Le notizie delle ultime ore che arrivano dal fronte nordafricano sono tutt’altro che positive; un attacco di una cellula jihadista affiliata all’ISIS, è stato perpetuato in territorio tunisino, violato senza troppa difficoltà nella zona di Ben Guerdan, cittadina costiera che funge da ultimo baluardo di Tunisi prima del confine libico.
Le fonti parlano di una cinquantina di vittime tra miliziani, ma anche civili e membri dell’esercito di Tunisi intervenuti per rattoppare la falla venutasi a creare in uno dei più caldi confini africani; la Tunisia appare sempre più sotto attacco e questa volta, a differenza degli attentati del museo del Bardo e del resort di pochi mesi fa, la dinamica non è terroristica bensì di vera e propria guerriglia. Il presidente tunisino parla addirittura della volontà di una cellula dell’ISIS di instaurare una nuova provincia del califfato islamico tra Tunisia e Libia; una situazione tesa, ma al contempo anche poco chiara.

Sulla Libia in queste ore si rincorrono diverse notizie, è un fiume di inchiostro quello che si consuma nei media occidentali, specialmente in Italia e specialmente dopo l’epilogo per metà tragico e per metà felice del rapimento dei quattro nostri connazionali; si parla di avanzata del califfato, di radici molto forti messe dall’ISIS, così come oramai non si perde occasione per far riferimento a prossimi attacchi di una fantomatica coalizione internazionale a guida italiana. Insomma, su quello che fino al 2011 era il paese africano con il più alto tenore di vita, si è detto e si continua a dire davvero di tutto e tutto sembra convergere verso un’unica direzione: l’attacco occidentale per sconfiggere un nemico creato dall’occidente e fortificatosi di fronte alle nostre coste grazie ad una guerra effettuata dall’occidente. Una serie di contraddizioni che si cerca di celare sui media, al fine di dare in pasto all’opinione pubblica il ‘mostro perfetto’ per cercare di ricevere sostegno popolare ad un’ennesima azione di forza.
Il piano fino a qualche mese fa, sembrava correre in maniera abbastanza spedita: in particolare, la speranza degli USA e di tante cancellerie occidentali, era quella di arrivare nel più breve tempo possibile ad un governo di unità nazionale a Tripoli, in grado quindi di chiedere un intervento internazionale e poter quindi agire in Libia senza estenuanti forzature del diritto internazionale. Ma questo governo non è arrivato e pare non arrivare mai; gli islamisti (foraggiati dal Qatar) a Tripoli da una parte, il parlamentino di Tobruk dall’altra parte; in mezzo tante fazioni e tribù in lotta tra loro, mentre a Sirte prende corpo la base dell’ISIS.

E per cercare di ricostruire quanto avvenuto nelle scorse ore al confine con la Tunisia, si parta proprio dal posizionamento di Sirte: la città natale di Gheddafi si trova al centro della costa libica, molto lontana dai confini tunisini. Dunque, sorgono determinati dubbi sulla reale situazione in Libia: i terroristi di Al – Baghdadi oltre questa provincia posta tra Tripolitania e Cirenaica hanno massima libertà di movimento in tutto il paese oppure, come nel caso dell’episodio inerente la Tunisia, si tratta di sporadiche bande a cui per comodità e convenienza si mette l’etichetta dell’ISIS?

