di Gabriele Repaci

La crisi greca ha messo in ombra un fatto molto importante che potrebbe avere ripercussioni rilevanti sul futuro del nostro continente. Nello stesso giorno in cui il parlamento europeo imbastiva il suo processo contro Alexis Tsipras e il suo esecutivo – reo di essersi opposto alle disastrose politiche di austerità promosse dalla Troika – veniva votato il rapporto Lange sul Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship (Ttip). In cosa consiste questo trattato? Lo scopo è quello di dar vita a un’area di libero scambio fra Europa e Nord America che, abolendo i dazi doganali e uniformando i regolamenti dei due continenti, dia modo ai capitali e alle merci la libertà di circolare senza trovare più alcuna sorta di ostacolo o impedimento. Ciò comporterebbe la costruzione di un unico grande mercato fra Usa e Ue che varrebbe circa il 45% del Pil mondiale. I governi europei – compreso quello italiano – hanno salutato tale accordo mettendone in evidenza i lati positivi. Secondo i suoi sostenitori esso costituirebbe una leva fondamentale per favorire la crescita e lo sviluppo economico del Vecchio Continente, oltre che contribuire al rilancio dell’occupazione e dei redditi delle famiglie. Si tratta di tesi infondate, in quanto è del tutto evidente che un ulteriore aumento della concorrenza al ribasso sui costi avrà l’effetto di determinare una riduzione complessiva del Prodotto interno lordo. L’idea che la crescita sarebbe assicurata dalle maggiori esportazioni è semplicemente falsa: è del tutto evidente che maggiori esportazioni per un paese significherebbero maggiori importazioni per un altro e quindi il gioco sarà in perdita, poiché le maggiori economie di scala farebbero complessivamente diminuire i posti di lavoro.

Secondo autorevoli studi con il Ttip il 40% del traffico intracomunitario – ovvero il commercio fra i paesi dell’Unione – crollerà a vantaggio di quello con gli Stati Uniti. Questo costituirà la rovina per economie come quella italiana, poiché il nostro tessuto aziendale è composto per il 97% di piccole medie e micro imprese che dovranno confrontarsi con dei colossi economici come la multinazionale Walmart che possiede più dipendenti delle intere forze armate americane e più di mille sedi nel mondo di cui 113 solo in Italia. Ha ragione dunque l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle Tiziana Beghin a dire che «con il Ttip l’Italia e l’Europa verranno invase dalle aziende Usa, senza che le nostre Pmi riescano a conquistare fette di mercato statunitensi.» Il nostro continente – ed in particolare i paesi più fragili dal punto di vista economico come quelli dell’Europa meridionale – diventerebbe il terreno di caccia per le grandi corporation statunitensi che in poco tempo, dopo aver eliminato la concorrenza rappresentata dalle imprese locali, colonizzerebbero il nostro mercato. Il progetto di desertificazione industriale iniziato con l’unificazione monetaria sarebbe portato a compimento e l’Europa si ridurrebbe al ruolo che fu quello dell’America Latina fino a vent’anni fa, ovvero un grande bacino di manodopera a basso costo da cui drenare risorse. Questa sorta di «Nato» economica, come è stata definita da qualcuno, risponde ad un ben preciso disegno geopolitico: in un momento in cui la loro leadership sul mondo sta venendo contestata dalle nuove potenze emergenti, gli Usa vogliono recuperare terreno legando strettamente il Vecchio Continente a se trasformandolo nel loro nuovo «cortile di casa».

D’altra parte essi hanno avviato una simile trattativa con tutti i paesi che si affacciano sul pacifico eccezion fatta per la Cina. Se si guarda chi resta fuori da questi mega trattati, appare evidente che l’operazione di Washington è quella di costruire una loro sfera di influenza economica contro i BRICS. Il progetto della Casa Bianca è quello di soffocare sul nascere il mondo multipolare che sta venendo a crearsi per ricostituirne uno bipolare: da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati/colonie dall’altra la Russia, la Cina, l’America Latina, l’India e il Sudafrica. Gli Usa – e il conflitto in Ucraina ne è la prova lampante – vogliono alzare una nuova «cortina di ferro» questa volta non contro il comunismo, ma contro tutti quegli stati che osano mettere in discussione il «nuovo ordine mondiale» a guida americana. La riorganizzazione del mondo attorno agli Stati Uniti per aree di libero scambio economico e alleanze militari fa aumentare i pericoli di un conflitto su scala planetaria. Una dinamica non dissimile da quella della prima guerra mondiale in cui militarismo imperialista e liberismo economico si fusero in una miscela esplosiva. E in un epoca in cui gli Stati possiedono armi tali da distruggere l’intera umanità la stessa sopravvivenza della nostra specie è posta in grave pericolo.