E’ possibile iniziare a parlare di ‘offensiva di Ramadan’ dopo quanto accaduto a cavallo tra i mesi di giugno e luglio, con una scia di sangue senza precedenti e numerosi attentati a cui è stato apposto il marchio del califfato islamico. Un’offensiva annunciata da molti miliziani, i quali hanno colpito tanto nel mondo occidentale quanto in quello arabo, così come anche in paesi finanziatori dell’ISIS, quali ad esempio la Turchia.

Da Orlando ai poliziotti uccisi a Parigi, dall’aeroporto di Istanbul alle bombe posizionate a Medina in Arabia Saudita, per passare alla strage di Dacca che ha visto l’Italia colpita per via dell’uccisione di nove connazionali; molti episodi di sangue, una lunga seria di attentati che pone degli interrogativi: esiste una regia del terrore oppure si tratta di casi singoli aventi in comune soltanto il richiamo alle armi durante il mese più importante per la religione islamica? L’ISIS, che nella sua follia in questo mese ha ucciso, tra le altre cose, in numero pari musulmani e persone appartenenti ad altre religioni (dimostrando quindi come essa sia un’organizzazione terroristica che miete vittime a prescindere dalla fede), viene considerata come un’associazione da un lato gerarchica tanto da costituirsi in Stato a cavallo tra Siria ed Iraq, dall’altro lato però non sembra aver mai dato ordini diretti alle cellule del terrore sparse nel resto del pianeta.

Difficile quindi ipotizzare che gli attentati di questo ultimo mese siano frutto di un’unica regia, anche perché a Raqqa e Mosul tanto Al Baghdadi quanto i suoi principali collaboratori sono braccati dagli eserciti siriani ed iracheni; come si spiega quindi questa molteplicità di attacchi in un lasso di tempo relativamente molto breve? L’ISIS, questo lo si è detto già all’indomani della strage di Parigi del novembre 2015, agisce in maniera coordinata soltanto dove è ben radicata sul territorio; nel resto del mondo, sono presenti delle cellule che, tanto per convenienza quanto per il richiamo dell’ideologia estremista trasmessa lungo la rete web, indossano il marchio del califfato pur non avendo mai avuto formalmente contatti con i suoi leader. In molti, tornando dalla Siria o dall’Iraq, non chiedono alcun ‘permesso’ per poter mettere in piedi un gruppo terroristico ed affibbiarlo alle insegne dell’ISIS, semplicemente si rifanno all’ideologia che vi è dietro il califfato per compiere attacchi contro i civili; allo stesso modo, gruppi ribelli presenti in Libia, nei mesi scorsi hanno cambiato casacca dichiarandosi membri dell’ISIS e soltanto dopo uomini che hanno attivamente partecipato alla costituzione dello Stato Islamico si sono recati a Sirte per dar manforte; infine, altri gruppi in Europa come in Africa od in Asia, combattono in nome dell’ISIS senza però avere in comune nemmeno le strategie terroristiche con i miliziani del califfato, ma vi è il solo intento di recare terrore nella popolazione locale.

In poche parole quindi, la vicinanza temporale degli ultimi attentati è la prova che se da un lato lo Stato Islamico sta per collassare, dall’altro lato la capacità di reclutare adepti per il califfato non è mai stata così forte; in molti singoli soggetti oppure all’interno di singole cellule terroristiche, è bastato il semplice richiamo all’opportunità di effettuare attacchi nel mese del Ramadan, per mettersi in moto e passare alle nefaste e violente azioni che purtroppo sono state compiute. Ecco, per esempio, come mai la Polizia del Bangladesh ufficialmente ancora oggi dichiara che non sussistono prove certe dell’appartenenza dei cinque attentatori all’ISIS, pur essendo state diffuse sul web le foto di tali terroristi con alle loro spalle una bandiera nera del califfato; questi ragazzi, molto probabilmente, non hanno mai avuto a che fare con l’ISIS vero e proprio, non esistono tracce di un’appartenenza ben radicata e svolta entro un lungo arco temporale, semplicemente hanno aderito all’ideologia estremista ed hanno compiuto la strage in un luogo simbolo (un ristorante frequentato da occidentali) ed in un momento altrettanto simbolico (la fine del mese sacro del Ramadan). Si può ben osservare, stando almeno a quanto dichiarato dalle ricostruzioni della Polizia del Bangladesh, che anche le modalità terroristiche sono state diverse rispetto a quelle più tragicamente conosciute del fondamentalismo islamico: non erano infatti presenti kamikaze imbottiti di tritolo, nessuno si è fatto saltare in aria come a Parigi o ad Istanbul, bensì vi erano attentatori armati di spade che hanno ucciso gli ostaggi uno ad uno tra chi non conosceva versetti del Corano.

E’ questo quindi il fenomeno che preoccupa maggiormente: l’ISIS come organizzazione verticistica e militare si sta spegnendo e l’autoproclamato califfato è destinato a scomparire nei prossimi mesi, ma al tempo stesso gli estremisti riescono a reclutare in giro per il mondo numerosi adepti che agiscono in solitaria e quindi in un modo anche meno controllabile dagli apparati di sicurezza. L’uccisione da parte di un ragazzo di una coppia di poliziotti a Parigi, ne è un altro drammatico esempio; se gli attentati del 13 novembre scorso sono stati effettuati da combattenti ben addestrati di rientro dalla Siria, lo scorso mese di giugno ad agire per l’appunto è stato un singolo soggetto che è entrato in contatto con la galassia estremista tramite il web.

Un discorso a parte, può essere fatto forse solo per l’attentato presso l’aeroporto di Istanbul; al di là della metodologia ‘classica’ degli attacchi dei miliziani (attentati kamikaze svolti da una cellula ben addestrata), i terroristi in questo caso hanno agito in un paese che sta voltando le spalle all’ISIS. Forse quindi, nel caso turco è possibile intravedere un messaggio che da Raqqa i principali rappresentanti del califfato hanno voluto lanciare ad Erdogan; inoltre, e questa è senza dubbio una grande anomalia, nessuno (nemmeno l’ISIS) ha rivendicato ufficialmente quell’attacco e questo anche a dieci giorni di distanza. Difficile interpretare questa circostanza, c’è chi avanza sospetti circa un complotto tutto interno alla Turchia alla luce dei nuovi risvolti in politica internazionale ed in special modo con riferimento al riavvicinamento con Russia ed Israele, c’è chi invece interpreta questo silenzio come un ulteriore monito dell’ISIS ad Erdogan affinché torni sui suoi passi.

Di certo, le ultime vicende legate al terrorismo in tutto il mondo, permettono di evidenziare soprattutto due aspetti: in primo luogo la capacità di reclutamento dell’ISIS, in secondo luogo la vicinanza temporale di numerosi attacchi in un momento in cui il quadro mediorientale a livello diplomatico è stravolto e ribaltato rispetto all’equilibrio che ha imperato per diversi anni. Evidentemente, sia l’ISIS che chi ha permesso la nascita e la solidificazione di questa organizzazione, hanno interesse ad ‘avvertire’ ed a lasciare numerose impronte in medio oriente prima che i nuovi assetti regionali risultino stravolti una volta e per sempre.