La Turchia è di Erdogan. Dopo cinque mesi dal disastro elettorale dello scorso giugno quando l’AKP, il partito del presidente, non riuscì ad ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari, Recep Tayyip Erdogan incassa la fiducia dei turchi. In quelle che probabilmente sono state le elezioni più turbolente della storia recente del Paese, il partito che governa la Turchia dal 2002 ottiene una vittoria importante che tranquillizza il suo Presidente alle prese con la censura della stampa, l’appoggio ai gruppi fondamentalisti in Siria e una gestione del potere degna di un sultano. Gli avversari escono, ancora una volta, sconfitti, mantenendo sostanzialmente intatto il consenso guadagnato nelle elezioni dello scorso 7 giugno. Il CHP, principale partito di opposizione di centro-sinistra, non va oltre il 25%, confermandosi profondamente in crisi nonostante il recente cambio ai vertici e non più in grado di rappresentare un’alternativa credibile. A far registrare un risultato non proprio positivo è il partito curdo HDP del giovane leader Demirtas che, complice una campagna intimidatoria da parte del governo, ha perso numerosi consensi rischiando addirittura di rimanere fuori dal parlamento. Una vittoria importante per Erdogan perché arriva dopo l’ultimo appuntamento elettorale che aveva rappresentato una storica delusione per l’AKP , che dopo 13 anni di dominio incontrastato aveva perso la maggioranza assoluta dei seggi costringendo il Paese a tornare alle urne. Una vittoria però mutilata per le ambizioni del Presidente e del suo partito.

Dei 330 seggi necessari per cambiare la costituzione con un referendum e trasformare il Paese in una repubblica presidenziale, l’AKP ne è infatti riusciti ad ottenere “solo” 316. La riforma costituzionale è dal 2011 il vero obiettivo dell’azione di governo della maggioranza e del suo leader. Dopo aver consolidato il consenso attorno alla sua persona, Erdogan aspira a trasformare la Turchia nel suo regno in barba alle regole costituzionali, un obiettivo che però sfugge alla sua volontà da almeno quattro anni, alimentando di volta in volta le tensioni nel Paese. Un’escalation ulteriormente aggravata dallo spillover siriano che, come un uragano, ha travolto tutti i confinanti inclusa la ricca e stabile Turchia. Il ruolo di primo piano ricoperto dalla leadership turca nel tentativo di rovesciare il governo di Bashar al-Assad, si è rivelato un incredibile boomerang per Ankara, da allora alle prese con la crisi dei rifugiati, lo Stato Islamico e le rinnovate tensioni con i curdi del PKK. A far vincere l’AKP sono state la paura e il ricatto. “Il periodo di cinque mesi dal 7 giugno fino al 1 novembre è stato anormale”, ha dichiarato Figen Yüksekdağ del partito curdo HDP, affermazioni che riflettono il clima di tensione che ha attraversato il Paese per tutti questi mesi. Un mix di strategia della tensione, con gli attentati di Suruc e Ankara, quest’ultimo il più grave della storia della Turchia, censura preventiva contro gli organi di informazione e misteriose morti all’interno di bagni aeroportuali, hanno accompagnato quest’aspra campagna elettorale. Le ragioni dell’ennesima vittoria del Presidente, ex promessa del calcio anatolico, sono da rintracciare anche nella complessa composizione della società turca. Osservando le mappe elettorali si evince chiaramente che a votare AKP sono stati, ancora una volta, i cittadini delle aree centrali e rurali del Paese, da sempre più ancorati ai valori della tradizione che il partito di governo ha l’ambizione di rappresentare, anche se l’AKP avanza, per la prima volta, anche in città storicamente progressiste come a Smirne vero e proprio fortino dei kemalisti del CHP. Non solo l’analisi religioso-culturale, insomma, stavolta a farla da padrona è stata la paura.

Paura dell’instabilità e del terrorismo, ma anche del revival curdo e dei profughi siriani che premono sul confine meridionale. Con queste argomentazioni la coppia Erdogan-Davutoglu è riuscita non solo a drenare voti ai “lupi grigi” nazionalisti del MHP, ma anche a far tacere l’Unione Europea sulle violazioni delle libertà fondamentali del governo AKP. Un governo autoritario che tenga dentro i suoi confini i profughi siriani è quello che serve all’Europa, come dimostra il pubblico endorsement della Merkel nei confronti di Erdogan di qualche settimana fa, quando seduta accanto al nuovo raìs anatolico su troni dal gusto barocco, dichiarava tutta la sua disponibilità ad accogliere Ankara nell’Unione. La vittoria di Erdogan non ha però convinto tutti, come dimostrano gli scontri tra polizia e manifestanti filo curdi nella città sud-orientale di Diyarbakir in seguito alla comunicazione dei risultati elettorali. A preoccupare sono anche le denunce riguardo le irregolarità nel voto che arrivano soprattutto dalle regioni sud-orientali, come denunciato da numerosi osservatori internazionali, tra cui il deputato Ernesto Palazzolo di SEL, che, sul suo profilo Facebook ha apertamente parlato di “clima intimidatorio” ai seggi da parte dell’esercito. Non mancano certo le stranezze in queste storiche elezioni. Secondo quanto riportato dal quotidiano “La Stampa”, il governo avrebbe fornito i documenti in fretta e furia a numerosi rifugiati siriani pur di avere un’alta affluenza e puntare alla vittoria. Una pratica non certo inventata ad Istanbul, ma che è solo l’ennesimo sintomo di una preoccupante virata autoritaria nel più grande Paese del Medio Oriente. La coppia Erdogan-Davutoglu si gode ora una vittoria per la quale sono stati messi in campo tutti i mezzi, legali e non, ma che rischia di trascinare la Turchia in un baratro fatto di violenza e autoritarismo in una società ormai estremamente polarizzata a rischio guerra civile.