“Dittatura”, “autocrazia”, “tirannia”. In questi giorni i sostantivi si sono sprecati per definire il regime turco di Recep Tayyip Erdogan. Si fa un gran parlare delle soluzioni adottate dal capo di Stato di Ankara in risposta al tentato golpe militare dello scorso  15 luglio. Soluzioni discutibili, certamente, per un Paese che ancora si definisce una democrazia:  militari golpisti frustati e umiliati, linciaggi in piazza oltre a 40.000 dipendenti pubblici epurati. Tra questi 2.745 magistrati, 1.577 presidi, 15.000 insegnanti,  tutti i rettori delle università del Paese oltre agli imam contrari alla linea del Governo.  Ma chi oggi accusa Erdogan non ha saputo muovere un dito per contrastare la sua reazione. Non un monito, non un commento. Nulla di nulla. Unione Europea e Stati Uniti, alleati militari e politici di Ankara, sono rimasti immobili di fronte al “controgolpe” in corso. Mentre i turchi hanno usato la forza, gli occidentali hanno sprecato inchiostro e retorica. Dichiarazioni di circostanza, qualcuna magari un po’ più forte di altre, ma nulla di più. E così, mentre il governo turco bloccava, nella giornata seguente al tentato golpe, la  base aerea Nato di Incirlik, oltre a perquisirla, gli Stati Uniti e i loro alleati rimanevano inermi. Erdogan e la Turchia per ora hanno vinto. Il colpo di Stato ha paradossalmente rafforzato il presidente turco, che ha potuto così rimuovere tutti gli elementi interni contrari al suo potere, senza limiti e senza freni. Una situazione che ha fatto sorgere il sospetto di una sceneggiata ben organizzata.

Fatto sta che oggi Erdogan è il vero vincitore, che si può permettere di umiliare gli alleati occidentali tentando un pubblico riavvicinamento alla Russia e a Vladimir Putin, già avviato con le tardive scuse presentate per l’abbattimento del caccia russo impegnato nelle manovre militari contro i jihadisti in Siria del 24 novembre 2015. Manovre che sembrano perfettamente in linea con il disegno neo-ottomano del presidente turco, che punta a una sempre maggiore autonomia dall’orbita euroamericana per conquistare invece un posto di primo piano nello scacchiere geopolitico mediorientale. Un disegno oggi vincente, vincente perché ha saputo impiegare quello che l’Europa comunitaria e gli Stati Uniti hanno ormai dimenticato: la forza. Non la violenza, attenzione, ma la forza, di cui la violenza può a volte essere una conseguenza. La forza strategica, politica e militare, la forza come espressione della volontà di potenza di una nazione. Perché ci vuole forza per attuare le misure che Erdogan e i suoi hanno attuato, fregandosene delle reazioni isteriche e solamente verbali dell’Occidente, simili a quelle di una fidanzata trascurata. D’altronde l’Occidente la forza l’ha bandita dal proprio vocabolario, promuovendo invece ogni forma di debolezza. Anzi, facendo della debolezza un vero e proprio culto: basti pensare al buonismo immigrazionista, all’ideologia gender, al politicamente corretto imperante, all’esterofilia e al femminismo isterico che pervadono la nostra cultura istituzionale. L’Occidente odierno è debole e felice di esserlo. E’ un inno al fallimento, all’inerzia, alla passività. Una civiltà che reagisce agli attacchi armati coi gessetti colorati e i girotondi.

Una civiltà che non cerca l’infinito, non cerca la grandezza, ma i “pokemon” con lo smartphone. Così come chi piange i morti di Nizza con un ridicolo “flash mob” non è comunque degno di chi aspira, a torto o a ragione, all’immensità del martirio divino.  Ecco, chi approva il modus vivendi di questa civiltà totalmente autoreferenziale da aver dimenticato che possa esistere un altro da sé non è in grado di comprendere la grandiosità del disegno di Erdogan e della foga violenta dei suoi seguaci. Così come non è in grado di capire Putin e la sua Russia. E forse non è neppure degno di criticarli.