È un magma sempre più ribollente la società francese, scossa da settimane oramai dalla mobilitazione nazionale contro la Loi Travail, la riforma del lavoro varata dal presidente Hollande, dal primo ministro Valls e dal ministro competente Myriam El Khomri. La contestazione della riforma dimostra l’impopolarità che attanaglia l’esecutivo, nonché la palese scoperta della sua fondamentale incoerenza, dato che nuovamente è un governo di presunta sinistra a farsi alfiere della sottrazione di diritti ai lavoratori e della demolizione delle residue garanzie di tutela, nonché a condurre un gioco spudoratamente favorevole agli interessi dei grandi gruppi industriali riuniti nella Medef, la Confindustria francese. Le dimensioni assunte dall’ondata di scioperi sono oramai ragguardevoli, e l’agitazione continua a interessare gli impiegati di settori strategici come il trasporto ferroviario, la raffinazione e le centrali nucleari. L’imminente inizio degli Europei di calcio catalizza sempre maggiori attenzioni sulla Francia, facendo sì che l’effetto comunicativo delle proteste sia amplificato dall’accavallarsi dell’evento con la delicata situazione sociale che il paese sta vivendo. La protesta contro la riforma del lavoro, impressionante se confrontata con la generale genuflessione di buona parte delle categorie lese all’approvazione del catastrofico Jobs Act in Italia, rappresenta tuttavia solamente la manifestazione più evidente e voluminosa di un fermento sociale che cova da diversi anni all’interno della società francese, e che si sta manifestando particolarmente a partire dall’elezione all’Eliseo di François Hollande, eletto per gestire e risolvere le numerose crisi apertesi durante la presidenza di Sarkozy ma incapace nel corso del suo mandato di garantire una leadership autorevole e di garantire alla Francia il necessario rinnovamento.  

La Francia si trova in questi anni in una contingenza storica delicatissima. In primo luogo, dopo decenni in cui il paese sembrava capace di restare in scia alla Germania e di poter stabilire una sorta di codominio de facto sul timone dell’Unione Europea, a partire dal 2012 la crisi economica ha decisamente ridimensionato le prospettive di un paese oggi afflitto dall’aumento del suo debito pubblico e da un numero di disoccupati impressionante, quasi 3,6 milioni di persone per un tasso pari al 10,4%. Inoltre, la Francia ha recentemente visto la sua politica estera autonoma compromessa dalle scelte delle ultime due amministrazioni, che hanno deciso di ribaltare una linea impostata da Charles De Gaulle al momento della nascita della Quinta Repubblica e improntata sulla capacità del paese di destreggiarsi nello scacchiere internazionale. Le sagge decisioni prese da Jaques Chirac nel 2003 in controtendenza rispetto alla maggior parte delle nazioni europee accodatesi per applaudire e sostenere l’invasione statunitense dell’Iraq hanno lasciato spazio alle traballanti e molto spesso incomprensibili strategie di Sarkozy e Hollande. Il rientro delle forze armate francesi nei quadri NATO, l’interventismo di Sarkozy nello scenario libico culminato nell’attacco a Gheddafi e, in seguito, le numerose azioni militari e il dispiegamento di contingenti nelle ex colonie dell’Africa Centrale non sono stati sviluppati come componenti di una strategia generale, ma hanno rappresentato le confuse scelte di esecutivi incerti e impreparati sulle questioni internazionali, il cui risultato è stata la recrudescenza dell’astio del fondamentalismo terrorista verso la Francia. Tra le cause principali delle stragi di Charile Hebdo e del Bataclan infatti annoverate le scriteriate decisioni che hanno contraddistinto negli ultimi dieci anni la politica estera della Francia, divenuta obiettivo primario dopo le continue ingerenze nello scacchiere siriano degli ultimi due anni. In questo contesto, sul fronte interno la Francia sta vivendo la crisi del modello multiculturale, scopre la vulnerabilità del tessuto sociale e la sua assenza di difese contro le lacerazioni della disuguaglianza e della povertà sempre crescente. 

