Sono passati sei anni da quella notte del 31 maggio 2010 quando, al largo delle coste della striscia di Gaza, accade quello che poi passa alla storia come ‘l’incidente della Mavi Marmara’, dal nome della più grande delle imbarcazioni della Freedom Flottila, un gruppo di cinque navi con a bordo attivisti in gran parte di origine turca il cui obiettivo è quello di violare il blocco proprio su Gaza in vigore dal 2006.

In quell’assalto, muoiono nove attivisti di cui otto sono cittadini turchi; tra Ankara e Tel Aviv scatta quindi inevitabilmente il gelo, con l’intero medio oriente che trattiene il fiato visto che la Turchia da sempre è lo Stato a maggioranza islamica più vicino ad Israele. I protagonisti di allora, nei rispettivi governi, sono gli stessi di oggi: Erdogan è in sella ad Ankara, anche se ‘soltanto’ come primo ministro, Netanyahu invece guida l’esecutivo israeliano. Sono quindi proprio loro due a firmare nelle scorse ore l’accordo con il quale si sancisce la fine delle turbolenze nei rapporti bilaterali e l’inizio di una nuova fase contrassegnata dal disgelo tra i due stati mediorientali; ma a ben vedere, nella realtà in questi anni un vero e proprio ‘divorzio’ del rapporto bilaterale tra Turchia ed Israele non è mai stato posto in essere.

L’incidente della Freedom Flottila, avviene pochi mesi prima dello scoppio della primavera araba e dell’inizio quindi della destabilizzazione di molti paesi del Maghreb e del medio oriente; Israele e Turchia, dalla fine del 2010 in poi, pur se formalmente divisi e senza più diretti rapporti diplomatici, iniziano a condividere stessi interessi ed analoghi obiettivi su comuni nemici. Ankara e Tel Aviv sembrano convergere su molte questioni, a partire da quella che ancora oggi è la più spinosa di tutte, ossia la questione siriana. Tanto la Turchia quanto Israele, convivono con confini molto ‘caldi’ con Damasco e se da un lato Netanyahu da sempre mostra aspira a risolvere a proprio favore la querelle delle alture del Golan (iniziata già subito dopo la guerra dei sei giorni del 1967), dall’altro lato Erdogan vuole esaudire i propri desideri neo ottomani estendendo la propria influenza su Aleppo e su tutto il nord della Siria. Ankara e Tel Aviv, condividono quindi un ‘vicino’ ritenuto scomodo per i propri rispettivi interessi; se per la Turchia la permanenza di Bashar al Assad a Damasco è un ostacolo alle proprie mire espansionistiche, per Israele ed il suo governo risulta essere in ballo la questione dei propri confini settentrionali e questo, nel dibattito interno allo stato ebraico, si ricollega subito a quella che da sempre è la più importante delle tematiche discusse in seno alla politica israeliana, ossia la questione della sicurezza.

Inevitabile quindi che in questi anni dominati dalla tensione tra i due paesi, una certa convergenza non è mai venuta a mancare e non solo per la Siria; il rapporto tra Turchia ed Israele ha origine molto lontana, Ankara già da pochi anni dopo la nascita dello stato ebraico si è sempre rivelata se non alleata quanto meno non ostile a Tel Aviv e questo con il tempo non manca di influire anche nei rapporti economici e commerciali. Per quanto grave lo ‘strappo’ dopo l’incidente del 31 maggio 2010, i due paesi non hanno potuto fare a meno di rimanere anche solo ufficiosamente in contatto. L’avvicinamento plateale, svolto alla luce del Sole con tanto di accordo e stretta di mano, è stato quindi solo una mera questione di tempo; certo, proprio quest’ultimo aspetto inerente la tempistica apre altre maglie ed altre discussioni in seno all’attuale composizione dello scacchiere mediorientale: non può sfuggire in tal senso infatti, la circostanza che vede Ankara e Tel Aviv di nuovo sullo stesso tavolo nel momento in cui il governo turco pone fine alle proprie distanze con Mosca, con tanto di scuse ufficiali a Putin per l’abbattimento del caccia avvenuto presso il confine siriano lo scorso 24 novembre, così come è di pochi giorni fa l’incontro faccia a faccia tra lo stesso Putin ed il primo ministro Netanyahu.

Sull’asse Mosca – Ankara – Tel Aviv, si sta giocando il riposizionamento delle alleanze in medio oriente e quindi anche il futuro della regione e questo, inevitabilmente, non mancherà di avere ripercussioni anche sulla Siria, il cui governo di Assad, osteggiato dalla Turchia e mal visto da Israele, è stretto alleato della Russia. Proprio sulla questione siriana al momento, soprattutto Ankara appare in difficoltà: Erdogan vede sfuggire il sogno di prendere Mosul, pronta ad essere riconquistata dalle forze irachene che hanno appena liberato Falluja, così come vede allontanarsi i gruppi da lui finanziati dal nord di Latakia; nel sud del paese invece, Israele teme soprattutto gli Hezbollah i quali anzi raddoppiano il loro impegno volando anche a Deir Ezzour, capoluogo della provincia più ad est della Siria da tre anni assediato dall’ISIS dove le milizie sciite da due settimane danno manforte agli stremati battaglioni locali dell’esercito di Damasco. Da questo accordo quindi e dalla fine definitiva delle diatribe scoppiate sei anni fa, soprattutto la Turchia spera di portare nuova acqua ai propri mulini e di giocarsi (da una posizione ufficialmente comune con Israele, che a sua volta rinsalda i propri legami con la Russia) le partite decisive in seno all’intricato mosaico della guerra siriana.

Per giungere a questo trattato, Israele si impegna ad indennizzare le famiglie delle vittime dell’abbordaggio di sei anni fa, dall’altro lato la Turchia promette di tenere a bada Hamas; al momento invece, niente fine dell’embargo sulla striscia di Gaza (condizione richiesta da Ankara) e su questa questione si arriva ad un compromesso in cui Tel Aviv permette la costruzione di un ospedale e di altre infrastrutture a Gaza, senza però togliere il blocco che oramai dura da dieci anni e che proprio le navi della Freedom Flottila hanno provato a sfidare nel 2010.

Non mancano critiche interne, tanto in Turchia quanto in Israele; nello stato ebraico, in particolar modo, parte dell’opposizione al governo di Netanyahu grida al ‘tradimento’ ed accusa l’esecutivo di non aver difeso l’onorabilità nazionale. Ma in molti, proprio nello stato ebraico, pensano anche che nella realtà non cambia nulla; l’embargo su Gaza rimane, i legami solidi tra Turchia ed Hamas non sono scalfiti, gli obiettivi comuni sulla Siria rimangono tali.

Il trattato va a toccare in effetti solo alcuni punti marginali rispetto agli equilibri mediorientali, nella sostanza non cambia nulla né nell’atteggiamento di Turchia ed Israele all’interno degli scenari più delicati della regione, né nella loro posizione sulla Siria: Erdogan e Netanyahu, formalmente divisi in questi sei anni, stringono un patto che porta alla luce del sole i comuni interessi sulle tante questioni in cui i due rispettivi governi risultano essere importanti attori internazionali.

Articolo pubblicato in esclusiva per Gli Occhi della Guerra