Nessun incontro avrà luogo il prossimo 28 dicembre. No, non sarà il candidato repubblicano del GOP (Grand Old Party) degli Stati Uniti d’America Donald Trump a raggiungere il Premier Netanyahu, bensì il futuro “leader” della Casa Bianca. Sì, il “Presidente” in persona porrà fine al famigerato, quanto surreale, scontro tra politiche interventiste americane e la depoliticizzazione della politica israeliana. Questo il contenuto dell’ennesimo messaggio veicolato dal miliardario Trump tramite twitter, all’indomani della disfatta israeliana. L’uomo che investe a Dubai, denigra i musulmani e vuol scendere a patti con Bibì, riceve molti consensi e pare che lo scarto in termini di adesione – secondo i sondaggi- tra il costruttore repubblicano ed il suo rivale ispanico Ted Cruz sia pari a circa il 10%. La corsa alle primarie dalla scorsa estate, che mai avrebbe predetto simili consensi e adesso dritti verso la Casa Bianca. Questo il monito che caratterizza l’intera “propaganda” di M. Trump.

Se gli elettori temono il “terrorismo islamico” allora i musulmani resteranno fuori dagli Stati Uniti

Che i candidati alle presidenziali statunitensi debbano possedere una spiccata capacità argomentativa è più che plausibile, data la competenza comunicativa richiesta per reggere una lunga campagna elettorale in ogni Stato ed un numero crescente di elezioni primarie. Empatia, continuo riferimento al sistema valoriale del destinatario, manipolazione dell’informazione, costruzione dell’opinione pubblica attraverso l’uso indiscriminato di espressioni stereotipiche e pregiudizievoli, una comunicazione politica fortemente targettizzata, insieme con la segmentazione dell’offerta sono le determinanti della macchina politica che si attiva durante le elezioni americane – e non solo – che costituiscono altresì il motore del marketing elettorale. Ebbene, lo stile comunicativo aggressivo e per niente assertivo del candidato Repubblicano alle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 Donald Trump, può essere debitamente definito l’emblema della politica retoricamente xenofoba e conservatrice. L’intera campagna elettorale del magnate altrimenti detto imprenditore, attore, comico, si fonda sull’uso anacronistico di categorie aprioristiche, strategiche alleanze e vere e proprie strategie di marketing esperienziale. Non si tratta solo di gestione dell’immagine pubblica, quella di Trump è una vera messa in scena del sé, che ricorre a tutti i mezzi pur di attivare consensi e adesioni sociali. L’uso di strategie politiche contingenti, insieme al ricorso massiccio delle tecnologie del potere puntualmente impiegate come “medium rappresentazionale” sono solo alcuni dei tratti tipici della comunicazione politica del “costruttore”. Il carisma del candidato repubblicano supera di gran lunga le aspettative di quella parte più che conservatrice dell’elettorato americano deputato a compiere una scelta più che motivata: far sì che l’uomo più patinato d’America giunga alla Casa Bianca. Ma nello specifico, chi è il personaggio politico tatticamente costruito dall’uomo più poliedrico e retorico che l’America abbia mia conosciuto? Si tratta di un caso particolare. Siamo in presenza di un modello di reclutamento politico sui generis. Quello che Trump propone, infatti, è un modello che si legittima ricorrendo alle “strutture primarie delle opportunità” – una candidatura che si basa sull’appartenenza, sull’etnia, sull’istruzione, sull’occupazione – e che usa le medesime categorie per delegittimare l’avversario – vedi la questione legata all’invalidità elettiva del Presidente Obama subordinata al luogo di nascita – e che confuta gli argomenti del contendente riproponendone i medesimi contenuti. Pertinente al tal proposito è il ricorso agli usi sociali e performativi della lingua, emblematicamente appalesati dall’espressione con la quale Trump ammonisce il Time per avergli concesso il terzo posto nella classifica della “persona dell’anno” – dopo Al- Baghdadi e la Merkel per intenderci – che evoca tutta la capacità argomentativa del candidato repubblicano: «Io il vero uomo dell’anno» […] «L’avevo detto che il Time non mi avrebbe scelto nonostante fossi il favorito. Hanno scelto una che sta rovinando la Germania». Ma la performatività linguistica della comunicazione politica di Trump raggiunge l’apice quando disprezzando l’ammonimento del “tollerante” e “politeista” primo ministro israeliano relativo al depennamento dall’agenda politica del famigerato incontro che avrebbe avuto luogo il prossimo 28 dicembre asserisce: « Ci andrò da Presidente». L’enfasi tematica è il tratto specie-specifico di ogni asserzione del magnate, che non disdegna nessuno. Imprecazioni mosse nei confronti del Principe Arabo Alwaleed, che lo ho definito: «una vergogna per l’America»; una petizione per bandirlo dall’Inghilterra, che ha raccolto oltre 100 mila firme; il dissenso mostratogli anche da Mark Zuckerberg; ed infine, la “minaccia” mossa da Anonymous nei confronti delle piattaforme del candidato repubblicano. Molte le accuse, ma una su tutte sembra accomunare gli oppositori: l’adesione complementare alla propaganda del “Califfato”. Sì, con i suoi atteggiamenti etnocentrici pare proprio che Trump fornisca sostegno alle retoriche dei sodali di Al- Baghdadi. Ancora una volta, nessuno scontro tra civiltà. Nonostante le argomentazioni “stereotipiche” mosse nei confronti dei musulmani e l’invocazione delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione – tanto criticata dalla politica estera, ma puntualmente impiegata per legittimare qualsivoglia ideologia- Ciò che desta sospetto è in fondo, non già l’uso sociale delle forme linguistiche di Trump, ma la riconfigurazione politica delle strategie conflittuali e degli spazi politici all’interno dello scacchiere internazionale, ed in particolare l’atteggiamento mosso nei confronti di Israele.

