Mai nella Storia era successo che quattro potenze in possesso di armi di distruzione di massa si trovassero impegnate in operazioni militari nello stesso teatro di battaglia. Il recente intervento di Russia e Francia ha ampliato notevolmente il loro coinvolgimento nello scenario siriano, dove già erano attivamente coinvolte Regno Unito e Stati Uniti. Tuttavia, mai come in questi ore sembra palese quanto i destini ultimi del paese siano nei fatti legati a quelli di un solo uomo e alle capitali decisioni che prenderà in questi giorni: Bashar al-Assad. E’ infatti impossibile qualsiasi discorso riguardo ciò che sarà la Siria senza parlare del futuro di colui che ne è presidente dal 2000 e, nella travagliata situazione della guerra civile, l’anno scorso ha ricevuto un plebiscitario consenso nelle prime elezioni libere del paese da oltre quarant’anni, riconosciute valide da oltre trenta nazioni dell’ONU. Rispetto ai tradizionali rais mediorientali, Assad è oltremodo atipico: non sfoggia le pittoresche odalische che “ornavano” le delegazioni di Gheddafi né è mai apparso frequentemente di sua volontà di fronte al suo popolo, beandosi in salutari bagni di folla come era solito fare Saddam Hussein.

Schivo, riservato e con poche vere passioni, tra cui risaltano il nuoto e l’ascolto di musica, ha aumentato ulteriormente la propria riservatezza da quando ha assunto il ruolo di comandante militare dopo lo scoppio della guerra civile, posizione che d’altro canto lo ha immediatamente catapultato in prima fila nel palcoscenico internazionale. Ognuna delle fazioni e delle nazioni in contesa nel torbido teatro siriano ha, ancor prima di una propria visione della Siria, un’idea, più o meno chiara, di Assad: questo da un lato confuta chiaramente talune teorie faziose secondo cui lui e il suo governo non rappresenterebbero più da molti anni la Siria e i destini degli uni e dell’altra possano essere slegati senza problemi. Gli USA vedono come fumo negli occhi la permanenza del rais al potere, giustificando la propria presa di posizione con le magniloquenti e stereotipate tirate sull’impossibilità di trattare o affidarsi a un sanguinario despota intento a opprimere il proprio popolo….parole che sicuramente avrete sentito decine di volte in casi anche indipendenti e lontani tra loro anni luce. La verità è che dietro queste parole si cela la solita doppia morale americana e, di converso, occidentale, celere a manifestarsi quando si tratta di classificare fenomeni politici estranei alla visione mainstream: i fatti confermano che Assad, dopo esser stato incluso da Bush nella famigerata lista degli “stati canaglia”, ha compiuto diversi passi in direzione dello schieramento occidentale, arrivando persino a concedere le proprie basi e i propri “esperti tecnici” per interrogare (leggi torturare) i prigionieri catturati nella guerra globale al terrorismo lanciata dopo l’11 settembre. E che lo stesso presidente siriano non sia stato storicamente visto dall’Occidente come un nemico a trecentosessanta gradi è chiaramente dimostrato dall’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Repubblica attribuitagli dal presidente italiano Giorgio Napolitano, tra i più ferrei atlantisti che si ricordino, nel 2010.

Perché dunque gli USA insistono da anni nella demonizzazione di Assad e operano spudorate manovre in campo aperto per screditarlo e rovesciarlo? Marcello Foa ne parla in un suo recente articolo: “una delle ipotesi più credibili è che da quando i giacimenti americani sono pieni di shale oil, il petrolio del Golfo non è più indispensabile e dunque gli Usa potrebbero aver cambiato il paradigma nella regione, passando dalla stabilità ad ogni costo al caos al fine di rendere molto problematici gli approvvigionamenti energetici ad altri grandi Paesi emergenti, in primis la Cina”. Ondulante e indeciso, David Cameron segue (e per la secolare tradizione britannica questa triste inazione è ormai la regola) la posizione di Obama su Assad: egli, pur dimostrando una timida iniziativa in alcuni interventi che lo vedono lasciare uno spiraglio sulla sua permanenza al potere, eccedendo in zelo ha addirittura proposto l’instaurazione di una corte penale internazionale per la Siria, dando per scontata la colpevolezza del presidente. Dalle parole ai fatti è passata la Francia, che ha addirittura aperto fascicoli penali per crimini contro l’umanità nei confronti di Assad e di alti papaveri del regime. Una visione unilaterale della questione siriana e, di converso, della Storia pervade dunque il campo occidentale: ma questa non è di certo una novità. Appare tuttavia curiosa la contraddizione con la quale i principali governanti trattano la figura di Assad: cercando di screditarla la legittimano, minimizzando la sua influenza sugli avvenimenti dimostrano tutto il timore che provano per una sua conferma al potere, in generale cercano quindi, impossibilitati dalle contingenze geopolitiche a sfogare liberamente la propria forza militare, di abbattere Assad con la forza di vuote parole, di indurlo a vacillare e a prendere decisioni avventate mettendolo sotto pressione con un’offensiva verbale. Offensiva a cui, tuttavia, ha sempre prestato sicuramente poca fede un personaggio schivo, riservato e tendenzialmente poco propenso a curarsi delle dichiarazioni dei politici, amici o nemici che siano, come è il leader di Damasco.

La recente richiesta avanzata da Assad alla Russia affinché intervenisse con mirati raid aerei e il susseguente accoglimento da parte del Cremlino sono in primo luogo una conferma di una coerente strategia avviata anni fa da Mosca e dall’altra la conferma di quanto il governo di Putin reputi essenziale la figura di Assad per i destini della Siria. Ora, grazie all’appoggio russo che funge da cassa di risonanza per gli aiuti già portati dall’Iran e da Hezbollah alla lotta contro l’ISIS e la sedicente “opposizione moderata”, è padrone totale del futuro della Siria. Saranno proprio le scelte che farà in questo periodo a essere probabilmente decisive per la soluzione del conflitto. Un azzardo mirato potrebbe essere la tanto attesa offensiva terrestre generale, che causerebbe un’ondata di critiche a livello internazionale ma senz’altro potrebbe accorciare la guerra e risparmiare ulteriori lutti al paese, nel caso fosse condotta con decisione. In ogni caso, Assad dovrà sicuramente ripensare le basi stesse del suo potere alla luce degli anni di guerra e della carneficina in atto. Tutte le strade portano in ogni caso a lui. Il Grande Gioco delle potenze riguardo la Siria vede come attore più importante colui che meno privilegia ricoprire tale ruolo, soggetto e oggetto di dinamiche confuse; e se non agirà al più presto sarà sempre più difficile trovare il bandolo della matassa in questa Siria prostrata e sconvolta, nella quale ogni minuto lasciato all’inazione è un regalo all’anarchia.