La visita di una delegazione turca in Russia degli scorsi 25 e 26 luglio ha avuto una portata che difficilmente si poteva immaginare nel riavvio delle relazioni tra i due Paesi. Anche perchè, nei giorni immediatamente precedenti alla visita, pochissime erano le indiscrezioni trapelate sul contenuto degli incontri. Capo delegazione di Ankara era il vice premier, Nurettin Dzhanikli e con lui era presente anche il Ministro dell’Economia turco, Nihat Zeybekchi. Insieme hanno incontrato diversi esponenti del Governo di Mosca, in vista dell’atteso incontro ufficiale tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan che si terrà il prossimo 9 agosto. All’ordine del giorno degli incontri, oltre alla riapertura dei canali turistici, anche il riavvio del progetto Turkish Stream, il gasdotto da 20 miliardi di Euro che, attraversando il Bosforo, porterà il gas russo in Europa, aggirando così il fallimento del progetto South Stream, affossato definitivamente dalla crisi ucraina.  Sembrano passati anni da quel 24 novembre 2015 che vide l’abbattimento di un caccia russo sul confine con la Siria da parte della difesa aerea turca. Un incidente che poteva innescare, vista anche l’appartenenza della Turchia alla Nato, conseguenze gravissime. Ma le cose oggi sono cambiate radicalmente. Soprattutto in seguito al tentato golpe di inizio luglio. Un golpe per il quale Ankara, attraverso le pagine del quotidiano filogovernativo Yeni Safak, ha ora indicato senza esitazioni i responsabili: gli Stati Uniti, che secondo il Governo turco avrebbero agito attraverso l’ex comandante della missione Isaf-Nato in Afghanistan, il generale John Campbell, che, stando al quotidiano, alla testa di un gruppo scelto di 80 uomini preparava il “regime change” già dal marzo del 2015 in collaborazione con Fetullah Gulen, magnate e predicatore turco in esilio negli Stati Uniti. Senza dimenticare le misteriose e minacciose esercitazioni della marina americana al largo delle coste del Mar Nero, denominate “Black Sea Breeze”.

Secondo alcune informazioni riportate tra gli altri dal giornalista di Libero, Paolo Becchi, a salvare il presidente turco da morte certa, nell’albergo in cui si trovava al momento del golpe, sono stati i servizi segreti di Mosca, in particolare gli Specnaz. Ma non è finita. Vi è infatti chi non esclude il coinvolgimento nel progetto di abbattimento del governo di Erdogan della “solita” Arabia Saudita, storico alleato e fornitore di materie prime di Washington. Come cita Giampaolo Rossi su Il Giornale.it, l’account Twitter Mujtahidd, solitamente ricco di informazioni e retroscena sulla corte di Riyadh, ha esplicitamente citato il coinvolgimento dei sauditi e degli Emirati Arabi Uniti nel tentato golpe, versione confermata da fonti dell’intelligence israeliana e così come anche dal Ministero degli Esteri iraniano, che ha pubblicamente accusato anche il Qatar. Questa situazione è assolutamente nuova per Erdogan, che si trova così oggi ad essere abbandonato dai suoi tradizionali alleati, quanto meno da quelli che lo erano nell’ambito della crisi siriana. Lui che dell’islamismo aveva fatto la sua cifra politica, oggi si trova tradito da chi, insieme a lui, aveva fornito supporto logistico ed economico ai gruppi di ribelli e jihadisti salafiti e wahhabiti che hanno dato l’avvio alla guerra civile contro il Governo del presidente Bashar Al Assad a Damasco. Delle collusioni tra la Turchia di Erdogan e i militanti dello Stato Islamico si è già scritto in più occasioni. Di quelle con la setta radicale dei Fratelli Musulmani anche. Oggi però il “sultano” si trova a dover scegliere. Perché questo suo evidente cambio di prospettiva geopolitica avvicina enormemente la Turchia al blocco eurasiatico (Russia, ma anche Iran e Cina) e la allontana da quello occidentale, atlantista e arabo-salafita. Le epurazioni di massa effettuate dal Governo di Ankara in questi giorni non sembrano lasciare aperta la porta per una rapida riconciliazione con l’Occidente.

E, checchè ne dicano i nostri giornali, oggi il presidente turco gode di un supporto quasi trasversale, dato che lo scorso 24 luglio, alla manifestazione anti golpe organizzata in piazza Taksim a Istanbul hanno partecipato anche le opposizioni, esclusi i soli curdi. E’ quindi probabile che la Turchia ammorbidisca sempre di più la sua posizione nei confronti della Siria, prendendo nel contempo distanze sempre più nette dalla linea politica che, a questo punto è lecito immaginarlo, le era forse stata imposta dagli alleati occidentali ed arabi e che, probabilmente, era forse stata dettata dalla necessità di spezzare l’asse con Mosca e, nel dettaglio, proprio la realizzazione di Turkish Stream, un progetto che rischia di rendere vani gli sforzi degli Stati Uniti per favorire il fallimento del precedente South Stream. Non va infine dimenticato che alla Turchia, nel 2012, era stato garantito lo status di “dialogue partner” all’interno della SCO, la Shanghai Cooperation Organization, organo ufficiale di cooperazione militare ed economica dell’alleanza eurasiatica, a guida cinese e russa. Con la non indifferente svolta degli ultimi giorni, è possibile che anche questo percorso possa ripartire. Di certo c’è il dato che oggi la seconda e la terza Roma, Istanbul e Mosca, sono più vicine che mai.