Le ultime 48 ore saranno probabilmente ricordate a lungo in Turchia. In due giorni abbiamo assistito al blackout più grave degli ultimi 15 anni, al tragico sequestro di un magistrato nell’inaccessibile palazzo di giustizia di Istanbul, al blitz di due uomini armati nella sede del partito del presidente Erdogan, l’AKP e nella serata di mercoledì all’uccisione di una terrorista pronta a far saltare la sede della polizia sempre ad Istanbul. Apparentemente, questi eventi sembrano completamente indipendenti l’uno dall’altro, solo una serie di tragiche coincidenze, insomma. In realtà sono strettamente collegati, non tanto perché abbiano qualche aspetto in comune ma perché sono sintomo e simbolo dei problemi politici che sta affrontando il paese e, in primis, il suo presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. In gioco c’è la credibilità del governo e del presidente,cosa che,ultimamente, sta venendo meno. Nonostante il consenso senza precedenti di cui gode Erdogan, soprattutto nelle zone rurali e meno sviluppate del paese, alcuni settori della popolazione iniziano a mostrare segni d’insofferenza verso un uomo che ha concentrato nelle proprie mani un potere spaventoso, mettendo in piedi un sistema unico nel suo genere, trasformando la Turchia da paese laico,modello nel mondo islamico, in una nazione a rischio islamizzazione. Ognuno degli eventi delle scorse 48 ore fotografa a pieno quest’insofferenza e mostra i problemi dell’esecutivo.

Il blackout, nonostante sembri meno “politico” degli altri, nasconde in realtà un forte significato politico. Le cause probabilmente sono da attribuire ad un guasto tecnico anche se il governo non ha esitato a parlare di cyber-attacco. Ancora una volta il complotto, insomma, un tema caro ad Erdogan, che non spreca occasione per gridare alla cospirazione (gulenista solitamente) per giustificare le sue mancanze. Ma questa suggestione non lascia liberi nemmeno i turchi stessi, anch’essi ossessionati dalle minacce esterne ed interne al paese. Proprio questo, però, dimostra il calo di credibilità del governo e del suo presidente. La polarizzazione politica ha raggiunto livelli allarmanti e ogni evento viene automaticamente ricondotto alla sfera della macchinazione,anche quando questa c’entra poco o nulla. Come se non bastasse, le teorie cospiratorie sono favorite anche da sinistri precedenti come quello del marzo 2013, quando un’interruzione improvvisa di corrente elettrica nella capitale, proprio durante le elezioni, fece gridare allo scandalo. Solo che allora il governo si guardò bene dal parlare di complotto, dal momento che da quella consultazione uscì vincitore il candidato di Erdogan. Il problema sembra piuttosto l’incapacità del governo di dare delle risposte adeguate e soddisfacenti ai cittadini, ecco perché il complotto diventa la più credibile delle teorie. Come se il blackout non bastasse ad alimentare questa convinzione, è arrivato l’attacco compiuto dal gruppo armato del Partito Rivoluzionario di Liberazione del Popolo, una formazione politica marxista che nel corso degli anni si è resa protagonista di almeno 2.500 attacchi in Turchia, tra cui l’attentato all’ambasciata americana di Ankara del 2013. Due uomini appartenenti al gruppo di estrema sinistra sono entrati armati nel palazzo di giustizia di Istanbul ed hanno sequestrato il procuratore Mehmet Selim Kiraz, titolare dell’indagine sulla tragica morte del quattordicenne Berkin Elvan durante le proteste dell’estate di due anni fa a Gezi Park.

I sequestratori chiedevano l’incriminazione degli agenti sospettati di aver ucciso il ragazzo e la liberazione di alcuni manifestanti trattenuti proprio durante le manifestazioni per chiedere giustizia per il giovane morto. Istanbul ha vissuto un giorno da incubo fino al tragico epilogo, culminato con la morte sia dei sequestratori, uccisi durante il blitz delle teste di cuoio, sia del procupatore sequestrato, morto in ospedale a seguito delle ferite riportate. Proprio la morte del procuratore ha attirato una valanga di critiche nei confronti del governo, soprattutto dopo che il primo ministro Davutoglu ha elogiato pubblicamente il lavoro delle forze speciali, ma perchè mai plaudere ad un blitz che ha fallito il suo obiettivo? A chiudere queste 48 ore di terrore sono stati poi l’attacco armato alla sede dell’AKP di Istanbul risoltosi in poco tempo grazie al rapido intervento della polizia e l’uccisione preventiva di una terrorista, probabilmente legata alla stessa formazione di estrema sinistra protagonista del sequestro del procuratore Kiraz. La Turchia è quindi sotto attacco, almeno sembra, ma chi vuole attentare alla vita politica di questo gigante regionale? Il vero pericolo per il paese non sono i piccoli gruppuscoli armati come quello che ha assaltato il palazzo di giustizia di Istanbul, non lo sono i ragazzi di Gezi, non lo sono neppure i giornalisti che vengono continuamente censurati o nel peggiore dei casi rinchiusi nelle carceri dal governo e non lo è tantomeno l’opposizione gulenista; il problema della Turchia è la Turchia stessa, o meglio, l’immagine che ne ha costruito durante questi anni il presidente-sultano Erdogan. Le sue posizioni così radicali hanno portato all’esasperazione la polarizzazione politica nel paese contribuendo a creare un diffuso clima di terrore e instabilità. Tutti fattori che contribuiscono a far apparire i fatti degli ultimi giorni come inevitabili conseguenze delle scelte fatte da chi da anni detiene il potere. Ma c’è di più, secondo recenti sondaggi il partito del presidente sarebbe nettamente in calo e a trarne vantaggio sarebbero i nazionalisti dell’MHP che, in teoria, potrebbero stringere un’alleanza con i laici del CHP e quindi formare un governo di coalizione. Cosa intollerabile per il presidente che invece potrebbe trarre vantaggio proprio dalle violenze degli ultimi giorni. I turchi hanno bisogno dell’uomo forte in una situazione di caos come questa e chi meglio di Erdogan incarna questo identikit?