Per descrivere le pratiche di approvvigionamento belligeranti saudite insieme con la reciprocità di certi “doni” palesemente illeciti e contro ogni forma di legge istituita/istituzionalizzata; l’ambiguità di certe figure politiche in cerca di conferme; la performatività linguistica di certi atti locutori spesso proferiti dagli “uomini della politica”: «L’Italia non vende bombe ai sauditi […] Ѐ tutto regolare, si tratta solo di transito» – che di fatto si traducono in pratiche di occultamento/clientelismo – si potrebbe aderire ad uno dei claim tipicamente impiegati nell’ambito della comunicazione pubblicitaria che, con l’intento di promuovere la natura genuina e l’assenza di intermediari durante la transazione economica, ne invocano l’autenticità, accorciando le distanze tra produttori di materie prime e consumatori ultimi dei prodotti finiti. L’ennesima – la quinta per la precisione – concessione bellica “elargita” dal Belpaese ai “Monarchi” del Golfo a capo della famigerata coalizione (anti-ISIS, Houthi, Cremlino, Iran, etc.), si inserisce in un contesto giuridico e geopolitico sui generis, invoca reminiscenze anacronistiche, istituisce nuove forme di accordi internazionali, ne viola altri, sancisce altresì una nuova forma di costruzione sociale, che definisce politicamente i termini: mandati, diritto internazionale, crimine di guerra, sostegno agli alleati, rifornimenti illeciti e pratiche di import/export; nonché di “popular diplomacy”; ed infine, inserisce il sistema giuridico/politico italiano, insieme con le normative o “posizioni”, piuttosto che trattati, in un circolo di emendamenti, rettifiche, firme e ratificazioni molteplici, che di fatto attestano la flessibilità formale e contenutistica di certi istituti giuridici, ma altresì l’agentività dei plurali attori politici dello scacchiere internazionale, regolamentato sì, ma solo per mantenere lo status quo ed attivare politiche di controllo/consenso altrove. Pertanto, mentre gli organismi sovranazionali si interrogano circa la destituzione di accordi (Schengen) un tempo attestanti la pretenziosità europea e la pratica paternalistica degna di un vero “Welfare” che cura di buon grado la “libera circolazione delle persone”, con l’unico intento di garantire la tutela e l’incolumità della Madrepatria – sono solo dettagli – l’intera comunità internazionale assiste ad un evento “straordinario”, una pratica di remota rilevanza sociologica-relazionale: «il Dono». Tra le varie forme di “scambio” – la cui natura è particolarmente “regolamentata” e solo apparentemente disinteressata – l’antropologo francese Marcel Mauss annovera “il dono”, evidenziando l’importanza della dimensione relazionale che sottende una simile pratica. Ebbene, possiamo rintracciare il suggellamento dell’ennesima alleanza tra Italia ed Arabia Saudita, in vista dei doni – rolex nella fattispecie- elargiti al Premier ed ai “sodali”, insieme con le bombe spedite in zone di guerra? Come interpretare l’attacco alla popolazione yemenita da parte dei paesi a guida della coalizione e tra questi anche di una parte del Barhain? Perché le ONG sono continuamente osteggiate (vedi MSF) e nonostante le molteplici ricerche, nessuno prende atto di un simile scenario apocalittico?

