Archiviato il Super Tuesday, si può tracciare un primo bilancio della corsa alle nomination in vista delle elezioni presidenziali americane di novembre. Il voto dell’1 marzo, coinvolgente dodici Stati tanto in campo repubblicano quanto in area democratica, ha rappresentato la singola tappa più tortuosa nel processo di definizione degli sfidanti delle presidenziali ma non esaurisce affatto questo processo. I risultati ottenuti dai candidati hanno perlomeno permesso di diradare alcuni dubbi e di individuare due chiari favoriti per il successo finale nella contesa interpartitica, che da qua in avanti proseguiranno le loro campagne elettorali investiti dell’ambito quanto scomodo titolo di frontrunner del proprio schieramento: Hillary Clinton e Donald Trump. E se nel Partito Democratico la buona tenuta di Sanders sembra prefigurare un futuro innesto di alcune delle vedute del senatore del Vermont in un eventuale candidatura Clinton per la Casa Bianca, tra repubblicani il ciclone Trump non sembra volersi arrestare.

L’elettorato repubblicano fortemente conservatore di Stati quali Virginia, Alabama, Arkansas, Texas e Tennessee ha premiato la linea politica del magnate newyorkese, che tuttavia è riuscito a imporsi anche laddove l’esito non sembrava affatto scontato, come ad esempio in Massachusetts. Da fenomeno reputato come folkloristico, la candidatura di Trump sta acquisendo sempre maggiore concretezza anche per le enormi difficoltà riscontrate dai suoi avversari nel tentativo di arginarlo. Cruz, che ha conquistato il “suo” Texas, la confinante Oklahoma e, di strettissima misura, la remota Alaska, sta continuamente evidenziando fortissimi limiti nella comunicazione e nella pubblicizzazione delle sue idee. Il principale problema del senatore texano, la mancanza di uno zoccolo duro di votanti riferibili a un determinato gruppo politico, etnico o sociale che funga da base trasversale per un successivo incremento del consenso, è proprio figlio delle sue scarse doti comunicative: tra le fasce maggiormente conservatrici dell’elettorato repubblicano, infatti, la maggiore visibilità di Trump e l’abilità con cui questi riesce a ridicolizzare le prese di posizione dei concorrenti sviliscono nettamente i tentativi di Cruz di far breccia, e d’altro canto l’elettorato latinoamericano, su cui contava fortemente per contrastare Trump, ha in questi ultimi mesi preferito apertamente virare sul Partito Democratico.

Nonostante tutte le sue incertezze, solo momentaneamente attutite dall’exploit conseguito nel caucus della piccola Iowa all’esordio delle primarie, Cruz appare ancora come lo sfidante principale di Donald Trump tra quelli rimasti in campo, dato che Marco Rubio rimane ampiamente distanziato, John Kasich è ridotto a una sostanziale irrilevanza e Ben Carson ha gettato la spugna dopo aver tentato inutilmente un estremo tentativo di inserimento nella contesa repubblicana. Senza prospettive appare in particolar modo la corsa del senatore della Florida, che aveva ricevuto negli ultimi giorni diverse sponsorizzazioni di peso: su Rubio, infatti, erano virati i rappresentanti della tradizionale élite del Grand Old Party, decisi a tutti i costi a non abbandonare la nave nonostante il continuo screditamento vissuto dal loro schieramento politico e certificato in un primo momento dalla brusca e ingloriosa fine della corsa alla Casa Bianca di Jeb Bush.

