Erano anni che il “TotoTTIP” formulava ipotesi e considerazioni sui potenziali contenuti delle contrattazioni in corso tra Unione Europea e Stati Uniti sulla partnership transatlantica su investimenti e barriere tariffarie al commercio bilaterale, ponendo le basi per la realizzazione dell’area di libero scambio più grande del mondo, che coinvolgerebbe quasi la metà del PIL mondiale. Oggi pochi dubbi restano circa la direzione intrapresa tra i contraenti su una vasta gamma di tematiche che andranno direttamente ad intaccare la vita dei cittadini di ambo le parti. Ciò perché fino ad ora i media convenzionali non si sono mai interessati a discutere dell’argomento, lasciando tale onere a tutti quegli organi indipendenti che per mesi si sono battuti per portare il grande pubblico a fare chiarezza a riguardo. Ora che però il colosso ambientalista Greenpeace ha pubblicato sul canale olandese del suo sito una serie di trascrizioni (quindi non si tratta dei documenti in originale) che fanno riferimento alle innumerevoli clausole su cui i mandatari delle due parti in causa stanno discutendo da diversi anni. Si tratta di 248 pagine di articoli, clausole e appendici nei quali si riportano i termini sui quali già si è raggiunto un accordo, così come tutti quelli sui quali Bruxelles e Washington sono ancora lontani dal convergere.

Il linguaggio utilizzato è estremamente tecnico, lontano da un registro accessibile ai più, e richiede una disamina molto attenta per riuscire a comprenderne il senso di radicale mutamento che esso contiene. Tra i punti di principale interesse, infatti, ritroviamo la questione delle misure sanitarie e fitosanitarie che le merci scambiate tra le due zone devono soddisfare e – si legge – in quale modo si debba procedere affinché la loro difformità non costituisca ostacolo o danno per il Paese esportatore nei confronti del mercato di destinazione delle stesse. Si tratta sostanzialmente di una uniformazione dei regolamenti in seno alle norme di carattere commerciale, che va ad intaccare il settore agricolo e dell’allevamento. Si sa che nel Vecchio Continente si sia sempre lavorato affinché si garantisse una maggiore tutela della salute pubblica applicando degli standard qualitativi sensibilmente più elevati rispetto al bacino d’utenza americano, dove invece le aziende non sono tenute a riportare sull’etichetta informazioni relative all’utilizzo di antibiotici o ormoni steroidei sulle carni da macello, così come di determinati pesticidi e fertilizzanti nella coltivazione di frutta e ortaggi. La seconda questione rilevante interessa le procedure di risoluzione delle controversie in ambito di conflitto di interessi tra stati e investitori privati in un paese straniero, tramite l’istituzione di tribunali speciali ISDS – presenti in ogni trattato di libero scambio ad oggi stipulato. Tale prassi prevede che, qualora la legge di uno stato vada a sfavorire – quindi a creare un danno economico – un investitore straniero, quest’ultimo ha il diritto di presentare ricorso a questa corte (che, per inciso, non ha una sede fisica e i giudici sono generalmente degli avvocati nominati di volta in volta), domandando al governo un risarcimento pecuniario. Lo storico di tali procedure mostra come, nella realtà dei fatti, in oltre due terzi delle centinaia di controversie istruite, si sia giunti ad un accordo economico di compromesso o favorevole al privato. Il significato politico di questa congiuntura – con un pizzico di provocazione – consta di un “depotenziamento” dello strumento di governo, che si ritrova condizionato agli interessi dei gruppi di pressione della sfera economica privata.

In un senso puramente etico, anch’esso posto nero su bianco durante i 12 round di contrattazione, ciò che svilisce il senso di protezione civica e sociale che le istituzioni dovrebbero adottare è proprio la tendenza business-oriented che questo trattato tende a rimarcare. Nei vari capitoli del Trattato, infatti, la preoccupazione principale messa sul tavolo dal team di Dan Mullaney (rappresentante della parte americana), riguarda la rimozione di tutti gli ostacoli normativi che possano andare ad intaccare il corretto svolgimento delle attività commerciali, incluse quelle di carattere sanitario e ambientale, ponendo quindi in secondo piano le questioni potenzialmente dannose per la salute pubblica in senso lato. Inoltre, il significato sul piano geopolitico di questo accordo si colloca in un contesto molto più ampio di assoggettamento del mercato globale alle direttive di matrice statunitense. In parallelo, infatti, Washington si era prodigato per la ratifica – già avvenuta – di un omologo trattato di libero scambio sulla West Coast, il TPP, che vede coinvolti i principali partner commerciali americani dell’area del Pacifico, Australia e Giappone in primis. Va da sé che una strategia di questo genere va ad inserirsi in un piano di arginamento delle principali potenze concorrenti in ambito politico e commerciale, cioè Russia e Cina, entrambe mal viste dalle parti di Washington per le più disparate ragioni. Il disegno politico di Putin prevedeva la creazione di una vasta area economico finanziaria in seno all’heartland europeo, l’Unione Economica Eurasiatica, arenatasi in malo modo in seguito al degenerare degli eventi che hanno prodotto attrito tra Bruxelles e Mosca in territorio ucraino, innescando il meccanismo di sanzioni per il quale tuttora paghiamo dazio. Il fronte cinese, invece, non ha necessitato dell’utilizzo di strumenti di hard power, complice anche la lieve e propagandata frenata della crescita economica cinese, di cui attendiamo ulteriori sviluppi nel breve-medio periodo.

Negare conseguenze dolorose per l’Europa qualora questa barbarie normativa venisse approvata sarebbe indubbiamente ipocrita, vista anche la clandestinità che ha contrassegnato fino allo scorso anno i contenuti delle contrattazioni e la totale assenza della copertura mediatica di un accordo negoziato privatamente, sebbene si tratti di materie di interesse pubblico, andando ad intaccare la vita ciascun privato cittadino. Manlio Dinucci ha paragonato il TTIP ad una “NATO economica”, come una sorta di chiusura di un cerchio che stringe la sua presa sull’Europa in maniera sempre più asfissiante. Il 7 maggio, a Roma, si terrà la prima manifestazione italiana contro il TTIP: se anche questo Paese si è svegliato, lo sapremo presto.