Donald Trump, il celeberrimo miliardario in corsa per le primarie repubblicane, mantiene un invidiabile distacco dai suoi avversari; le sue uscite provocatorie e anti-establishment, le sue dichiarazioni nemmeno troppo velatamente razziste e sessiste e le polemiche con Mc Cain e altri esponenti del suo stesso schieramento iniziano a fare breccia nell’elettorato. Trump parla alla pancia dell’America e questa lo ascolta perché evidentemente è vuota e stufa delle mirabolanti narrazioni obamiane. L’irriverente immobiliarista – che si è appropriato dello slogan di Regan “Let’s Make America Great Again” semplicemente levando let’s – ha recentemente pubblicato il suo piano anti-immigrazione, dove spiega dettagliatamente come intende agire per bloccare l’invasione di chicanos. Vuole costruire un nuovo e imponente muro al confine, tale da far impallidire quello attuale e facendolo però pagare ai messicani. I suoi “strumenti di pressione” sul vicino meridionale includono l’aumento del costo dei visti rilasciati per affari, per gli stessi diplomatici (minacciando di revocarli del tutto) e per i lavoratori che fanno parte del NAFTA; l’introduzione di nuovi dazi per i porti o per i punti d’accesso agi Stati Uniti; infine c’è sempre la minaccia di tagliare gli aiuti che il Governo Federale stanzia.

Il suo pamphlet parte da tre chiare e semplici considerazioni: “una nazione che non ha confini non è una nazione”; “una nazione senza legge non è una nazione” e “una nazione che non fa gli interessi dei propri cittadini non è una nazione”. Una riflessione che, se non fosse così spesso disattesa proprio da coloro che ci governano, sarebbe francamente scontata e banale. Trump ribadisce con forza che le scellerate politiche delle precedenti amministrazioni – e in particolare quella sull’immigrazione di Obama – hanno portato la classe media nel baratro e, dato che questa è sempre stata la vera forza del Paese, l’equazione è presto fatta. Snocciola dati allarmanti che sono taciuti nella descrizione del “sogno obamiano”: il 40% dei teenager afroamericani disoccupati, il 30% dei loro coetanei ispanici; il crollo del tasso di occupazione dei neri senza diploma passato dal 70% al 40%. Gli immigrati portano via il lavoro agli americani, abbassano i salari e pesano sul bilancio statale per il welfare; inoltre spesso sono violenti e affollano le carceri. Così propone di farli scontare la pena al proprio Paese, di introdurre un reato di clandestinità per tutti coloro che vengono trovati senza un visto e di revocare lo ius soli per i nascituri da genitori irregolari. Sostanzialmente un “Salvini for President” inviso sia ai democratici, che agli esponenti più political-correct del partito dell’Elefantino. Eppure il vantaggio che mantiene nei confronti degli altri candidati è indiscutibile – più del doppio rispetto a Jeb Bush – e sono proprio sulle sue posizioni che ormai anche gli altri sfidanti si sono immediatamente appiattiti.

Trump con le sue uscite dirette e senza mezzi termini domina sui media e fa passare in secondo piano la sua totale inesperienza politica o la mancanza di una precisa visione su argomenti d’interesse nazionale; al contempo però si presenta come un uomo di successo slegato da lobbies e minaccia di usare un miliardo dei suoi dollari per la sua campagna elettorale nel caso perda le primarie, proseguendo da solo per la sua strada come candidato indipendente. Basterà questo per battere la Clinton? Probabilmente no, anche perché inimicandosi gli ispanici può scordarsi di vincere in Stati come il New Mexico, la Florida o il Colorado. Dall’estero molti osservano incuriositi la deriva “populista” che queste elezioni sembrano avere anche se, come ha risposto da Mosca Lavrov a una domanda su quale candidato preferirebbe diventasse presidente: “storicamente c’è sempre stata maggiore sintonia con presidenti repubblicani ma, francamente, che sia l’uno o l’altra cambia poco”. Come dire: non c’è nulla di buono da aspettarsi l’anno prossimo.