La contrapposizione tra i potenziali antagonisti, che non sono riusciti sinora a opporgli un fronte unico, e la natura stessa dell’elettorato che ne sta supportando la campagna elettorale sono due ulteriori punti di forza di cui Trump appare pienamente cosciente, e che sinora sta sfruttando a suo vantaggio. Nonostante stiano piovendo in queste ultime ore pesanti accuse su Trump da parte di molti membri del suo stesso partito, che lo accusano di essere un fattore di divisione, la causa della frattura insanabile che si sta via via aprendo tra le diverse anime del Partito Repubblicano, di fatto l’ascesa del miliardario newyorkese può essere vista come un effetto di questa situazione ancor prima che una sua causa scatenante. Da anni, infatti, il Partito Repubblicano ondeggia tra volontà tradizionaliste, pulsioni ultraconservatrici, linee favorevoli a un ripensamento completo del ruolo del Grand Old Party nella società americana (attualmente fortemente indebolite) e movimenti non incanalabili in una corrente ben definita ma caratterizzati da una forte tendenza identitaria quali il Tea Party. Divisioni acuitesi a partire dalla fallimentare campagna presidenziale di Mitt Romney nel 2012, che hanno indebolito fortemente la coesione di una formazione che si è trovata nella paradossale situazione di possedere il controllo sulle due camere parlamentari statunitensi ma di mancare di coerenza interna e vedute chiare. Questa situazione ha progressivamente alimentato una forte sfiducia da parte della base elettorale, specialmente non interna al partito, progressivamente decisasi a contestare in maniera accorata i vertici repubblicani e la loro condotta, definita ora troppo morbida ora incoerente con lo spirito conservatore.

La discesa in campo di Trump è stata in questo contesto la scintilla che ha acceso un’ulteriore fiammata di contestazione, portando una consistente quota di elettori repubblicani su posizioni decisamente ultraconservatrici e all’identificazione di Trump con il leader carismatico che serviva per rilanciare le ambizioni del Grand Old Party. Mentre Trump vedeva la sua candidatura acquisire una concretezza sempre maggiore alla luce della popolarità sempre crescente conseguita soprattutto sulla cresta dell’onda della curiosità mediatica per il “fenomeno Trump”, diversi esponenti del Partito Repubblicano, alcuni dei quali inizialmente molto scettici sulle sue reali prospettive se non suoi strenui oppositori, hanno iniziato ad accordargli il loro sostegno. Donald Trump ha così incassato inizialmente l’appoggio di Sarah Palin, assieme a quello di una consistente percentuale degli aderenti al Tea Party, a cui nelle prime ore dopo il suo importante risultato nel Super Tuesday si sono uniti anche i governatori del New Jersey e del Maine Chris Christie e Paul LePage e il senatore dell’Alabama Jeff Session. L’ottenimento di questi sostegni ha portato Trump a definire sé stesso, nel discorso celebrativo dopo il risultato notevole di martedì, un fattore di unione: di fatto, attorno a Trump si sono saldate le ali “contestatrici” del fronte conservatore, uno schieramento asimmetrico facente perno su una base extrapartitica ma nello stesso tempo suscettibile di espandersi sempre di più tra le varie correnti del Grand Old Party.

Il connubio inatteso tra elementi così diversi del panorama politico USA potrebbe da un lato produrre un nuovo inasprimento della frattura con i conservatori più tradizionalisti e dall’altro saldare questi ultimi tra di loro nel tentativo di ricercare un nome comune da opporre a Trump. Tale nome non potrebbe essere quello di Ted Cruz per i motivi sopra citati, ma potrebbe probabilmente corrispondere a quello di un politico navigato come l’ex sindaco di New York Bloomberg, dichiaratosi nelle ultime settimane interessato a una possibile candidatura come indipendente. La resa dei conti definitiva tra i repubblicani avverrà nel decisivo congresso di luglio, che dovrà indicare una volta per tutte il nome da presentare alla contesa elettorale di novembre ma che potrebbe anche essere l’occasione per certificare la definitiva e insanabile rottura tra le diverse anime del partito, destinate nei prossimi mesi a polarizzarsi attorno alla figura di Trump, che appare ora più che mai l’uomo da battere nei prossimi caucus. Nel frattempo la convulsa dinamica delle correnti e dei loro esponenti perennemente in lotta tra loro per la supremazia continua ininterrotta, e qualsiasi tema scottante contribuisce a esacerbare una contesa che, sul lungo termine, rischia di pregiudicare le prospettive del Partito Repubblicano di vedere un proprio esponente eletto alla Casa Bianca.