La Primavera araba ha avuto inizio in Tunisia con la “Rivoluzione dei Gelsomini” nel dicembre del 2010. Migliaia di dimostranti scesero nelle piazze e in poco più di due mesi il Presidente Zine el-Abidine Ben Alì fu costretto a lasciare il potere e a rifugiarsi in esilio in Arabia Saudita. Una sorte troppo simile a quella di Bettino Craxi che proprio il presidente tunisino, dopo Mani Pulite, ospitò ad Hammamet con tutti gli onori. Questa amicizia risaliva lontano nel tempo, fino al 1987, quando Ben Alì divenne presidente deponendo il “padre della patria” Habib Burghiba, oramai sempre più senile e incline a perdere il contatto con la realtà. Fu messo a riposo con un golpe incruento, noto alle cronache dell’epoca come “colpo di Stato medico”, poiché Ben Alì, con una squadra di medici compiacenti, fece visitare nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1987 il vecchio Presidente e si fece firmare un certificato che ne attestava “l’incapacità psicofisica”. Da allora dovettero passare ventiquattro anni prima fosse costretto a farsi da parte.

La storia di quella notte tunisina aveva lasciato molti dubbi all’epoca in Europa, ma si era finito per accettare il nuovo status quo e la stabilità che la presidenza di Ben Alì avrebbe portato al quadrante nord-africano. Nel 1999, durante una audizione della Commissione Stragi della Camera, parte di quei dubbi vennero fugati dall’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SISMI dal 1984 al 1991, una delle più grandi spie della Guerra Fredda nell’Europa occidentale. In seduta segreta, l’ammiraglio raccontò che dietro al cambio di potere in Tunisia c’era stato un attento e delicato lavoro segreto dell’intelligence italiana per ordine del governo e che il merito di quella transizione pacifica andava interamente a Bettino Craxi e Giulio Andreotti.
Nel 1985 nella regione nord-africana si era creata “una situazione politico-diplomatica molto complessa” e, allo stesso tempo, si era aperta “la questione della successione al vertice della repubblica tunisina”. Burghiba era stato per lungo tempo il simbolo della resistenza al potere coloniale francese, ma all’epoca aveva già settantasei anni, colpito dalla senilità e non più capace di gestire un paese così delicato per gli equilibri dell’area. In quegli anni l’integralismo islamico cominciò a scuotere il Nord Africa e il vecchio Presidente reagì nel peggiore dei modi, ordinando la fucilazione dei sospetti, un atto che avrebbe potuto provocare reazioni non facilmente prevedibili in seno all’islamismo politico.
Il ruolo di Roma iniziò a farsi più presente dal 26 aprile 1984, quando Bettino Craxi andò in visita di Stato in Algeria, la prima di un Presidente del Consiglio italiano dal 1962, anno di indipendenza del paese africano. Il governo di Algeri era intento a diversificare la sua politica europea dopo i contrasti avuti con Parigi e Madrid, soprattutto dal momento in cui la Francia di Mitterrand aveva raggiunto una serie di accordi con la Libia di Gheddafi e il Marocco di Re Hassan II per il Ciad, intesa che aveva portato alla creazione di una sorta di blocco militare ostile tra questi tre paesi.

