Nonostante l’ottimo grado di collaborazione raggiunto nelle trattative inerenti l’accordo sul nucleare dell’Iran, Mosca e Washington sembrano assai lontane dal trovare una soluzione alla crisi che le vede contrapposte da ormai un anno e mezzo. Le azioni, sia sul piano militare-strategico sia su quello economico, si sono inasprite esponenzialmente, e la Casa Bianca sembra sempre più interessata a trovare delle nuove misure che possano minare alla base il sistema politico russo. Secondo quanto riportato dai media occidentali, con particolare riferimento ad un report pubblicato dal Times lo scorso 18 luglio, le Agenzie di Intelligence americane ed inglesi sostengono che il patrimonio personale di Putin ammonti a circa 40 miliardi di dollari, ma non vi sono asset o conti correnti direttamente riconducibili alla sua persona. Perché tutto ciò? Secondo gli 007 di Langley tutte le ricchezze accumulate dal presidente russo negli anni sarebbero state dirottate in alcuni conti gestiti dai suoi vicinissimi. Tra le figure di particolar rilievo sotto questo aspetto spunta quella di Yurij Kovalchuk, presidente nonché maggiore azionista di Bank Rossiya, che oggi risulta uno dei principali istituti di credito russi con una capitalizzazione di 11 miliardi di dollari, colpito dalle sanzioni occidentali in seguito all’aggravarsi della crisi ucraina. Insieme a lui altri importanti personaggi vicini a Putin hanno subito il congelamento ed il sequestro dei loro patrimoni depositati nei Paesi che hanno sottoscritto il piano di sanzioni alla Russia. Emblematico è stato il caso di Arkadij e Boris Rotenberg, compagni di judo del presidente russo ai tempi di San Pietroburgo, beneficiari di milionari contratti di fornitura legati all’organizzazione dei Giochi Olimpici invernali di Sochi, cui il governo italiano ha contribuito con una figuraccia diplomatica sequestrando alcuni immobili di proprietà dei due fratelli, per un valore nominale di pochi spiccioli, paragonati al patrimonio in loro dotazione.

Ad “indicare” la via ai sabotatori di Putin ha contribuito Sergey Pugachev, sinistro individuo che, dal periodo della perestrojka in avanti, ha tirato le fila dell’economia e della politica russa nelle vesti di banchiere, ma soprattutto come consigliere capo dell’amministrazione presidenziale di Boris Eltsin. Nell’intervista rilasciata pochi giorni fa al canale televisivo filo-opposizione russo “Dozhd” (“TvRain”), il burattinaio del primo presidente post-sovietico racconta i retroscena della politica russa dell’epoca. Sarebbe stato proprio Pugachev, secondo quanto raccontato a Kseniya Sobchak, a presentare Putin a Eltsin, determinandone la successione politica. L’ex “cassiere di Putin” si è anche reso protagonista di dichiarazioni inerenti all’attuale condizione dell’economia russa, definendolo un feudalesimo del terzo millennio, nel quale “la proprietà privata non esiste”, dove “tutti sono servi della gleba di Putin”. Oggi Pugachev si è rifugiato a Londra, poiché sulla sua testa pende una condanna a dieci anni di carcere per frode ed appropriazione indebita di capitali per un ammontare di 655 milioni di sterline in seguito al fallimento di Mezhprombank (International Industrial Bank), reati per i quali la giustizia russa ha richiesto l’estradizione al Regno Unito. Di certo tali esternazioni trasudano frustrazione da parte di un personaggio che, come tanti oligarchi nel periodo post-sovietico, ha lucrato sull’apparato statale arricchendosi in maniera spropositata e che, dopo il giro di vite attuato da Putin sul controllo dell’economia, non ha più avuto la pesante influenza fino ad allora esercitata (per i dovuti parallelismi vedansi il caso Khodorkovskij e lo scandalo Yukos, ndr).

Ad allungare la lista dei monitorati degli Stati Uniti vi sono anche Igor Sechin, Amministratore Delegato di Rosneft, la principale compagnia petrolifera statale russa, maggiore beneficiaria dello smantellamento della Yukos, Alexey Miller, che ha lavorato nell’entourage di Putin quando egli era a capo dell’ufficio delle Relazioni Economiche Esterne del governo di San Pietroburgo, a sua volta AD di Gazprom, leader mondiale della produzione e detenzione di riserve di idrocarburi, Vladimir Yakunin, oggi capo delle Ferrovie Russe e beneficiario di altri milionari appalti legati alle Olimpiadi di Sochi, e Gennady Timchenko, re delle infrastrutture legate ai trasporti e all’energia. Tutti gli individui cui si fa riferimento sono stati colpiti dalle sanzioni americane ed europee dovute ai fatti di Crimea, per cui i loro asset e i loro patrimoni presenti in Europa e negli USA sono a loro indisponibili.

A Washington sono convinti che la prossima mossa da giocare sia quella di “tagliare le gambe” alle grandi compagnie statali, negando loro l’accesso al credito da parte delle banche occidentali. Lo stesso Vicesegretario di Stato Victoria Nuland sostiene che alla Casa Bianca poco si sappia su quelle che sono le strutture relazionali che si celano dietro alle gerarchie della politica e dell’economia russe. Negli anni passati si è fatto poco per studiare direttamente questa rete, generalmente conosciuta “per sentito dire” dall’operato dello stoico Alexey Navalny e del defunto Boris Nemtsov. Un’azione del genere, quindi, si può attuare colpendo direttamente i vicinissimi del Presidente russo, i quali costituiscono lo stato, fonte primaria nonché unica del potere di Putin. L’ultima disperata carta nelle mani di Obama & co. è dunque quella di scardinare quel complesso sistema di relazioni che ha messo in piedi la perfetta macchina statale guidata dal Presidente russo, minando dall’esterno un complesso economico che supera l’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.