E’ bene specificare un punto quando si parla di Libia: qui soltanto adesso gli uomini del califfato che hanno effettuato razzie e barbarie tra Siria ed Iraq stanno mettendo piede, ma la gran parte dei miliziani è gente formata da gruppi di jihadisti attivi da anni in zona e che solo di recente, per accattivarsi le simpatie di molti potenziali combattenti, hanno issato al proprio interno le bandiere nere del califfato. L’ISIS libico inoltre, come detto, ha messo radici soltanto nella zona di Sirte e non a caso; a metà tra Tripoli e Bengasi, la città è a pochi chilometri dalle raffineria di Ras Lanuf e della costa cirenaica, una base ideale quindi per potersi organizzare e lanciare gli assalti contro terminal petroliferi che rappresentano una ghiotta occasione di finanziamento e ricatto. Per il resto, le tracce del califfato in Libia non sono poi così evidenti; anche la notizia secondo cui l’ISIS sarebbe arrivata a Sabrata, è vera in parte: se i confini dello Stato Islamico in Libia si fossero allargati fino a comprendere la storica cittadina sul Mediterraneo, allora vorrebbe dire che al – Baghdadi e soci controllerebbero l’intera Tripolitania, ivi comprese la stessa Tripoli e Misurata. Ma così non è: potrebbe trattarsi, al massimo, di un’enclave ‘nera’ vicino la capitale di un ‘quasi ex’ Stato oppure semplicemente di bande che per opportunità od ideologia si rifanno all’ISIS.

Gli uomini dello Stato Islamico come possono avere agito indisturbati in un territorio non controllato da loro e lontano dalla ‘base’ di Sirte? Da Tunisi, come detto, si parla di ‘spauracchio’ per la volontà dell’ISIS di costruire una provincia del califfato proprio tra Sabrata e la cittadina tunisina attaccata nelle scorse ore: ma con quale forza e quali forze? Frastagliata com’è la povera Libia del post Gheddafi, specie in Tripolitania sembra comunque inverosimile che un gruppo possa così facilmente prevalere sull’altro, tanto da andare ad assaltare i vicini confini tunisini; per quanto temibile e per quanto ogni sforzo debba essere perpetuato per far scomparire i miliziani del califfato tanto dal medio oriente quanto dall’Africa, l’ISIS non controlla una ‘buona fetta’ (come detto in alcuni casi sui media nazionali) della Libia, né sembra essere così temibile al di fuori di Sirte.
Sorge quindi il sospetto che, ad attaccare le guardie di confine tunisine, non siano stati miliziani dell’ISIS o comunque non ricollegabili per via diretta al califfato; potrebbe anche trattarsi, come del resto già ipotizzato per la banda che ha rapito i nostri connazionali a Sabrata, di milizie locali armate per mettere pressione ad una Tunisia la cui popolazione appare molto turbata dalla fragilità delle sue forze di sicurezza. Un presunto (ed al momento non dimostrabile) sconfinamento dell’ISIS in Tunisia, potrebbe servire da ulteriore causa giustificativa per un intervento armato in Libia; in poche parole, se a Tripoli non esiste alcun governo in grado di ‘chiedere’ l’aiuto di altri paesi, a Tunisi potremmo avere un esecutivo messo sotto pressione dal senso di insicurezza della sua popolazione e non capace di arginare l’infiltrazione dell’ISIS presso i suoi confini e che quindi potrebbe, in qualche modo, chiedere almeno un “supporto logistico” di stampo occidentale.
Non si è perso tempo nell’etichettare l’episodio accaduto in Tunisia come tentativo dei jihadisti di attaccare uno Stato ‘amico’; oramai non esiste bomba o pallottola su cui non venga cucita l’etichetta dell’ISIS, l’assalto ai confini tunisini non ha fatto eccezione ma se davvero sono stati i miliziani, essi non hanno alcuna forza reale per portare il conflitto dentro altri confini, anche considerando che i propri di confini sono ristretti alla municipalità di Sirte.

La semplificazione operata a livello mediatico sull’assalto ai confini tunisini, apre dei sospetti: sembra quasi si voglia tirare per la giacchetta la Tunisia, il cui governo non può certo permettersi di giocare con il fuoco e tollerare l’insofferenza interna che monta giorno dopo giorno, anche per questioni legate alla sicurezza. La Libia, come spiegato da Alberto Negri, è affare da più di tredici miliardi di Euro; in molti strofinano le mani e scaldano i motori di aerei e mezzi corazzati, ma senza governo non si va da nessuna parte, a meno che il governo da aiutare non sia quello di Tunisi.