Il pluralismo teocratico di Netanyahu

L’efficacia comunicativa di una campagna elettorale passa attraverso le trame delle argomentazioni tipiche del linguaggio politichese. Ogni membro dell’arena politica, infatti, “gioca le sue carte” istituisce modus vivendi e configura forme mentis, il cui esito finale sarà in seguito rappresentato da una macrocornice, all’interno della quale inserire i nuovi “effetti speciali”. Non solo Donald Trump, anche il Premier dello Stato d’Israele stupisce per l’impiego di espressioni altamente rispettose e tolleranti. I giochi linguistici di Netanyahu stupiscono ancora un volta. Se Trump ricorre all’uso di espressioni etnocentriche, il primo ministro israeliano supera ogni previsione, definendo lo Stato d’Israele, tollerante: «non riconosciamo le parole di Trump sui musulmani» […] «lo Stato d’Israele riconosce tutte le religioni». Ebbene, il revisionismo del premier supera ogni escamotage linguistico. Il dispositivo politico cui ricorrere in caso di necessità geopolitica è più che motivato. Il quesito però è il seguente: È possibile che i musulmani adesso – espressione più che generica del resto- siano una “cartina di tornasole” per il Premier? Il processo di legittimazione prima politico e poi sociale di Israele, non passava dalle trame della narrazione teologica? La “terra del Messia”, non aveva bandito fuori i palestinesi in nome di un’identità religiosa e territoriale? La guerra tra Arabi ed Israeliani che movente aveva? Perché i jihadisti di Al- Baghadadi pubblicano video inneggianti alla violenza contro gli ebrei? L’asse USA, Petromonarchie, Israele, non è stato forse definito il collante deputato alla famigerata stabilità della Siria dopo gli interventi in Iraq? L’efficacia simbolica del linguaggio non si esaurisce nella mera funzione referenziale. In questi casi, le proprietà metacomunicative della lingua esplodono rendendo giustizia al potere del parlante. Un solo effetto: la costruzione sociale della realtà e la presenza di “economie politiche” del sè.