L’ebollizione sempre crescente della società è dovuta dunque a un’ampia gamma di motivi, e ad essere al centro del mirino da mesi è la figura stessa del presidente Hollande, che con lo strappo sulla riforma del lavoro rischia di vedere pregiudicate una volta per tutte le sue già flebili speranze di riconferma nelle elezioni presidenziali del 2017. Hollande paga luogo le numerose miopie che hanno contraddistinto la sua marcia, ma soprattutto l’incapacità di trasmettere ai francesi sicurezza e serenità, pecca gravissima in un contesto politico che ha visto in passato l’elettorato premiare con la riconferma solo quei presidenti dimostratisi decisi e autorevoli, capaci di imprimere sulle politiche delle amministrazioni da loro presiedute il segno delle loro forti personalità: De Gaulle, Mitterrand e Chirac. Hollande arriva invece col fiato corto, senza veri e propri risultati concreti da esibire a sua difesa e al termine di un quinquennio che ha visto l’ex Segretario del Partito Socialista troppo spesso in balia degli eventi e, nei periodi di difficoltà, spinto a reagire in maniera impulsiva pur di trasmettere una pur vacua apparenza di autorevolezza. La modalità con cui Hollande ha imposto la riforma del lavoro col supporto del premier Valls ne è un lampante esempio, e questo di certo non porterà un leader già in crisi di consensi ad acquisire crediti per la riconferma. Inoltre, il completo svuotamento ideologico delle posizioni più tradizionali del Partito Socialista compiuto da Hollande con il suo abbraccio mortale col neoliberismo più sfrenato e l’atlantismo in campo geopolitico ha di fatto reso la sua formazione un corpo senz’anima, incapace di svolgere un ruolo dialettico attivo nel sistema partitico francese. Il tradizionale bacino di voti del Partito Socialista è passato in larga misura nel corpo elettorale del Front National di Marine Le Pen, che sta conoscendo una forte ascesa ed è accreditato come primo partito al primo turno delle prossime, cruciali elezioni presidenziali. 

Il suicidio dei socialisti fa anche il gioco della formazione di Alain Juppè e Nicolas Sarkozy, il partito erede della storica UMP e denominato Les Républicains, che grazie al tracollo della controparte e alle dinamiche connesse allo sfascio del sistema bipartitico è riuscita a porsi agli occhi dell’opinione pubblica come l’unica vera alternativa “istituzionale” concreta al Front National e a beneficiare dell’appoggio forzato del Partito Socialista alle elezioni regionali di dicembre, dove in numerosi casi nei secondi turni elettorali i candidati socialisti decisero di ritirarsi per far convergere i propri consensi sui repubblicani e prevenire l’elezione di governatori lepenisti. Nei fatti, uno scenario del genere potrebbe essere ipotizzabile anche per la corsa all’Eliseo del prossimo anno, dato che proprio la Le Pen e il suo sfidante repubblicano potrebbero essere i potenziali protagonisti del ballottaggio presidenziale, sebbene mese dopo mese il Front National non faccia altro che accrescere i propri consensi anche grazie ad alcune scelte politicamente accurate, il cui effetto è stato amplificato dalla contemporanea inerzia degli altri schieramenti.

Possono i dirigenti socialisti lamentarsi per la progressiva emorragia di consensi in un contesto che vede una formazione storicamente di destra radicale provvedere a inserire nel suo programma temi tradizionalmente importanti per i tipici elettori di sinistra, soprattutto in campo economico, se a questa scelta essi hanno deciso coscientemente di rispondere nella maniera più antitetica, come dimostrato dalla recente riforma del lavoro? Sicuramente no, anzi oggi come oggi la previsione di una rielezione di Hollande al ballottaggio nel 2017 fatta da Michel Hollebecq in “Sottomissione” appare quantomeno irrealistica. 

La Francia vive mesi decisivi per conoscere il suo futuro. L’elezione presidenziale del 2017 stabilirà quali saranno prospettive e destini futuri per la nazione negli anni a venire, e potrebbero avere conseguenze macroscopiche anche sul resto d’Europa. La turbolenta situazione interna al paese rappresenta l’ennesima prova che la Francia si trova ad affrontare negli ultimi mesi; le sfide della disuguaglianza economica e della disoccupazione necessitano di risposte immediate, e sino ad oggi il governo Hollande non ha messo in campo le strategie ottimali per affrontarle. Mentre i consensi del governo calano a picco, un paese in subbuglio dimostra un grado di fermento sconosciuto in altre parti d’Europa, Italia compresa. E non bisogna mai dimenticare che storicamente la Francia funge da avanguardia politica ed ideologica per il resto d’Europa: le schermaglie preliminari e il coinvolgimento sempre più vasto nell’agone politico di settori considerevoli della cittadinanza lasciano intuire che quella del 2017 sarà una contesa presidenziale da seguire in maniera capillare per conoscere, in un certo senso, quale sarà anche il nostro futuro.