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La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali porterà all’apertura di nuovi, importanti scenari nella geopolitica contemporanea. In tema di politica estera, il rifiuto dell’unipolarismo da parte di Trump non mancherà di produrre effetti dirompenti sugli scenari internazionali. Con Trump, infatti, gli Stati Uniti sembrano essere destinati ad accettare definitivamente il mutato contesto internazionale e ad adeguarsi alle logiche del nascente multipolarismo; in questo quadro, l’America Latina rappresenta sicuramente una delle macro aree in cui sarà più interessante analizzare gli effetti delle politiche del Tycoon. In campagna elettorale, quest’ultimo si è espresso raramente a riguardo del contesto latinoamericano. Tematiche quali le relazioni con la Russia, il futuro della NATO, la guerra alle organizzazioni terroristiche e la contrapposizione con la Cina hanno ricevuto maggiore attenzione mediatica, ma alla luce delle prese di posizione di Trump su determinati argomenti è possibile studiare quali potranno essere gli scenari destinati, realisticamente, a prodursi e quale il futuro delle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi del Centro e Sud America. Al di là delle diverse, discutibili dichiarazioni di Trump sugli immigrati di origine latinoamericana, è bene premettere che nei prossimi anni le relazioni tra l’amministrazione Trump e le comunità ispaniche viventi all’interno degli Stati Uniti viaggeranno su binari indipendenti da quelli sui quali procederanno i rapporti diplomatici tra Washington e le cancellerie latinoamericane, e di conseguenza è opportuno sottolineare come, per l’America Latina, l’elezione di Trump non rappresenti affatto un trauma. Tutti i governanti della regione, da uno stretto alleato degli USA come il colombiano Juan Manuel Santos a un loro strenuo oppositore quale il presidente venezuelano Nicolas Maduro, hanno inviato a Trump messaggi di congratulazioni e felicitazioni per il suo successo. Nella concezione dei popoli e dei governi latinoamericani, la superpotenza statunitense non cambia d’aspetto per l’elezione di un candidato come Trump alla Casa Bianca: troppo duraturi e, al tempo stesso, troppo complessi sono i legami che uniscono le due anime del continente americano per poter ritenere il voto dell’8 novembre un fattore di discontinuità in quanto tale. Trump è destinato ad ereditare una situazione decisamente complicata: gli USA, infatti, si trovano di fronte ad una gamma di relazioni estremamente complessa che le sue politiche future potranno sicuramente influenzare, ma del cui substrato storico dovrà tenere conto per operare efficacemente.

Donald Trump l’Homo Novus della Casa Bianca

Il principale interlocutore regionale di Trump è sicuramente destinato ad essere il Messico: le proposte economiche del tycoon newyorkese, favorevoli a un rilancio della produzione manifatturiera statunitense, lo hanno portato a individuare nella delocalizzazione di numerosi centri di produzione oltre il confine meridionale degli USA un problema da sanare; di conseguenza, Trump si è riproposto di rinegoziare l’accordo di libero scambio con Messico e Canada (North America Free Trade Agreement, NAFTA) al fine di tutelare la futura produzione interna degli Stati Uniti. Dopo l’elezione del nuovo presidente statunitense, il primo ministro canadese Trudeau si è dichiarato disposto a procedere ad una rinegoziazione del NAFTA, mentre il Ministro degli Esteri del Messico, Claudia Ruiz Massieu, più cautamente, si è limitato ad aprirsi alla possibilità di operare discussioni a riguardo. L’interscambio USA-Messico, nel 2015, è stato valutato ammontare complessivamente a circa 520 miliardi di dollari; gli USA rappresentano per il Messico il mercato di sbocco dell’80% delle esportazioni e il centro di provenienza del 49% delle importazioni, e di conseguenza è difficile prevedere che tali vincoli possano allentarsi repentinamente. Trump sicuramente cercherà un approccio pragmatico: la visita compiuta da Trump in Messico due mesi fa, oltre a rappresentare un vero e proprio banco di prova per il futuro compito presidenziale, gli ha consentito di stringere una relazione personale col presidente Peña Nieto e di intavolare discussioni a lungo raggio su importanti scenari nei quali la collaborazione tra USA e Messico appare necessaria. Tra questi, un tema di cui sarà importante analizzare gli sviluppi futuri sarà la guerra al narcotraffico, nel quale una collaborazione intergovernativa nei prossimi anni sarà auspicabile per porre un freno al florido commercio di marijuana e cocaina lungo il confine tra Stati Uniti e Messico.

