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Non è un’esagerazione affermare che la storia contemporanea di Cuba sia stata segnata da due date che, in una prospettiva di lungo termine, acquisiscono per motivi differenti un’importanza paragonabile. La prima è sicuramente il Capodanno del 1959, quando la conquista della capitale L’Avana sancì il trionfo della guerrilla di Fidel Castro e Ernesto Che Guevara, decretò la defenestrazione di Fulgencio Batista e avviò la lunga parabola storica della Cuba rivoluzionaria. Accanto al giorno che sancì l’inizio dell’era castrista, un’ulteriore data merita di essere citata: il 21 gennaio 1998, infatti, ha rappresentato una giornata di cesura nel percorso della rivoluzione cubana, in quanto da allora in avanti la storia dell’Isla Bonita ha conosciuto sviluppi imprevedibili sino a pochi mesi prima e le cui conseguenze si fanno sentire in maniera dirompente anche al giorno d’oggi. Nel momento stesso in cui, sulla polverosa pista dell’Aeroporto Internazionale “José Marti” di L’Avana, si consumò la fraterna stretta di mano tra Papa Giovanni Paolo II e Fidel Castro, il Novecento che si avviava verso la sua conclusione conobbe uno dei suoi momenti maggiormente significativi e profondi, mentre Cuba iniziava una svolta di ampissima portata. La visita di cinque giorni del Pontefice polacco a Cuba, che formalmente rappresentava l’occasione per Giovanni Paolo II di ricambiare il viaggio compiuto due anni prima da Castro in Vaticano, contribuì a rompere l’isolamento internazionale in cui Cuba era stata costretta dopo la caduta dell’Unione Sovietica e sancì il definitivo ristabilimento di piene e fruttuose relazioni tra L’Avana e il Vaticano. Ma il senso della visita andava ben oltre: incontrando Castro, il Papa che aveva contribuito apertamente alla dissoluzione del blocco sovietico in Europa Orientale riconobbe nel Jefe non solo il leader del regime comunista simbolicamente più significativo ma anche “l’ex allievo dei Gesuiti, amico del teologo della Liberazione Frai Betto, per decenni simbolo in America Latina di un anelito di riscatto e giustizia sociale”, come scritto sul Fatto Quotidiano da Marco Politi.

1998 - In una foto d'archivio del 22 gennaio 1998 Giovanni Paolo II, in visita a Cuba, incontra Fidel Castro all'aeroporto dell'Avana. ANSA / MICHEL GANGNE

22 gennaio 1998 Giovanni Paolo II, in visita a Cuba, incontra Fidel Castro all’aeroporto dell’Avanaì – ANSA / Michel Gagne

Se Cuba doveva, nelle parole di Wojtyła, “aprirsi al mondo”, il mondo si aprì a Cuba grazie all’opera ecumenica di Giovanni Paolo II, che dimostrò di comprendere in maniera aperta i sentimenti del suo popolo e, soprattutto, la difficile contingenza storica in cui si trovava in quel momento una nazione letteralmente asfissiata dal bloqueo statunitense. Cuba viveva in quel periodo la fase culminante del Periodo Especial seguito alla caduta dell’Unione Sovietica, a lungo sostegno concreto primario del regime di L’Avana, durante il quale gli effetti economici e sociali dell’embargo si erano fatti sentire in maniera più grave, causando una contrazione del 34% dell’economia cubana a partire dal 1990. Wojtyla si espresse per la cessazione del bloqueo contro Cuba, dimostrando come l’ecumenismo del suo pontificato si manifestasse tanto sul piano pastorale quanto su quello diplomatico: la Chiesa Cattolica di Giovanni Paolo II, infatti, a partire dagli Anni Novanta si caratterizzò per una forte indipendenza, e la sua prospettiva geopolitica superò ampiamente i confini “occidentali” entro cui si era svolta la sua azione in precedenza. Giovanni Paolo II individuò alla perfezione le minacce lanciate alla sicurezza mondiale dal progressivo diffondersi di una strisciante “ideologia capitalista radicale” a partire dalla metà degli Anni Novanta, e nessuno meglio di Fidel Castro avrebbe potuto essere un interlocutore ideale per i messaggi lanciati dal Papa, che a più riprese criticò la deriva del neoliberismo nel momento in cui questo pretendeva di costituirsi a “Pensiero Unico”. Il grande affiatamento umano che si creò tra Castro e Wojtyla nel corso del viaggio del Papa a Cuba, in effetti, è almeno parzialmente spiegabile constatando le visioni comuni che due personaggi apparentemente così diversi tra loro avevano su importanti tematiche sociali: in effetti, pur criticando in maniera indiretta gli errori del regime, primo fra tutti la decisione di limitare la libertà d’espressione dei cittadini, il Papa a più riprese elogiò i successi di Cuba nel campo dell’educazione e della sanità, tutt’oggi fiori all’occhiello della nazione e del suo governo.

