A Vienna ancora non hanno ancora dimenticato il famoso motto dell’epoca aurea asburgica1; così, mentre nel mondo le tensioni tra le grandi potenze non fanno che aumentare, il governo austriaco rema con decisione controcorrente. Il breve viaggio del presidente Heinz Fisher, del ministro degli Esteri Sebastian Kurtz e del capo di Stato Maggiore Othmar Commenda a Mosca per incontrare le controparti russe è un vero e proprio schiaffo in faccia agli ordini di Bruxelles e Washington. Giusto per evitare qualsiasi fraintendimento, il generale austriaco ha detto al suo omologo e vice ministro della Difesa Valery Gerasimov: “sono qui perché non ho intenzione di sottostare a diktat su chi possa incontrare o no”. Frase sconvolgente in questi tempi d’impalpabili politici europei senza la minima velleità di autonomia. Scopo dichiarato della missione è di aumentare la collaborazione commerciale e militare con la Russia. Non contento per aver rivendicato questo semplice concetto, il generale è andato oltre spiegando che le forze armate dei due Paesi sono pronte a cooperare “nonostante gli avvertimenti delle altre potenze mondiali”. Una sorta di rivisitazione moderna della Santa Alleanza contro quelle forze neo-giacobine che, con la scusa dei diritti civili, dell’annullamento delle frontiere e del predominio del Mercato, hanno fatto divampare guerre in tutto il Mediterraneo e dentro la stessa Europa.

L’Austria però è uno dei pochissimi Stati dell’Unione a non far parte della Nato. La sua neutralità permanente è iscritta perfino nella Costituzione; forte di un ponderato isolazionismo politico e di un’invidiabile coesione nazionale, il Paese alpino è abituato a fare da solo: le sue forze armate sono rifornite per lo più dalla propria industria nazionale e ciò che non producono in casa, lo comprano dagli altri neutrali vicini nordici (fatta eccezione per la Germania). L’ingresso nell’eurozona e la sottoscrizione degli accordi di Schengen furono fin da subito accolti da un netto scetticismo, che Jorg Haider bene incarnò fino alla sua tragica scomparsa. Otto anni dopo quelle pulsioni sono più forti che mai, accresciute dall’insofferenza che gran parte della popolazione ha nei confronti di Bruxelles e del modo in cui sono affossati gli interessi nazionali dei singoli Stati. Il modo in cui è stato gestito l’afflusso dei migranti (e relativo pagamento alla Turchia) è solo l’ultimo esempio di come il governo di Vienna non si fidi più delle istituzioni europee; la decisione di mandare l’esercito al Brennero per prepararsi all’imminente esplosione della “rotta italiana” è solo uno dei tanti sintomi del malessere europeo.

L’Austria inoltre è un partner storico della Russia da almeno cinquant’anni. Il principale settore di collaborazione è quello energetico – detiene il 10% del gasdotto NorthStream 2 e il 25% dei giacimenti di Urengoy – e sta procedendo nella realizzazione di un immenso impianto sotterraneo di stoccaggio di gas russo che la farà diventare il secondo hub gasifero d’Europa. L’instabilità dell’Ucraina come paese di transito però mette a repentaglio non solo il progetto, ma anche le stesse forniture nei quadranti centrali e orientali. Il pretesto con cui Washington, per i propri fini geopolitici, è riuscita a bloccare i rapporti commerciali e a inasprire la tensione nell’est Europa è ben chiaro a Vienna. Fischer ha chiaramente affermato che le sanzioni contro Mosca sono chiaramente prive di senso; di come la Russia non sia una minaccia per l’Europa e la sua precisa volontà di procedere in tutte le sedi opportune affinché siano cancellate. Frasi che, assieme al referendum olandese sulla partnership di Kiev con la UE, avranno fatto sobbalzare sulla sedia Junker e la sua cricca, convinti di poter sempre procedere dritti per la loro strada, come se tutte le nazioni fossero masochistiche come l’Italia.

1 Alii bella gerunt, tu felix Austria nube. Mentre gli altri fanno la guerra; tu felice Austria vai all’altare.