Intervista a cura di Tancredi Sforzin

Buongiorno Lazzeri, oggi parleremo con Lei di Ucraina e molto altro… Entriamo subito nel vivo della tematica: chi si cela dietro i fronti opposti nel Donbass?

Credo sia inutile fare della dietrologia sulla questione ucraina. Quel che è certo è che ci sono interessi diversi e confliggenti tra Europa e Stati Uniti da un lato e Russia dall’altro. Ma sono due modelli di pensiero, due visioni del mondo che non possono trovare un punto di incontro, un tavolo comune, proprio perché non ci sono nel fondo dei parametri comuni sui quali discutere. Per la Russia, dopo l’annessione della Crimea, non si tratta di perseguire una mera occupazione di territori in stile imperialista. Personaggi tornati alla ribalta come Eduard Limonov e Alexandr Dugin – ritenuti i “falchi” di Mosca in questa vicenda – nei recenti reportage del Corriere della Sera, sottolineano come la cosiddetta “Novorossija” sia da considerare come uno spazio che deve ritornare nella Casa comune dei popoli russi. In un certo senso convengo con Edward Luttwak, quando – durante l’intervista che gli ho rivolto la settimana scorsa a Roma – ha sostenuto che l’unica soluzione per risolvere la crisi è quella di “dare a Putin una matita in mano per disegnare quale parte dell’Ucraina vuole…”.

Effettivamente, una matita data in mano a Putin, potrebbe disegnare la soluzione definitiva; per ora, gli accordi di Minsk tra Hollande e Merkel hanno portato solo ad una tregua. Crede che possa durare? E che cosa ci dice del ruolo dell’Unione Europea nella gestione di questa crisi?

Ogni tentativo di mediazione come quello di Minsk è destinato con tutta probabilità a fallire. La tregua siglata recentemente è appesa, infatti, ad un filo. Per l’ennesima volta si è dimostrato che l’Europa non esiste, tanto che l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, non è stata nemmeno invitata e la missione è stata guidata da Francia e Germania. Per la verità l’impressione è che Hollande si sia presentato solo tentando di salvare i contratti miliardari per la fornitura alla Russia delle navi Mistral che sono ancora alla fonda nei cantieri navali degli armatori francesi. Angela Merkel, invece, ha dimostrato per l’ennesima volta di essere solo un leader continentale, non europeo. Si è posta come mediatrice tra Mosca e Kiev, tutelando gli interessi tedeschi sulle reti di gasdotti che dalla Russia giungono in Europa, ma senza spendere una parola sulla questione delle milizie dell’Isis che stanno prendendo terreno in Libia, minacciando le coste italiane.

E su Isis e Libia torneremo fra poco. Ora, però, ci tolga una curiosità: in più occasioni, il think tank Il Nodo di Gordio ha parlato di un sistema internazionale – quello attuale- retto da geometrie variabili. In un simile contesto, anche attori minori trovano margini per esercitare influenze significative. Che idea si è fatto, ad esempio, di paesi quali i baltici e la Polonia?

In tutta questa drammatica vicenda le regioni baltiche e la Polonia stanno mettendo sul piatto paure e timori che, francamente, non hanno grande fondamento. L’idea che la Russia possa invaderle è fuori da ogni logica. Anzi, il rischio che si corre è che le pressioni di Varsavia e di altri Stati dell’Europa orientale affinché la Nato fornisca armi a Kiev non fanno altro che alimentare pericolosamente il livello della tensione già sufficientemente pesante.

Veniamo alle proposte italiane, sempre in relazione alla crisi ucraina. Il Ministro Gentiloni ha indicato l’autonomia del Trentino-AltoAdige/Südtirol come possibile modello per un Donbass finalmente ridisegnato. Nel vuoto delle proposte occidentali, ci sembra un’ipotesi interessante, a lei che è trentino, che glie ne pare?

