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E’ stato presentato come l’accordo della svolta, il documento in grado di arginare il fenomeno delle traversate nel Mediterraneo e delle relative tragedie che da anni si susseguono lungo il tratto di mare posto tra la Libia e la Sicilia; in realtà però, quanto siglato da Gentiloni ed Al Serraj lo scorso due febbraio a Roma, appare se non lettera morta quanto meno un accordo dalle molteplici difficoltà e criticità. E’ bene, in primis, evidenziare un fatto che già in altre occasioni è stato ben rimarcato: Al Serraj al momento rappresenta solo se stesso, non ha il controllo nemmeno della capitale libica ed il suo esecutivo, nato da un accordo ONU all’interno di un albergo del Marocco, appare in grande difficoltà. Stringere accordi con Al Serraj equivale a siglare assegni a vuoto: l’attuale capo di governo libico non ha un esercito, non ha appoggio popolare e non ha nemmeno una sede fisica sicura in cui poter lavorare, visto che molti uffici proprio per motivi di sicurezza si trovano attualmente all’interno di una nave ancorata a Tripoli.

Leggendo i dettagli del documento siglato a Roma, saltano agli occhi non poche perplessità; l’accordo infatti, in poche parole, contiene due punti salienti: l’Italia fornisce armamenti e mezzi alla Libia per poter pattugliare le coste, la Libia garantisce all’Italia una lotta senza quartiere per fermare le partenze dai propri porti. La domanda sorge lecita: questi soldi e queste strumentazioni, Roma a chi le sta fornendo? E’ stato più volte rimarcato e lo si è detto anche sopra, che Al Serraj non ha un esercito e non ha alcuna forza armata a sua disposizione: dunque, è bene capire a chi si riferisce il presidente del consiglio Gentiloni quando parla di ‘rafforzamento della Polizia di frontiera libica’, se già anche a Tripoli il premier libico ha difficoltà a controllare i quartieri centrali dove teoricamente dovrebbe avere libero acceso almeno agli edifici del suo stesso governo. Al Serraj ha a sua disposizione delle milizie, tra le quali quelle di Misurata, che se da un lato hanno contribuito alla cacciata dell’ISIS da Sirte, dall’altro sono ben lontane dal poter essere considerate un esercito vero e proprio; esse sono, per l’appunto, delle fazioni fedeli alle tribù di Misurata (terza città del paese e cuore industriale della Tripolitania prima della caduta di Gheddafi), le quali non garantiscono rispetto di patti interni né tanto meno internazionali.

Video che testimonia il clima all’epoca del primo accordo sui migranti, giudicato dalla corte europea contrario al rispetto dei diritti dell’uomo. L’accordo siglato da Gentiloni, sotto tutela di Bruxelles, è invece una vittoria…
Ma c’è di più: si presuma, per assurdo, che Al Serraj riesca a reclutare anche una piccola forza armata ed a piantarla con i mezzi forniti dall’Italia all’interno delle rade dei porti di Tripoli e Sabrata; che succede se, ad esempio, l’ex premier filo – islamista Ghwell riesca con le proprie milizie a riprendere il potere? Non è, quest’ultima, un’ipotesi da considerare velleitaria: Ghwell ha già tentato due colpi di stato (ammesso che esista uno stato) negli ultimi quattro mesi, più volte ha dimostrato di tenere già il controllo di alcune zone di Tripoli e di poter contare su diversi uomini a disposizione per riprovare la spallata definitiva ad Al Serraj. Se il prossimo tentativo va a segno, a chi andranno le nostre armi e le nostre strumentazioni? Cadranno in mano degli islamisti? Oppure, ancora peggio, nel caos della Tripolitania paradossalmente cadranno nelle mani delle bande che organizzano o quanto meno agevolano il traffico vergognoso di esseri umani?

