Capolinea per Dilma. Il voto al Senato favorevole al proseguimento procedimento di impeachment nei confronti della presidentessa brasiliana ha espresso il suo primo verdetto importante, portando alla sospensione semestrale di Dilma dall’incarico di Capo di Stato del Brasile. Dopo un dibattito-fiume, la camera alta del Parlamento ha dato il suo via libera alla contestatissima procedura con 55 voti a favore e 22 contrari, aprendo la strada alla sostituzione di Dilma col suo vicepresidente Michel Temer, da tempo in rotta di collisione con la leader del Partido dos Trabalhadores e indicato dalla Rousseff come uno degli artefici di quello che ritiene un vero e proprio golpe. La via all’approvazione dell’impeachment è stata accelerata dal progressivo sovrapporsi, agli occhi dell’opinione pubblica e del confuso panorama politico brasiliano, delle accuse mosse a Dilma dai fautori del procedimento (riguardanti presunte falsificazioni di bilanci passati) alla tempesta giudiziaria dell’inchiesta Lava Jato. Il coinvolgimento di numerosi compagni di partito di Dilma in un’inchiesta nella quale si sono ritrovati coinvolti esponenti di numerose altre formazioni ha portato a una campagna mediatica fortemente incline a unificare le tribolazioni della Rousseff alle torbide vicende di Lava Jato per portare avanti una generale denigrazione del sistema istituzionale brasiliano edificato a partire dall’ascesa di Lùla alla presidenza nel 2003.

Mese dopo mese, l’inchiesta brasiliana Lava Jato ha assunto connotati sempre più simili a quelli dalla vicenda italiana di Tangentopoli nel periodo di suo maggior furore, vissuto attorno al 1993, in cui la caccia sistematica al colpevole, la volontà di distruggere un sistema sino alle sue fondamenta senza lasciare pietra su pietra e le acrobatiche capriole di coloro che tentarono di rifarsi una verginità politica presero il posto del dibattito ponderato, delle volontà di giungere a verità che non fossero di comodo e, soprattutto, dell’equità generale. L’accelerazione dell’ombroso e forzato processo istituzionale che ha causato la caduta di Dilma è stata diretta conseguenza del progressivo accentuarsi del clima da caccia alle streghe che ha attanagliato il Brasile negli ultimi mesi: le accese battaglie mediatiche incentrate sul ruolo della presidentessa nelle inchieste e nel progressivo deterioramento del sistema, i tentativi politici prima ancora che giudiziari di coinvolgere Dilma e Lùla nelle inchieste sulla corruzione e la temerarietà stessa degli accusatori del governo, che parlano di moralità e valori tra un avviso di garanzia e l’altro, rendono bene il quadro della situazione contemporanea del paese, in cui incoerenza e faziosità dominano incontrastate. È stata particolarmente inquietante, nel corso degli ultimi mesi, la continua strumentalizzazione del lavoro della magistratura operata da parte degli organi di stampa e delle formazioni politiche ostili al governo, che sono riuscite a convogliare esclusivamente sul Partido dos Trabalhadores responsabilità in realtà accreditabili a molteplici gruppi di interesse. Come ha scritto Massimo Cavallini su “Il Fatto Quotidiano”: il procedimento che ha portato all’estromissione di Dilma dal palazzo presidenziale “è sicuramente il risultato d’una manovra politica infame e per molti aspetti grottesca. […] non un momento di lotta alla corruzione, ma l’ultimo spasimo d’un sistema corrotto, un paradossale processo nel quale chi giudica è più colpevole di chi viene giudicato. Una farsa, se si vuole. Un triste festival di tradimenti e di pugnalate alla schiena”. Un commento esaustivo che permette di comprendere il vuoto istituzionale nel quale il Brasile rischia di precipitare se la conflittualità artificialmente accesa e spregiudicatamente alimentata continuerà.

