Nella Turchia pre-elezioni l’opposizione e i media non allineati con il governo islamista sono letteralmente sotto assedio. Le pubblicazioni dei quotidiani Bugun e Millet sono state bloccate su ordine della magistratura e i rispettivi canali televisivi ad essi collegati, Bugun Tv e Kanalturk, sono stati oscurati. La censura avviene a pochi giorni dalle elezioni di domenica prossima. Fra gli altri siti e i canali oscurati c’è anche Yumurcak, un canale per bambini legato all’arci-nemico di Erdogan, Fetullah Gulen e il sito di Nokta a causa di alcuni articoli su dissapori all’interno dell’Akp. I blitz che hanno bersagliato Begun Tv e Kanalturk sono stati caratterizzati da manganellate, gas lacrimogeni, cannoni d’acqua e arresti di numerosi manifestanti e oppositori. Una volta dentro l’edificio, la polizia ha staccato i cavi per interrompere le trasmissioni tv. Tra i più noti giornalisti accorsi sul luogo per esprimere solidarietà alle stazioni televisive c’era anche Can Dundar, direttore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, per cui Erdogan invocò addirittura l’ergastolo prima del voto del 7 giugno scorso per alcuni scoop su una sospetta collaborazione e fornitura di armi dei servizi segreti turchi con l’Isis.

La paura del voto

Tayyip Erdogan ha una paura folle di andare al voto, consapevole del fatto che difficilmente il suo partito raggiungerà la maggioranza assoluta e che conseguentemente sfumerà il suo sogno di trasformare il paese in una “repubblica presidenziale” con egli a capo. A gennaio 2015 Erdogan aveva dichiarato di non sentirsi “sultano” ma di voler piuttosto essere come la Regina d’Inghilterra, Elisabetta II. 1 Un paragone decisamente improprio visto che le caratteristiche della repressione messe in atto dal Presidente turco potrebbero al massimo portarlo a un paragone con alcune delle peggiori dittature della storia del Sudamerica. Con Erdogan la Turchia ha raggiunto livelli di repressione nei confronti di oppositori, giornalisti e media senza precedenti per il paese, tanto che un rapporto del Committee to Protect Journalists (CJP) ha recentemente illustrato come la Turchia sia diventata una delle più grandi prigioni per giornalisti: “Dai giorni del colpo di stato militare del 1980 non ci sono state misure così drammatiche per bloccare e impedire il controllo del potere”. Il Presidente turco vuole l’esclusiva per se e per il suo partito e le opposizioni non devono avere la possibilità di presentarsi al pubblico. Secondo dati di cui è entrato in possesso il quotidiano Today’s Zaman, negli ultimi 25 giorni, al presidente sono state dedicate 29 ore di presenza in video, appena una in meno rispetto all’AKP. I repubblicani del CHP hanno totalizzato 5 ore, mentre il partito curdo HDP appena 18 minuti. Non solo, ma Erdogan ha anche tentato di influenzare i cittadini turchi all’estero, tanto che il Governo olandese si è visto costretto a convocare l’ambasciatore turco in seguito ad alcune denunce da parte di espatriati turchi che hanno visto la propria privacy violata a causa di una serie di lettere propagandistiche inviate loro dall’AKP nelle quali si invitava a votare il partito islamista per una “Turchia nuova e più forte”. La faccenda è ora al vaglio della magistratura olandese. 2

Il terrorismo

Il Ministero dell’Interno turco ha pubblicato la sua lista dei terroristi più ricercati, includendovi il magnate e imam Fetullah Gulen, ex alleato poi diventato nemico numero uno del presidente Erdogan. Nella stessa lista sono inclusi, tra gli altri, i jihadisti dell’ISIS e alcuni leader del Pkk curdo tra cui Cemil Bayik, Murat Karayilan e Duran Kalkan. Una lista dalle strane caratteristiche e che fa ponderare gli esperti di terrorismo sui criteri utilizzati dal governo turco nel compilarla. E’ possibile infatti che Ankara inserisca i jihadisti dell’Isis nella lista dei terroristi ma nello stesso tempo invia loro armi e li cura nei propri ospedali vicino il confine turco? Come non ricordare poi le amichevoli chiacchierate fatte da soldati turchi e jihadisti al confine tra Siria e Turchia? Tutto immortalato da un video. L’Isis ha svolto un ruolo chiave nella strategia turca di aggressione nei confronti delle zone curde di Kobane e Tel Abyad e dopo tutto era stato lo stesso Erdogan la scorsa estate a dichiarare che Ankara non avrebbe accettato la creazione di uno stato autonomo curda in Siria. 3 L’agenzia russa Tass ha poi reso noto che lo scorso 26 ottobre due aerei della Turkish airlines avrebbero trasportato circa 500 jihadisti dalla Siria allo Yemen (precisamente ad Al-Bab e Marib), per metterli al riparo dai bombardamenti dell’aviazione di Mosca. 4 Vi sono poi i legami con il terrorismo di matrice caucasica; sono diversi infatti gli esponenti del jihadismo ceceno e daghestano che hanno trovato rifugio nella Turchia dell’AKP, tra i più noti Israil Akhmednabiev (Sosiko) e Movladi Ugdanov; di quest’ultimo sono noti diversi indirizzi a Istanbul e tre numeri di telefono, tutti turchi. Alcune fonti sostengono poi che Islam Matsiev, uno degli amministratori del Kavkaz Center (sito propagandistico legato all’Emirato del Caucaso), sia stato ospitato per diverso tempo in Turchia. Chissà se anche loro sono stati inseriti nella lista del Ministero dell’Interno di Ankara? Difficile crederlo visto che centinaia di jihadisti provenienti da Cecenia, Daghestan e Inguscezia e oggi nelle file di Isis e al-Nusra sono stati fatti entrare in Siria proprio grazie al supporto logistico turco.

Si va al voto

Domenica la Turchia andrà al voto e questa volta potrebbe veramente essere l’inizio della fine di Erdogan e del suo entourage. Alle elezioni di giugno il partito filo-curdo HDP ha superato non soltanto la soglia elettorale ma ha raggiunto addirittura il 13%, riuscendo così a portare in parlamento 80 deputati, lo stesso numero di seggi ottenuto dal Partito di azione nazionalista (MHP) con il 16% dei voti. Al secondo posto c’è il Partito del popolo (CHP) con il 25% e 131 deputati, mentre l’AKP, che ha avuto la maggioranza parlamentare con il 40,8% dei voti , ha acquisito 258 seggi, senza però raggiungere il numero (276/550) necessario per formare da solo un governo. E’ plausibile credere che le misure repressive messe in atto da Erdogan non faranno altro che peggiorare ulteriormente la situazione del partito islamista e non ci sarebbe da stupirsi se l’AKP dovesse subire un ulteriore calo delle preferenze, sperando che le elezioni si svolgano in totale tranquillità e con la massima tutela per quanto riguarda la regolarità del voto.

1 http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/turkey/11380355/Turkish-president-Recep-Tayyip-Erdogan-I-want-to-be-like-Queen-of-UK.html