L’Italia si è ritrovata dentro un imbuto da cui adesso è difficile uscire. Roma ha avallato l’intervento NATO contro Gheddafi, non ha tutte le colpe ma ha comunque una grave responsabilità storica per lo stallo libico e la ripresa, da cinque anni a questa parte, delle tragedie della disperazione nel Mediterraneo. Adesso il governo italiano si ritrova nel cuore del nuovo scenario di scontro/incontro tra Russia ed USA; Mosca appoggia Haftar, che un esercito ce l’ha così come ha il controllo su una larga fetta di territorio cireniaco e non solo, Washington per cercare di salvare la faccia dopo quanto combinato nel 2011 e nel 2012, ha provato ad imporre un governo definito di ‘unità nazionale’ che risponde ad Al Serraj: in tutto questo, l’Italia non ha margini di manovra per poter usare il proprio peso economico nell’ex colonia e cercare di mediare tra i due governi che si contendono il potere in Libia ed è costretta, su incipit americano ma anche di Bruxelles, a siglare assegni a vuoto con un esecutivo la cui stabilità è fortemente compromessa. Questo non solo non produrrà frutti nella lotta al traffico di esseri umani (500 migranti sono stati fatti tornare indietro da quando è stato siglato l’accordo, ma al tempo stesso più di 1.500 sono sbarcati nei porti siciliani), ma creerà non pochi grattacapi al nostro Paese ed ai nostri interessi economici se le mire di Haftar arrivino un giorno a compimento.

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Forze fedeli al governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghweil

In poche parole, Roma paga lo scotto di riconoscere il governo di Al Serraj. È vero, da un lato, che i nostri servizi hanno anche contatti con Haftar (circostanza non smentita in Italia e confermata dall’entourage del generale libico), ma il nostro governo è l’unico ad aver spinto per un riconoscimento a 360 gradi solo dello zoppicante Al Serraj precludendo altre iniziative diplomatiche tra le parti in causa in Libia, riaprendo anche l’ambasciata a Tripoli, operazione decisamente mal vista e mal digerita dal governo vicino ad Haftar. In tutto questo però, è bene rimarcare anche un altro aspetto e cioè la posizione ambigua (per non dire schizofrenica) dell’Unione Europea; Donald Tusk, presidente del consiglio europeo, appoggia l’accordo tra Italia e Libia (per quel che rappresenta Al Serraj): l’accordo, come detto, si basa su un principio semplice e corretto, ossia controllare le coste e bloccare i gommoni prima che prendano il largo, in tal modo sarebbero scongiurate le tante tragedie di questi anni. Una linea nei fatti inapplicabile, per le ragioni sopra esposte e per la precarietà dell’esecutivo Al Serraj, ma il cui principio non appare inesatto: Tusk appoggia tale linea, ma andando indietro di nove anni, è stata l’UE a criticare il medesimo accordo stretto tra Roma e Tripoli quando a Palazzo Chigi vi era Berlusconi e Gheddafi trascorreva le sue giornate dentro la sua tenda.

Era il 2008, da Bruxelles si levarono cori di indignazione verso questa misura ritenuta irrispettosa dei diritti umani; l’accordo ha avuto immediata applicazione, con la Libia che ha ricevuto i nostri mezzi (in parte distrutti dai bombardamenti NATO del 2011) e con la marina di Tripoli che nel 2010 ha ridotto ad una cifra vicina allo zero il numero delle partenze verso la Sicilia. L’accordo de facto è poi saltato con l’avvio delle proteste nel paese africano ed è giuridicamente caduto nel 2012 grazie ad una sentenza della corte europea che l’ha giudicato come contrario al rispetto dei diritti umani. Oggi il dietrofront di Bruxelles, che sa tanto di ammissione del proprio errore: evidentemente anche l’UE si è resa conto che l’unico modo per arginare il fenomeno migratorio, è quello di un normale controllo delle coste. Ma oggi è troppo tardi: corsi e ricorsi storici, a Bruxelles non solo si sono resi conto di essersi sbagliati nel 2008 a condannare l’accordo di allora, ma soprattutto di essere caduti in errore nel volere la destituzione di Gheddafi. Sono state necessarie molte annate, molte guerre e molti morti in mare all’Europa, a questa Europa, per capire la giusta direzione da prendere, ma la Libia di oggi non è quella di sei anni fa e l’accordo tra le due sponde del Mediterraneo ha un valore molto limitato.