L’ascesa di Temer al potere rischia di trasformarsi in una sua perenne permanenza al palazzo presidenziale, che sarà confermata solo alla fine del lungo iter dell’impeachment verso Dilma, per la quale sarà comunque preclusa di affrontare al timone di comando l’evento di massima visibilità mondiale che interesserà il Brasile in questo 2016, ovvero le imminenti Olimpiadi di Rio de Janeiro che rischiano di certificare una volta per tutte le palesi difficoltà del paese agli occhi degli osservatori internazionali. Come scritto più volte su “L’Intellettuale Dissidente”, è necessario un distinguo chiarificatore tra le responsabilità politiche di Dilma, le difficoltà sistemiche del Brasile e le prospettive future che l’attuale situazione sembra portare in emersione. La grande confusione che gli organi di informazione fanno sul paese carioca è sintomo di superficialità e scarsa conoscenza di una realtà interna variegata, nella quale sono tornate in emersione numerose contraddizioni a lungo contenute dall’espansione dei programmi sociali del governo di Lùla prima e del primo governo Rousseff poi, costruiti cavalcando una spesa pubblica sempre in espansione e tendenzialmente ben indirizzata. Le difficoltà hanno iniziato a palesarsi quando sono venute in emersione le prime falle nella programmazione di politiche a lungo termine, di ampio respiro, resesi particolarmente evidenti nel momento in cui il Brasile ha dovuto mettersi in gioco nel gestire l’organizzazione dei grandi eventi che avrebbero dovuto certificare una volta per tutte il suo decollo istituzionale, ritrovandosi invece a fungere da palla al piede per i progressi di un paese la cui crescita è stata erosa da errori di gestione e mutazioni del contesto internazionale. In tutto ciò Dilma ha avuto sicuramente grandi responsabilità, pagando in particolar modo il gap patito nei confronti di Lùla in termini di personalità e lucidità politica, ma la maniera con la quale è stata elevata a capro espiatorio delle disfunzioni istituzionali di un paese enorme come il Brasile testimonia una manovra sordida e scorretta.

Temer ha attuato con spregiudicatezza il suo cambio di casacca, disconoscendo la sua appartenenza allo schieramento progressista per riciclarsi su posizioni agli antipodi di quelle tenute dal governo Rousseff, e nel caso venisse riconfermato sino al termine del mandato e non fossero convocate le elezioni generali anticipate, potrebbe operare come Macri in Argentina, assestando violenti colpi di maglio all’architettura generale di un sistema costruito in quasi quindici anni e che merita correzioni, aggiustamenti e riforme interne, ma la cui storia non può essere sacrificata sull’altare del nichilismo. Nell’instabilità del Brasile pesa fortemente la variabile rappresentata dalla nuova classe media di 30-40 milioni di persone creata dalle riforme di Lùla, che ora lotta per istanze diverse dalla mera sussistenza e, dunque, ha rappresentato per la Rousseff una forte spina nel fianco nel momento in cui questa non è riuscita a mettere sul piatto proposte che fossero congeniali al soddisfacimento degli obiettivi della classe media brasiliana, che al pari di quelli delle sue omologhe del resto del mondo ruotano attorno al concetto di stabilità. Una stabilità conosciuta dal Brasile in campo politico per decenni, e ora messa fortemente a rischio: il climax del coinvolgimento ideologico dei sostenitori di Dilma da una parte e dei fautori di un cambiamento radicale dall’altro lascia presupporre un incremento incontrollabile della tensione all’interno del paese, e l’annuncio dell’ostruzionismo sistematico verso le proposte di Temer che sarà condotto in Parlamento dai membri del Partido dos Trabalhadores testimonia come le volontà dei due fronti contrapposti siano indirizzate all’esaurimento dei rivali prima ancora che a un risanamento della situazione. Il Brasile annaspa, le prospettive economiche per il 2016 sono critiche, le Olimpiadi di Rio incombono e saranno inaugurate da un presidente sospettato del coinvolgimento nel terremoto di Lava Jato che, almeno per ora, riesce a presentarsi agli occhi della popolazione come l’uomo del momento, l’artefice di un cambio di rotta. Un’illusione, certamente, ma che sicuramente non sarà l’ultima coltivata negli ultimi mesi dall’opinione pubblica di un paese per il quale, ora come ora, non si riesce a intravedere alcuna possibilità per un’uscita dignitosa dalla più grave crisi politica e sociale mai conosciuta negli ultimi decenni.