Cronistoria di uno scempio

Un cargo Boeing 747 della compagnia aerea azera Silk Way è decollato furtivamente nella notte di sabato scorso dall’aeroporto civile – che infondo, non differisce poi così tanto dal “militare” – Elmas di Cagliari, destinazione: Royal Saudi Air Force di Taif, vicino alla Mecca, e città nella quale risiede l’omonima base militare di Royal Saudi Armed Forces. Un carico notevole, quello imbarcato sul cargo, bombe MK84 e Blu 109. Obiettivo: rifornire l’aviazione saudita ed ottemperare agli obblighi derivati dai “rapporti economici/politici/militari”. Dunque i voli internazionali che partono dalla Sardegna divengono di indubbio sospetto/rilevanza, poiché stranamente – come si evince dall’infografica del sito aeroportuale (…) – il volo delle 15:34 in partenza da Taif e diretto a Baku mostra l’orario dell’arrivo a destinazione, mentre il volo previsto per le 04:31 in partenza da Cagliari, non solo è sprovvisto di destinazione, ma omette le informazioni utili ai passeggeri “della notte”. La notizia è pervenuta agli italiani attraverso la denuncia mossa dal Deputato (Gruppo misto – Unidos) Mauro Pili, il quale ha pubblicato sui social alcune foto, che mostravano il decollo furtivo del cargo nella notte di sabato. In realtà il rifornimento di armi in Yemen è stato duramente condannato e denunciato anche da Rete Italiana per il Disarmo (rete che raggruppa una trentina di associazioni rappresentanti la società civile); Amnesty International Italia; e l’Osservatorio Permanente sulle Armi leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (OPAL di Brescia), ma sarà l’inchiesta condotta dal giornalista irlandese Malachy Brown di Reported.ly tradotta da “Il Post” [1]e la collaborazione dell’analista Giorgio Beretta (OPAL) a scandagliare le pratiche e studiare le molteplici “licenze” concesse alla società dal governo italiano in merito alla vendita di armi ai Paesi Arabi. L’evento, infatti, non è un episodio singolo, poiché rappresenta l’epilogo di una prassi ormai consolidata. Come bene evidenziato dall’inchiesta di reported.ly, si tratta del quinto approvvigionamento. Grazie alla documentazione – “reperita” dal server del Ministero degli esteri Saudita – concessa dal gruppo di hacker “Yemen Cyber Army” (che difende gli Houthi in Yemen), la redazione di reported.ly è riuscita a ricostruire e provare le spedizioni di armamenti dal territorio europeo all’Arabia saudita. La prima spedizione ha avuto luogo il 12 maggio 2015. Dal porto di Genova, la nave «Jolly Cobalto», trasportava componenti Mk82 ed Mk84 prodotte dalla RWM Italia, che avrebbero raggiunto dapprima Gedda in Arabia Saudita da lì trasferita via terra al centro produzioni di Abu-Dhabi, con un carico pari a 6 container di 12 metri. Qui, in territori sauditi interviene l’azienda Burken Munition System per le forze armate degli Emirati Arabi Uniti, la quale è per l’appunto deputata all’assemblaggio delle componenti in vista della realizzazione finale dell’ordigno. Tale spedizione è attestata altresì da un comunicato inoltrato dalla Burken all’esercito degli Emirati, nel quale la società esplica palesemente la richiesta di facilitare (nel mese di maggio) il transito della nave “Jolly Cobalto” e anche, con una certa urgenza. Il comunicato poi sarà inoltrato dall’esercito all’ambasciata di Riyad. Ebbene, la nave noleggiata dagli arabi giungerà a destinazione. Le altre spedizioni, avvenute via mare nel porto di Olbia e Cagliari seguiranno in data 29 ottobre, 18/19 novembre, 4 dicembre, ed infine 16 gennaio. I materiali imbarcati sono componenti di armamenti che andranno a costituire l’ordigno finale assemblato in un secondo momento nella penisola arabica, dunque.. Nelle fattispecie, si tratta di componenti prodotte dalla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall AG (con sede legale a Ghedi – Brescia- e stabilimento in Sardegna (Domusnovas – piccolo centro di 6 mila abitanti a 10 Km da Iglesias -). Società sussidiaria della multinazionale tedesca, che vanta Stakeholders di tutto rispetto. Nel 2015, infatti, è stata finanziata da: Allianz, Hartford, fondo pensionistico di New York, e fondo pensionistico sovrano di Norvegia; il che potrebbe dirla lunga sui “ritorni” e sulla profittabilità derivatane ai molteplici attori economici.

Dura lex

L’esportazione di simili armamenti, impiegati per fomentare la guerra in Yemen, distruggere popolazioni – si stima che si tratti di un vero e proprio “crimine di guerra” che conta circa 6 mila feriti- risponde ad una molteplicità di istituti giuridici che in un certo senso, ne determinano la presunta liceità. Le consegne puntualmente effettuate dall’Italia agli alleati arabi violerebbero, infatti, non solo la legge in oggetto n. 185/1990 e relativi emendamenti (Norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali da armamento), poiché: «L’esportazione ed il transito dei materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono vietati quando siano in contrasto con la Costituzione […] ed è altresì vietato (n.dr.) il transito, il trasferimento, intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento verso i Paesi in Stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 delle Carta delle Nazioni Unite » ma potremmo dire la Convenzione di Ginevra, il Trattato Internazionale sul Commercio delle Armi e la “Common position” dell’Unione Europea sull’export degli armamenti. In realtà, verrebbe da chiedersi perché non solo non esiste nessun mandato internazionale (risoluzione ONU) che autorizzi l’intervento in Yemen da parte della coalizione Saudita, ma in riferimento alla normativa italiana, ed i tentativi dissimulatori dei ministri, non solo è vietata la semplice “trasferibilità”, ma altresì in “luoghi in stato di conflitto armato”: che siano loro gli artefici della guerra? In tal caso, si uscirebbe dall’ impasse. Nessun conflitto d’interessi. Del resto, l’analisi dettagliata compiuta da Beretta [2] (analista dell OLP di Brescia) verte proprio sul senso delle famigerate relazioni cui il governo italiano è tenuto a tenere (ultima nel mese di Marzo) per comunicare con trasparenza le autorizzazioni rilasciate per la vendita di armamenti. Ebbene, pare insorgano dubbi (sia per l’omissione di dati, come sottolinea Beretta), per l’assenza di destinatari di sistemi militari nella relazione governativa riferita all’anno 2013, che secondo l’analista risponde all’Arabia Saudita, sia (secondo la stampa) per la mancata presenza di autorizzazioni relative ai “permessi” concessi alla RWM Italia dal governo nell’anno 2015. Inoltre, il 19 marzo del 2013 è diventata operativa la disposizione dell’art. 27 della legge 185/90 in virtù della quale gli istituti bancari non sono tenuti a chiedere l’autorizzazione al ministero dell’economia e delle finanze per i trasferimenti bancari collegati ad operazioni in tema di armamenti[3]. Dura Lex!

[1] http:// www.ilpost.it/2015/06/26/yemen-bombe-inchieste-italia

[2] http: //www.unimondo.org/notizie/bombe-italia-nel -conflitto-in-Yemen-nuove-informazioni-152280

[3] E. Annunziato, «Le esportazioni di armi italiane nel 2014 », Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, n. 9/2015.