cile si trova infatti nella fase probabilmente più difficile e incerta della sua storia presente seguita al ritorno della democrazia, datato 1990: ad agitare il paese sudamericano hanno contribuito infatti numerose riforme impopolari promosse dal governo, come quella proposta per il settore scolastico, e la contemporanea inazione nel campo considerato maggiormente delicato dai cileni, ovverosia il settore pensionistico. La Bachelet ha visto la sua popolarità dissolversi progressivamente anche, e forse soprattutto, a causa dell’incapacità di porre mano a sensibili modifiche del modello pensionistico introdotto nel corso del mandato del suo predecessore, Sebastian Piñera, basato su una serie di fondi privati e “fortemente contestato da anni, perché non garantisce un assegno pensionistico superiore ad un terzo dello stipendio del lavoratore, con cifre spesso al di sotto del livello del salario minimo”, come riportato su “Almanacco Latinoamericano”.

Inoltre, l’opposizione e alcuni membri della maggioranza, oltre a un folto gruppo di attivisti civili, hanno denunciato come prematura e controproducente la decisione del governo di Santiago di siglare il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), l’equivalente occidentale del TTIP siglato dal Cile nello scorso mese di febbraio ad Auckland. Il deputato ed ex leader studentesco Giorgio Jackson ha rappresentato la voce più critica contro la formalizzazione dell’accordo che instaura la più grande area di libero scambio del pianeta ed è stato visto da numerosi politici e intellettuali latinoamericani come l’ennesima manifestazione dell’egemonia degli USA, che dopo esser declinata nel resto del continente punta a rafforzarsi nei paesi latinoamericani che non hanno intrapreso la strada del socialismo del XXI secolo, primi fra tutti la Colombia e lo stesso Cile. Affrontare la fase di transizione verso la completa liberalizzazione degli scambi con gli altri 10 paesi firmatari del TPP sarà un’ulteriore, importante sfida del prossimo presidente cileno; il procedimento si annuncia tormentato e insidioso, dato che il TPP entrerà concretamente in vigore in un periodo di crisi e riflusso dell’ideologia neoliberale e della mondializzazione dell’economia, contrassegnato da dinamiche imprevedibile la cui evoluzione il Cile non sarà in grado di controllare e delle quali rischia anzi di subire improvvise, spiacevoli. L’agricoltura e il settore minerario cileni, in particolare, sono già stati segnati da numerose difficoltà sistemiche, e potrebbero essere costrette a un’ulteriore fase di affanno qualora l’apertura dei mercati nazionali e transpacifici inasprisse la concorrenza da parte di prodotti provenienti dagli altri stati aderenti all’accordo.

La discesa in campo dell’Allende, dunque, avviene in una fase molto delicata per il suo paese. La scelta, altamente carica di significato, dell’11 settembre come data per l’annuncio della candidatura ha garantito maggior risalto al lancio di una campagna elettorale che apre ufficialmente la sfida per la leadership interna alla coalizione di governo. Lo sfidante di Isabel Allende alle primarie sarà Ricardo Lagos, già capo dello Stato tra il 2000 e 2006, che si presenterà come portavoce dell’ala critica alle politiche della Bachelet, preparandosi a dare battaglia in nome di una maggiore equità sociale e di una radicale riforma delle distorsioni sistemiche, prima fra tutte quella del settore pensionistico. Per ironia della sorte, dunque, la Allende risulterà di fatto essere la concorrente meno “socialista”; tuttavia, la sua carriera istituzionale e la sua estraneità ai numerosi scandali che hanno travolto il partito negli ultimi mesi le hanno garantito una forte piattaforma di consenso.

Il centro-destra, in ottica 2017, sembra intenzionato a ricandidare Pinera; in ogni caso, la partita è ancora ben lungi dall’entrare nella fase culminante, anche se le discussioni interne alle principali formazioni politiche cilene hanno consentito di evidenziare la presenza di diverse concezioni riguardo gli assetti della futura leadership cilena. Un voto cruciale non può non avere una lunga anteprima: di conseguenza, la Allende e gli altri potenziali candidati hanno deciso di giocare d’anticipo, dimostrando con le loro azioni l’importanza rivestita da un’elezione presidenziale che determinerà gli assetti futuri del Cile in una fase importante della sua storia presente.