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  Il Papa a Cuba

Dalla convergenza personale tra Castro e Giovanni Paolo II, in seguito, sarebbe partito il percorso che, nei diciott’anni successivi, ha visto un avvicinamento continuo tra L’Avana e la Santa Sede, segnato non solo dalle visite dei pontefici nell’Isla Bonita ma anche da importanti progressi diplomatici. Una svolta ulteriore è stata imposta dall’elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio nel 2013: Francesco, primo Papa latinoamericano della storia, ha imposto un’ulteriore salto di qualità alle prospettive ecumeniche della Chiesa Cattolica e sin dall’inizio ha dimostrato di avere un legame particolare con Cuba. Attore dinamico perfettamente inserito nell’odierna dialettica multipolare, il Vaticano ha infatti compiuto un vero e proprio capolavoro portando avanti una mediazione apparentemente impossibile tra L’Avana e Washington, conclusosi nel ristabilimento di relazioni diplomatiche regolari tra gli USA di Barack Obama e la Cuba guidata da Raul, fratello di Fidel Castro. Papa Francesco ha inoltre approfondito la forte critica di Giovanni Paolo II al turbocapitalismo causa degli sfaceli di inizio millennio inserendola nel quadro della dottrina sociale della Chiesa e mostrando forti convergenze con le posizioni critiche dell’ideologia neoliberista dei governi bolivariani latinoamericani, che proprio nella Cuba di Castro hanno sempre avuto un importante punto di riferimento. Piero Schiavazzi, su Limes, ha fatto notare come proprio Papa Francesco sia stato oramai investito del ruolo di simbolo della critica al sistema dominante in campo economico, alle ingiustizie e alle disuguaglianze che ne sono il naturale frutto.  Sulla scia dei continui appelli rivolti da Wojtyla nel corso dell’Anno Santo del 2000 ai governi occidentali, invitati a condonare il debito dei paesi del Terzo Mondo, Bergoglio mostra un’acuta sensibilità per gli odierni “dannati della Terra”, e nel discorso pronunciato lo scorso 5 novembre di fronte ai delegati del 3° Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari ha aperto il suo intervento con parole emblematiche:

“esprimiamo la stessa sete, la sete di giustizia, lo stesso grido: terra, casa e lavoro per tutti”.

Affermazioni inequivocabili, seguito da ulteriori interventi “dalle assonanze castriste” che marcano l’esistenza di un sottile filo rosso tra il pensiero del Jefe e la dottrina sociale del Pontefice argentino. L’incontro tra i due, breve ma intenso, dello scorso anno, ha probabilmente marcato concretamente un passaggio di consegne: negli sguardi che Francesco e uno spento Fidel Castro, vestito umilmente con una tuta Adidas blu, si scambiano si legge intesa, si legge una comprensione reciproca, si legge una comune identità latinoamericana venuta spontaneamente a galla. Secondo Sacchelli, il discorso del Papa del 5 novembre (che chi scrive ritiene meritevole di una lettura completa) rappresenta “il vero necrologio politico, il viatico religioso di Fidel Castro e delle sue battaglie, pronunciato dal Pontefice con due settimane di anticipo e ricambiato dal fratello Raúl con la liberazione “giubilare” dei detenuti”. Aggiungiamo: la testimonianza della concreta immanenza di una forte sintonia morale tra Cuba e la Santa Sede, rafforzata dalla forte attrazione di Francesco per l’Isla Bonita, da lui trasformata nell’isola del dialogo ed esaltata nel suo importante ruolo nel moderno sistema multipolare.

Udienza di Papa Francesco ai Movimenti Popolari, 5 novembre 2016

La scelta di Cuba come luogo dello storico incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Cirillo avvenuto nel febbraio 2016, che ha posto fine a una contrapposizione iniziata nel 1448 tra i due principali centri della cristianità contemporanea, ha dato un’ulteriore riprova del ruolo concreto giocato da Cuba nell’odierno sistema internazionale. Negli anni a venire, la principale incognita sui futuri sviluppi a cui andrà incontro la posizione geopolitica di L’Avana sono connessi agli atteggiamenti che gli Stati Uniti di Donald Trump terranno nei confronti di Cuba. Il triangolo Washington-L’Avana-Roma caratterizzerà non solo la dialettica diplomatica nell’area caraibica ma anche le relazioni tra gli Stati Uniti e il Vaticano, “imperi paralleli” a potenziale rischio di conflittualità sul futuro di Cuba. La scomparsa di Fidel Castro, compianta dal Papa, non chiude certamente i rapporti tra Cuba e Vaticano, anzi li consegna a una nuova dimensione ora che Francesco cammina sul percorso inaugurato dalle visioni comuni di Wojtyla e del Jefe che portarono i due leader a trovare una grande sintonia nel corso del viaggio del Pontefice a Cuba nel gennaio 1998. Il riavvicinamento al Vaticano ha cambiato la storia recente di Cuba e ora questo processo, avviato dalla stretta di mano tra Castro e Giovanni Paolo II, influenza la stessa Santa Sede per mezzo delle prese di posizione del Papa: negli anni a venire, questa convergenza rappresenta il miglior auspicio per il consolidamento di un rapporto basato su salde fondamenta morali e solidi principi diplomatici.

Pope Francis and Cuba's Fidel Castro shakes hands, in Havana, Cuba, Sunday, Sept. 20, 2015. The Vatican described the 40-minute meeting at Castro's residence as informal and familial, with an exchange of books. (AP Photo/Alex Castro)

L’incontro tra Papa Francesco e Fidel Castro del 20 Settembre 2015, fu descritto come informale e familiare, i due si scambiarono anche dei libri – AP Photo/Alex Castro