C’era una volta un governo di sinistra che sembrava dover rivoluzionare il modo di concepire l’Europa, destinato a dover ribaltare le sorti dei governi del Continente e a riportare l’Unione Europea a una visione più morbida, più umana, meno attenta ai conti ma più attenta ai popoli. Era la Grecia del primo Tsipras, colui che di fronte al mondo gettò il guanto di sfida di un referendum popolare sull’austerity imposta dalla Troika e che sembrava dover far rivivere le eroiche giornate della guerra di indipendenza, della Resistenza ai Colonnelli, delle lotte del popolo greco. C’era chi aveva anche scomodato la nascita della democrazia, di cui Atene ne fu madre e culla e che insegnò al mondo, per la prima volta, cosa voleva dire partecipare alla vita pubblica della città. La storia, possiamo dirlo, non è andata esattamente come speravano un po’ tutti, chi più chi meno entusiasta. Alle speranze, forse eccessive, non solo del popolo greco, ma di tutti coloro che vedevano nella nuova via politica di Atene l’atteso lieto fine delle proteste di piazza Sintagma, fa da contraltare un governo che si è rivelato un semplice esecutore dei dettami di Francoforte. Tra una stretta ai conti in banca, i tagli alla sanità, le privatizzazioni di centri infrastrutturali importanti, e asservimento senza più battere ciglio alle politiche imposte e manovrate dalla BCE e dalla Bundesbank, il governo Tsipras vive oggi come vivono tutti i governi post-crisi europei che si ammantano di socialismo o di socialdemocrazia, cioè tagliando sui costi sociali ma parlando con l’aria di chi fa questo per il bene del popolo.

Le prossime ore, giorni, forse settimane, rappresenteranno per la Grecia un banco di prova pensatissimo che potrebbe anche mettere in ginocchio l’economia ellenica, già devastata dalla crisi, dall’austerity, dall’emigrazione e dalle endemiche falle del sistema, tra corruzione, evasione e mancanza storica di un apparato industriale competitivo. Il Fondo Monetario Internazionale ha definito al ribasso le stime della crescita greca, affermando che la sostenibilità del debito greco sia ormai sempre più a rischio. Il piano stilato dal FMI per fare in modo che la Grecia possa essere in grado di ripagare il prestito concesso dalla Troika è di quelli da proposta indecente, cioè un taglio netto di due miliardi di euro di spesa pubblico in caso di mancata previsione del raggiungimento dell’obiettivo di un avanzo primario di circa 3 punti percentuali e mezzo nel 2018. Si tratta di un piano che non soltanto può definitivamente mettere in ginocchio la Grecia e ridurla sul lastrico, ma che lascia perplessi anche gli stessi creditori europei, anche la stessa Germania, che teme che una nuova revisione degli accordi possa produrre una reazione devastante per i titoli greci nel mercato ma anche dare un terribile colpo alla già provata economia europea. C’è infatti da considerare che non si tratta più soltanto di Grecia, nel mondo globalizzato, ma di Europa. La crisi conduce inevitabilmente a considerare i problemi in termini generali e continentali, e un crollo di Atene oggi, con l’Europa che si regge su un sottile equilibrio, può generare una reazione a catena dagli esiti imprevedibili. La Grecia è l’anello debole di una catena europea che da un momento all’altro può spezzarsi e che, lo sanno bene a Bruxelles, non è soltanto da Atene che può essere colpita. I fronti aperti sono tantissimi. Sono la Spagna senza un Governo e costretta a nuove elezioni, il Portogallo sempre sull’orlo del baratro, il Regno Unito che si avvicina al referendum sull’uscita dall’Unione Europea e che prepara la mosse soprattutto a livello finanziario. L’Europa però sembra non comprendere gli errori che ha già commesso in passato e per cui siamo ridotti in questo stato. Ma se errare è umano, perseverare è diabolico: e la Grecia, così come l’Europa, non possono permettersi altri errori, o saranno costretti a fare i conti con tragedie indecifrabili.