Chiunque dopo le vicissitudini di Maidan nel febbraio 2014 avesse creduto nella rivoluzione della dignità patriottica ucraina, di una epurazione dalla politica nazionale della galoppante corruzione governativa che mai aveva abbandonato il Paese dopo l’indipendenza del 91, probabilmente avrebbe dovuto dare maggior credito a chi, imperterrito, aveva mangiato la foglia, in un’aurea di totale disillusione e mancanza di confidenza nei confronti di un progetto politico più che fallito. Il 16 febbraio scorso, in seguito alla consegna dei report sulle attività del gabinetto governativo presso la presidenza dell’Ucraina e la conseguente disapprovazione di quest’ultima, il parlamento, nelle persone dei componenti del Block di Petro Poroshenko ha proposto una mozione di sfiducia nei confronti del Primo Ministro Arseniy Yatseniuk, sancendo la rottura definitiva di un rapporto politico tra i due vincitori della rivoluzione di Kiev.

Il discorso tenuto dal capo del governo prima delle procedure di suffragio sembrava voler sottolineare la tenacia con cui, in un Paese dilaniato da una crisi civile – sempre puntando il dito contro una pretestuosa invasione russa – “con il vicino di Nord Est che continua a premere per la nostra dissoluzione”, il governo sia riuscito a tenere insieme il Paese. Sebbene molto poco convincenti, le parole di Yatseniuk devono aver riscosso l’agognato quanto inatteso successo, poiché la mozione non è stata accolta a causa del mancato raggiungimento dello sbarramento di 226 voti, fermando la corsa del rimpasto governativo a 194 voti favorevoli. La peculiarità di questo dato risiede nello squallido teatrino andato in scena presso la Verkhovna Rada, il parlamento di Kiev, poco prima dell’effettiva votazione: alcuni membri dei partiti della coalizione di governo, in particolare Samopomish (Self-Reliance) e Bat’kivshchyna (Fatherland), si sono alzati e hanno abbandonato la seduta, rinunciando ad esprimere la propria preferenza. La mossa in questione racchiude un unico significato: il destino dell’Ucraina non è nelle mani di chi la governa formalmente. Nessuno, seguendo la seduta del Parlamento in televisione o su internet, si aspettava il salvataggio di un governo già condannato; il consenso popolare è ai minimi storici, i sondaggi conferiscono a Yatseniuk e a Poroshenko una fiducia che non arriva al 9% per il primo, meno del doppio per il secondo. Eppure sono entrambi al loro posto e, secondo le disposizioni costituzionali, ci resteranno almeno fino a luglio, vista la possibilità di votare la sfiducia al governo una sola volta per legislatura – sempre che non rassegnino le dimissioni, ma questo pare non essere il caso-.

L’equilibrio di potere a Kiev e dintorni si regge su un vacillante e delicato sistema di alleanze tra oligarchi, i veri detentori del potere temporale nel paese: personaggi del dubbio spessore morale come Rinat Akhmetov, Igor Kolomoiskiy, Viktor Pinchuk controllando le volontà di molti deputati del parlamento sono in grado di decidere le sorti di questo bastonato e corrotto esecutivo. L’uscita dall’aula di parlamentari vicini a questi personaggi ci conduce ad un duplice risultato: i poteri forti dell’economia ucraina non hanno interesse a portare il paese a nuove elezioni, a loro sta bene il fantoccio che ora si trova a capo del governo, finché c’è spazio per difendere i loro interessi; la mancata sfiducia al Primo Ministro Yatseniuk, proposta dal Presidente Poroshenko con cui questi è in rotta di collisione e portata avanti dal Block, significa piuttosto una perdita ulteriore di credito politico da parte del cioccolataio di Bolgrad sul quale, probabilmente, già si scommette sul giorno della sua esautorazione de jure.

Il dato oggettivo che emerge da queste ultime situazione riguarda il fallimento del progetto democratico pubblicizzato dall’Occidente. Dopo gli erculei sforzi compiuti per rovesciare un governo filorusso stabile (seppur corrotto – ma in Ucraina è pane quotidiano), aver messo in ginocchio l’economia di un paese in lenta crescita, aver svalutato di 3 volte la grivna, aver contribuito allo scoppio di un conflitto che ha distrutto l’intera porzione orientale del territorio nazionale, aver promesso di avviare le procedure di adesione al mercato europeo, solitamente preludio di un qualcosa di più dolce, per poi ricevere il veto da parte dei Paesi Bassi… L’Ucraina è il caso più emblematico, se non altro perché tra i più prossimi geograficamente, di una esportazione di democrazia che ha prodotto più ingiurie economiche, politiche e sociali che altro; anche peggiore dei pasticci mediorientali, dal momento che la stessa Unione Europea ora rifiuta di andare a riversare i propri prodotti in un nuovo potenziale mercato; semplicemente, non interessa a nessuno. La contestualizzazione dell’accaduto in uno scenario geoeconomico e geopolitico eurasiatico rappresenta una sconfitta per i principali shareholders, ossia l’Unione Europea e affini, che si sono accollati i costi politici ed economici di un pasticcio messo a punto nelle stanze dei bottoni, lasciando in eredità un altro precedente infausto, oltre che uno status quo raccapricciante nella “Terra di Confine”. A due anni da Maidan, un altro scempio di cui vergognarsi.