“Il rapporto bilaterale tra il Messico e gli Stati Uniti non finisce, né comincia con un’elezione – dice oggi Claudia Ruiz Massieu, ministra degli Esteri del Messico 

Tariffe doganali e commerci internazionali saranno all’ordine del giorno anche per quanto concerne i futuri rapporti tra Stati Uniti e Brasile. Il gigante del Sud America, per quanto oggigiorno afflitto da profonde turbolenze economiche, politiche e sociali, rappresenta il principale polo di riferimento dell’area meridionale del continente ed è legato agli USA da relazioni commerciali valutate complessivamente attorno ai 180 miliardi di dollari. L’alta preponderanza di prodotti legati al settore automobilistico, e più specificatamente alla componentistica, all’interno del paniere di esportazioni brasiliane negli Stati Uniti potrebbe causare problemi non di secondo piano se l’amministrazione Trump dovesse stabilire una serie di misure volte a stimolare il rilancio della produzione interna agli USA focalizzandosi sul rilancio della Rust Belt, un tempo cuore della produzione americana di veicoli. Michigan, Winsconsin e Pennsylvania si sono rivelati tre degli Stati chiave che hanno consentito a Trump di staccare Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali, e hanno prestato attentamente ascolto alle istanze del candidato repubblicano in campo economico; è possibile che Trump, al fine di favorire la domanda interna di vetture prodotte negli USA, possa nei prossimi anni essere spinto a imporre dazi protezionistici sulle componenti o le vetture finite provenienti dal Brasile, causando un danno alle esportazioni della potenza sudamericana. Si tratta di ipotesi, chiaramente, che prefigurano uno scenario futuro per la cui completezza bisogna tenere anche in considerazione il ruolo pivotale che il Brasile ricopre nell’area latinoamericana e l’importanza della sua relazione economico-politica con la Cina. Tali elementi, la cui valutazione da parte americana è stata molto superficiale in passato. I futuri responsabili del Dipartimento di Stato di Washington dovranno analizzarli attentamente: per accettare pienamente il sistema multipolare, gli USA non possono infatti permettersi passi falsi con uno dei suoi principali rappresentanti.

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“#Cuba Vestita del colore ufficiale dei repubblicani, cronista ufficiale parla del trionfo di Trump”

Il terzo, importante “fronte” diplomatico tra USA e America Latina sarà sicuramente Cuba. Le immagini della TV di Stato di L’Avana, nella giornata di mercoledì, hanno riproposto a più riprese la foto della giornalista assegnata al commento ufficiale delle elezioni statunitensi presentarsi in diretta TV vestita con un abito rosso acceso, di un rosso che la giornalista cubana Yoani Sanchez ha definito “repubblicano” in un post su Twitter. L’abito della cronista può essere interpretato come la metafora della buona volontà del governo di Raul Castro, disposto a procedere sulla strada tracciata verso il completo ristabilimento di piene relazioni tra Washington e L’Avana dopo la recente, storica apertura diplomatica bilaterale. Trump si è detto a più riprese, nel corso della campagna elettorale, critico dell’apertura di Obama a Cuba e della road map che ha portato all’incontro tra il Presidente USA e Castro lo scorso 21 marzo. Le motivazioni che hanno spinto Trump a porsi su posizioni critiche nei confronti dell’apertura a Cuba possono essere connesse alla necessità di accaparrarsi il sostegno di un’importante fascia elettorale all’interno della comunità latina degli USA, ovverosia quella su cui faceva maggiore affidamento il suo avversario alle primarie Marco Rubio, che dopo il suo ritiro aveva annunciato l’endorsement alla candidatura del miliardario newyorkese. L’evoluzione diplomatica dei rapporti USA-Cuba potrebbe, di conseguenza, essere stata influenzata dalla volontà di Trump di fare breccia tra i “cubani di Miami”, categoria potenzialmente decisiva in una Florida contesa all’ultimo voto nella maggior parte delle corse presidenziali, e che in quest’ultima tornata non ha assolutamente fatto eccezione. Non appena insediato, Trump dovrà provvedere a chiarificare adeguatamente la sua posizione riguardo Cuba, nel frattempo, non sembra essere una coincidenza l’annuncio di una serie di esercitazioni militari, che saranno condotte dal 16 al 20 novembre, da parte delle forze armate di L’Avana. Superate le contingenze elettorali, le prese di posizione tattiche e le dichiarazioni d’intenti, per Trump giungerà presto il tempo di amministrare: in area latinoamericana, le sfide che si porranno di fronte agli USA saranno notevoli, mentre numerose questioni attendono di essere risolte in maniera adeguata. La grande sfida per Trump sarà riuscire ad apparire, agli occhi delle nazioni che hanno sperimentato la dottrina Monroe e il Washington Consensus, come il portavoce di un’America diversa. Per far ciò, sarà imperativo per lui stabilire una linea di condotta che non porti gli interlocutori latinoamericani a ipotizzare di ritrovarsi di fronte all’ennesima riproposizione delle politiche dell’America “imperiale”.