Il traguardo è ancora distante, ma l’atletico Barack continua a avanzare a tentoni, arrancando, in modo incoerente, in balia delle contingenze. Manca poco più di un anno e mezzo alla fine di un mandato presidenziale definibile tra i più disastrosi per quanto concerne la politica estera: su ogni versante, miopia, scelte sbagliate e mancanza di decisionismo stanno logorando giorno dopo giorno l’influenza e il potere degli Stati Uniti nelle regioni dove storicamente l’influenza di Washington è stata maggioritaria. Nonostante i commentatori nostrani pronosticano come lontano e imprevedibile l’eventuale tramonto del secolo americano, gli ultimi mesi stanno portando al pettine numerosi nodi e questioni che gli ultimi due presidenti hanno affrontato senza una chiara visione d’insieme sistemica.

Il procedere in maniera ondivaga e sostanzialmente incoerente nei diversi scacchieri (vedasi ad esempio l’intensificarsi della guerra delle sanzioni contro il Venezuela mentre di pari passo si tende la mano a Cuba), già marchio di fabbrica di George W. Bush, è diventato il tipico modus operandi di Obama e compagnia. I risultati si rivelano sempre più deludenti, e la settimana presente rappresenta probabilmente una delle più turbolente e foriere di delusioni per l’ex senatore dell’Illinois, che ha subito due sonori schiaffi su questioni di politica estera prima con la bocciatura del testo del TPP da parte del Senato e in seguito con la diserzione massiccia degli alleati del Golfo al vertice di Camp David. Le due vicende sono collegate: gli osservatori più acuti noteranno senz’altro che entrambe sono una testimonianza decisamente lampante dell’evoluzione del sistema internazionale verso il multipolarismo.

Tra le defezioni di Camp David, la più vistosa è quella di Salaman Bin Abdul Azizi al Saud, il nuovo re dell’Arabia Saudita. Lo storico alleato di Washington è ora ai ferri corti con la presunta superpotenza: negli ultimi mesi, la guerra dei prezzi del petrolio, la questione yemenita e i negoziati sul nucleare iraniano hanno visto una forte dialettica tra il regime saudita, sempre più rinvigorito ed espansionista, e la controparte, un’aquila che vola sempre più bassa. Nonostante siano evidentemente discutibili, non si può non riconoscere al progetto dei nuovi maggioranti sauditi la coerenza del proprio disegno: proprio sfruttando le indecisioni degli alleati e la situazione di caos che, non dimentichiamo, la corte di Riyad ha profondamente contribuito a provocare finanziando quei gruppi di miliziani che poi hanno dato vita all’ISIS, l’Arabia Saudita mira a ritagliarsi il ruolo di potenza regionale egemone. La mancanza dell’avvallo di Obama all’offensiva di terra contro gli Houthi, che avrebbe consegnato un paese cruciale per la posizione strategica, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La delegazione saudita è dunque monca, guidata dal principe ereditario che finora deve ancora dimostrare il decisionismo del sovrano, così come hanno disertato il summit i sovrani di Oman, Bahrain e Emirati Arabi Uniti.

In un momento così cruciale per il delicato scacchiere del Golfo, tali assenze assumono un forte valore simbolico, tanto più se si considera che il fine del summit, nei piani di Obama, era la rassicurazione degli alleati regionali e la garanzia di difesa contro eventuali aggressioni. Formule oramai vuote e prive di alcun contenuto pratico: la riapertura parallela di Washington a Teheran dimostra la vacuità della minaccia iraniana, che adesso come adesso esiste solo nella mente geopoliticamente disturbata dei Neo-Con americani. Impegnati nella loro spregiudicata cavalcata economica e nella razzia di beni di lusso in giro per il mondo, oramai i sovrani delle petro-monarchie sembrano quasi vedere l’influenza di Washington come una scocciatura. Nel contempo, dopo anni ancora si aspetta la presa di posizione ufficiale di Obama sulla questione siriana e sui raid della Coalizione contro lo Stato Islamico sembra esser stata messa la sordina: le notizie che raccontano di un Califfato sempre più arrembante, tanto da aver sconfinato largamente in Siria e aver messo sotto assedio l’antica città di Palmira lasciano pochi dubbi sulla reale incidenza dei martellamenti dell’aviazione sulle postazioni dei jihadisti.

Sul fronte pacifico, ha una forte valenza simbolica e dovrebbe servire anche da lezione ai politici nostrani la bocciatura del TPP da parte del Senato USA. L’equivalente “occidentale” del TTIP ha visto il suo testo bocciato dal Senato che non ha ratificato la maggioranza richiesta di 60 voti per delegare Obama a condurre le negoziazioni con i paesi del Pacifico con forti poteri personali. Sintomatico l’osservare come a affossare le mire del presidente sia stata l’equivalente d’oltreoceano della “minoranza PD”, che si è dimostrata compatta e decisa nel preparare un contrattacco alle pretese egemoniche della “direzione”. Il freno ai negoziati che darebbero alle multinazionali americane enormi poteri commerciali in un’area di libero scambio e turbocapitalismo esasperato dimostra come anche nella stessa opinione politica americana si stia capendo il cambiamento del vento della Storia. Il multipolarismo incombente e il vacillare della coesione interna all’Unione Europea che tuttavia, sorda a tale cambiamento, continua imperterrita nella sua difesa dell’equivalente TTIP, rendono tali accordi commerciali gli unici potenziali assi nella manica di Obama. Solo la miopia dell’Europa permette al presidente di poter sperare di conseguire qualche successo. Per il resto, il rimanente anno e mezzo del suo mandato rischia di offuscare la sua già ampiamente appannata stella e di trasformarsi in una vera e propria sequela di magre figure come quelle rimediate dalla rielezione e oggi.