di Cristiano Puglisi

La Federazione Russa ha inaugurato martedì il National Card Payment System. Un sistema di pagamento, valido per le transazioni interne, autonomo rispetto ai circuiti di credito internazionali. La Banca centrale moscovita ha annunciato che nei prossimi 24 mesi 100 milioni di carte di credito collegate al nuovo sistema. La fondazione del circuito nazionale era stata decisa da Vladimir Putin nel 2014, in risposta al blocco di molte carte di credito bancarie in possesso di cittadini russi. Un effetto collaterale delle famose sanzioni occidentali per la crisi ucraina. Ma la scelta di dare vita a un circuito nazionale è anche e inevitabilmente connessa con le voci su un’espulsione della Russia dal circuito internazionale SWIFT. Quello cui, per fare qualche nome, aderiscono i grandi circuiti come Visa o Mastercard.

Marchi che non hanno rifiutato l’adesione anche al nuovo sistema russo, anche se Visa lo ha fatto dopo la scadenza originariamente fissata al 31 marzo. Potenza della ricchezza russa, evidentemente, che non poteva essere semplicemente ignorata. Una ricchezza che i russi, in caso di un voto favorevole degli attuali soci, investiranno anche nella Asian Infrastructure Investment Bank, la super banca per gli investimenti strutturali nei Paesi asiatici costituita dalla Repubblica Popolare Cinese e a cui hanno già aderito diversi Paesi europei e mediorientali. I segnali vanno dunque verso una sempre maggiore volontà, da parte di Mosca, di ridurre la propria dipendenza dal sistema finanziario internazionale e in particolare anglosassone.

Tuttavia se a prima vista tali manovre possono sembrare determinanti, la realtà è differente. La Russia rimane, e la recente crisi del rublo dimostra questa vulnerabilità, un Paese esposto agli attacchi dei mercati finanziari internazionali. Una direzione da intraprendere potrebbe essere quella, coraggiosa e sostenuta dalle frange più radicalmente nazionaliste del Paese, di acquisire completa sovranità sulla moneta spingendosi fino alla nazionalizzazione della Russian Central Bank. Viceversa lo scostamento del Paese dall’esposizione verso la finanza anglofona a quella verso il dragone cinese rischia di configurarsi come un semplice “cambio di casacca” che però non scalfisce minimamente gli esistenti rapporti di forza tra finanza e politica a livello interno e globale. Basti pensare che all’AIIB aderiscono paesi che della finanziarizzazione dell’economia hanno fatto la propria bandiera, come il Regno Unito. Il rischio quindi, per chi vede le potenze eurasiatiche come un contrappeso geopolitico e geoeconomico all’egemonia dell’anarcocapitalismo americano è di vedere tradite le proprie aspettative nel nome di un’altra forma di globalizzazione. Diversa per molti aspetti, certo. Ma pur sempre globalizzazione.