Ma chi è davvero Alexis Tsipras? Uno statista eroe, restauratore della millenaria democrazia greca? Oppure un “Falsosembiante”, un pilatesco politicante che ha semplicemente voglia di “lavarsene le mani” lasciando la scelta più difficile in mano al proprio popolo, per poi essere legittimato a compiere qualsiasi passo senza pagarne le conseguenze in termini di responsabilità? Forse Alexis Tsipras è tutte e due le cose allo stesso tempo. Bisogna entrare, o cercare di entrare, nella psicologia di un leader, di un uomo politico, per comprenderne le sfumature. Sfumature, sì. Perché non esiste il capo popolo senza macchia e senza paura, così come non esiste il disgustoso e avido servo interamente prono al potere. Non nella politica reale.

Esistono, appunto, sfumature. Chissà ad esempio se, scrivendo l’accorata lettera al popolo greco in cui si annunciava il referendum di domenica, Tsipras ha pensato a quel ragazzo idealista e un po’ incosciente che, cappellino e zainetto in spalla, era venuto a Genova nel 2001 per protestare contro il G8. Contro i potenti. Contro la globalizzazione. Oppure se, mentre scriveva un’altra lettera, quella della capitolazione, della mano tesa proprio ieri all’eurocrazia che opprime il popolo greco, ha pensato ai tanti compromessi che quel medesimo ragazzo ha dovuto accettare per giungere dove è giunto. Tanti fantasmi devono attraversare la mente di Alexis Tsipras. Da un lato la volontà di realizzare finalmente il sogno di quel ragazzo. Il sogno di sputare la volontà popolare in faccia a quei poteri forti un tempo tanto odiati. Il sogno di chiunque faccia politica per passione:  quello di avere un popolo, il proprio popolo, dalla propria parte. Poi c’è quell’altro fantasma. Quello del politico ormai navigato, che ha capito cosa sono le lobbies della finanza apolide, che ti possono schiacciare come uno scarafaggio. Un insetto. Che possono ucciderti con la stessa velocità con cui ti hanno portato in alto.

Non deve essere facile, per Tsipras e i suoi. Non lo è. È anzi dannatamente difficile. Ma il referendum di domenica può cambiare il volto al futuro. A prescindere dal dopo. A prescindere dall’uscita della Grecia dall’Europa unita o dalla ripresa dei negoziati. Perché il voto, questo voto, da una speranza splendida a una parte di mondo ormai assuefatta ai luoghi comuni della tecnocrazia finanziaria e globalista. Una forza oscura che ingloba, spegne, uccide lentamente la dignità umana. Ed è per questo che non importa se Tsipras sia o meno un eroe o, appunto, un “Falsosembiante”, una maschera vuota, uno strumento del sistema. Importa il fatto che, con questo voto, con le parole che sono state pronunciate, con gli appelli, sinceri o meno, a ricordarsi della Grecia, “culla della democrazia”, si sia contribuito al risveglio delle coscienze e dell’identita’. All’uscita dal coma buio dell'”istituzionalmente corretto”. Importa la rinascita, pur se lenta e graduale, dell’orgoglio di un popolo, quello d’Europa, fatto di guerrieri e santi, che ha finalmente dimostrato di non potere e di non volere sottostare in eterno all’immondo ricatto di una casta di squallidi mercanti.  È l’orgoglio greco che si risveglia nelle piazze di Atene colme di manifestanti. Dalle Termopili, da Salamina si alza forte il grido degli spettri dei suoi e dei nostri avi. Vada come vada allora. Allo scontro finale contro questo Moloch orrendo chiamato Europa prima o poi ci arriveremo. Perché lo scontro col nemico è fisiologico, è naturale come la vita stessa. E non importa se moriremo. Non importa se soffriremo. Non siamo infami, non più dopo questo passo. Siamo tornati guerrieri, siamo santi. Siamo eroi. E se dobbiamo morire, moriremo con gloria.