È un’idea condivisibile e probabilmente una soluzione che ben si adatta alla realtà delle provincie orientali ucraine. Di certo si tratta di un’ipotesi migliore di tanti accordi che, dopo essere stati siglati, vengono regolarmente disattesi. Il particolare statuto di autonomia che contraddistingue la regione alpina, rappresenta una storica conquista che ha consentito di evitare il protrarsi di frizioni etniche e linguistiche, realizzando un ponte tra il mondo italiano quello tedesco. D’altro canto, non più tardi di tre mesi fa, durante i lavori di un convegno internazionale a Baku, “Il Nodo di Gordio” aveva proposto lo stesso modello per dirimere l’annosa questione del Nagorno Karabakh, terra ancora contesa tra Azerbaigian ed Armenia.

Sempre a proposito di Gentiloni, nei giorni scorsi si è ipotizzata un’operazione militare, da condurre in Libia. Pare che ci si sia avveduti del disastro seguito all’attacco del 2011, secondo Lei, l’Italia entrerà realmente in guerra?

In Italia, si sa, vige la politica degli annunci. E anche questa volta non ci siamo smentiti. Da un lato le prime dichiarazioni “interventiste” del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, del Ministro della Difesa, Roberta Pinotti e anche del Premier, Matteo Renzi. Poi, il dietrofront in parte giustificato da un’effettiva complessità della situazione in Libia, in parte da probabili pressioni di altri Paesi europei. Quali? Non è escluso che provengano dagli stessi che, in qualche misura, ci hanno trascinato nel 2011 in una guerra assurda dagli effetti devastanti soprattutto per l’Italia. Il Nodo di Gordio lo disse chiaramente, insieme a molti altri a dire il vero, che sarebbe stato un grave errore quello di attaccare la Libia per rovesciare Gheddafi. Il rischio era quello di far sprofondare Tripoli nel caos di una guerra senza fine. Mi pare proprio sia questo ciò che sta accadendo…

Una destabilizzazione permanente; eppure, esistono interessi nazionali in Libia che meritano di essere tutelati. Interessi energetici, di sicurezza e, non ultimo, il problema migratorio, che proprio dalla costa libica origina…

L’Italia ha da tempo immemore forti interessi nazionali in Libia. La caduta di Gheddafi e l’avanzata dell’Isis ora mettono ulteriormente a repentaglio la sicurezza dell’Italia e dell’Europa tutta. Sono saltate ingenti commesse commerciali per le nostre imprese e sono state stracciate le intese siglate con il Colonnello. La dipendenza energetica del nostro Paese da Tripoli è crollata dal 25% del 2011 a solo l’8% di questi giorni, il che implica da un lato un grosso problema di diversificazione degli approvvigionamenti e dall’altro una perdita di terreno in quell’area per l’Eni a favore di concorrenti francesi ed inglesi, guarda caso… Non solo. È evidente che aumenterà esponenzialmente il numero degli sbarchi sulle coste italiane. La Libia è divenuta infatti territorio di transito per milioni di disperati che dall’Africa occidentale vogliono approdare in Europa. E nonostante gli sforzi compiuti dalla Marina Militare con le operazioni Mare Nostrum e Triton – ad onor del vero senza grande sostegno da parte dell’Unione europea – è impossibile controllare un flusso immigratorio di questa portata.

Un’ultima domanda, che poi è quella che avevamo lasciato sospesa. Lei che cosa pensa dell’Isis?

Ne abbiamo scritto diffusamente in “Masters of Terror”, l’ultimo numero del quadrimestrale “Il Nodo di Gordio”. Ci siamo interrogati sul vasto fenomeno del terrorismo internazionale ed in particolare sul conflitto esistente tra “terrorismi”. Si è passati infatti dalla nuova Fitna – l’atavico scontro tra sunniti e sciiti – alla contesa tra alcuni gruppi fondamentalisti per la supremazia nell’ecosistema dei “Maestri del Terrore”. Emblematica è la contesa esistente tra le milizie del Califfo Abu Bakr al Baghdadi ed i jihadisti di Al Qaida. Il brutale rogo del pilota giordano, tuttavia, ha cambiato ulteriormente il volto di questo scontro che ora si svolge anche all’interno del mondo sunnita. L’impressione, per venire alla sua domanda, è che ci sia ben poco di islamico e di religioso tra i tagliagole dell’Isis. In questo senso, non posso quindi che sposare le parole del Vice Presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana, Yahya Pallavicini: “Non c’è nulla di santo e di giusto nella violenza assassina, non c’è nulla di religioso e di civile”.