L’Italia, con cui erano state firmate importanti intese in materia di energia, fu il primo interlocutore a cui si rivolsero gli algerini. Craxi incontrò dunque nell’aprile del 1984 il Presidente Chadli Benjedid e il Primo Ministro pro tempore Abdel Hamid Brahimi, i quali esposero le loro preoccupazioni per la situazione tunisina e prospettarono una eventualità che sarebbe stata enormemente pericolosa. I due dissero che se Burghiba avesse continuato ad esacerbare le tensioni nel suo paese avrebbero ordinato l’invasione dei confini della Tunisia per proteggere il gasdotto che dall’Algeria giungeva fino in Italia. Craxi riuscì a convincere i suoi interlocutori ad aspettare e prendere tempo per cercare una soluzione alternativa. Al suo ritorno, dopo le consultazioni con Andreotti, convocò l’ammiraglio Martini e gli disse di recarsi in Algeria per incontrare il capo dei loro servizi segreti. Durante la deposizione in Commissione, Martini ha poi raccontato come all’inizio si fosse opposto a tale iniziativa poiché i servizi algerini erano tra i principali finanziatori del terrorismo palestinese; Craxi gli consentì dunque di prendere una serie di misure cautelative ma gli ordinò comunque di partire e tramite l’ambasciata a Roma fu organizzato l’incontro segreto.
Martini atterrò ad Algeri in piena notte e rimase a colloquio con il suo omologo fino al mattino presto avviando un dialogo tra i due servizi che aveva un ambizioso obiettivo: evitare che la destabilizzazione della Tunisia portasse il governo algerino ad una opzione militare e in cambio fornire informazioni all’Italia sul terrorismo islamico. Da quel momento iniziò così una lunga operazione coperta di politica estera portata avanti dalla Farnesina e dal SISMI che, nel giro di un paio di anni, dal 1984 al 1986, individuarono nel generale Ben Alì l’uomo forte che avrebbe potuto sostituire Burghiba ed evitare il collasso del paese. Egli era stato Ministro dell’Interno e direttore dei servizi di sicurezza, conosceva bene la politica regionale e sia era opposto alle esecuzioni sommarie dei sette fondamentalisti volute dal vecchio Presidente che, dopo la condanna, era in cerca di altre teste da esporre su pubblica piazza.

La soluzione fu proposta agli algerini che la accettarono di buon grado e la passarono anche ai libici, i quali non manifestarono obiezioni di sorta. Questo assenso di Tripoli si può probabilmente spiegare con i retroscena dei bombardamenti americani dello stesso anno; Gheddafi scampò infatti all’attacco unicamente poiché venne avvisato segretamente dallo stesso Craxi ma, quasi un ringraziamento per l’aiuto, poco dopo lanciò due missili SCUD sull’isola di Lampedusa mettendo a dura prova la sempiterna pazienza di Roma. Craxi diede infatti ordine al generale Basilio Cottone, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, di approntare un dispositivo aeronavale e distaccamenti di forze speciali per attaccare la base da cui erano stati lanciati gli SCUD. Alla fine si decise di non rispondere ma il Presidente del Consiglio ebbe uno scambio molto duro con il colonnello minacciando che, al prossimo colpo di testa libico, l’Italia avrebbe reagito attaccando. Dopo questa fase di tensione è assai probabile che Tripoli avesse quindi ben poco da reclamare sulla sostituzione di Burghiba.
Se il cambio della guardia a Tunisi andava bene ad algerini e libici, non si può dire altrettanto dei francesi che non hanno mai apprezzato intromissioni nelle loro ex colonie. L’ammiraglio Martini incontrò infatti il generale René Imbot, ex Capo di Stato Maggiore dell’Armeé e all’epoca direttore del DGSE, i servizi segreti transalpini, il quale alla cortesia informativa italiana rispose con arroganza e supponenza. Lo stesso Martini ha ricordato che nonostante Imbot fosse stato un grande soldato, veterano della battaglia di Algeri, era al tempo stesso un pessimo politico ed ebbe più avanti problemi con lo stesso Chirac.

Di fronte a questo muro di gomma Craxi e Andreotti decisero di bruciare i francesi sul tempo (e Imbot ci rimise la poltrona), accelerando la preparazione per il golpe in Tunisia. Quando nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1987 Ben Alì prese il potere, al governo in Italia c’era Giovanni Goria ma ancora saldamente titolare della Farnesina era Giulio Andreotti. Neanche un mese dopo, il socialista Franco Reviglio, presidente dell’ENI, si recò insieme a Bettino Craxi, nuovamente segretario del PSI, a Tunisi per concludere un accordo. L’Italia riuscì così a sostenere economicamente e politicamente il governo del generale evitando al tempo stesso una guerra con l’Algeria e l’incubo del terrorismo islamico che aveva iniziato a piagare i vicini nord-africani.
Da Hammamet Bettino Craxi ha sempre smentito qualsiasi ruolo italiano nella destituzione di Burghiba mentre Andreotti, con la sua nota ironia tutta tipicamente romana, ha chiosato: “Francamente non ricordo nulla di simile. Preferirei non commentare. L’unica cosa che ricordo è che accompagnai il Presidente della Repubblica in Tunisia, proprio in quel periodo. Trovammo un Burghiba in condizioni fatiscenti. Quando seppi che era stato destituito la cosa non mi meravigliò affatto”. D’altronde, l’Italia è il paese di Machiavelli.