Il presidente della Transnistria, Yevgeny Shevchuk, ha annunciato ufficialmente che sta preparando un decreto per l’annessione della piccola repubblica secessionista alla Russia. Il suo esecutivo ha annunciato che entro novembre verrà costituita una speciale commissione che ne fissi le tempistiche e organizzi un’armonizzazione della legislazione con quella della Federazione Russa. L’obiettivo è di ribadire il risultato del referendum del 17 Settembre 2006 – mai riconosciuto – dove il 97,2% dei cittadini aveva dimostrato la volontà di unirsi a Mosca.

La travagliata storia della repubblica secessionista inizia più di vent’anni fa e rimane un nodo insoluto che si trascina fin dalla caduta del comunismo. La piccola enclave, staccatasi con le armi dalla Repubblica Moldava, cerca ancora una difficile collocazione nello spazio ex-sovietico, mentre l’associazione di Chisinau con l’Unione Europea e il suo avvicinamento alla Nato, non hanno fatto che inasprire il confronto. La recente decisione dell’Ucraina di bloccare le merci in transito per via ferroviaria verso la Transnistria ha aggravato l’approviggionamento di risorse della regione – dove si trovano anche le forze di interposizione russe –  mettendo in grave difficoltà il governo di Tiraspol. Non saziata dalle limitazioni economiche Kiev ha imposto forti restrizioni anche sull’ingresso nel Paese degli uomini tra i 16 e i 65 anni, aggravando la crisi che attanaglia l’enclave stretta tra la riva destra del Dnestr e il confine ucraino. L’economia della piccola repubblica vive grazie a sovvenzioni russe eppure ha rinnovato il trattato ATP (Autonomous Trade Partnership) con l’Unione Europea verso cui esporta la maggioranza delle sue merci. Anche un suo eventuale rientro nella Repubblica Moldava obbligherebbe il governo di Chisinau a saldare le forniture gratuite di gas che Mosca le ha fornito in tutti questi anni, le quali rappresentano un debito di svariati miliardi con il Cremlino. Questo in parte spiega perché l’anomala situazione della Transnistria si trascini dal 1994 e il processo di pace non abbia mai fatto alcun passo avanti. Il format diplomatico delle trattative – che oltre a comprendere la Moldavia, la Transnistria e la Russia, include anche la UE e gli Stati Uniti – è rimasto immobilizzato. Come spesso accade in diversi Paesi dell’orbita ex-sovietica dove le migrazioni obbligate e i confini amministrativi arbitrari hanno lasciato ampie minoranze russofone al di fuori dei confini della madrepatria, anche la maggioranza dei cittadini della Transnistria hanno il passaporto russo, come anche una grande parte dei cittadini moldavi.

Come nel Donbass, Mosca si ritrova a dover gestire l’ennesima scelta difficile: da una parte la decisione di riconoscere il referendum, quindi la conseguente annessione dei territori della Transnistria, che accrescerebbe la propaganda occidentale sulla volontà di espansionismo russo, principale causa delle sanzioni commerciali rivolte contro la Federazione; mentre dall’altra vorrebbe dire ignorare la volontà di migliaia di russi che vogliono ricongiungersi con la madrepatria, scelta che potrebbe rivelarsi controproducente nell’anno delle elezioni. A fronte degli scenari geopolitici che complicano la vita del Cremlino è probabile che quest’ultimo faccia pressioni su Shevchuk perché ritiri la proposta e si limiti ad aderire all’Unione Euroasiatica, creando così un insolito precedente di una doppia unione doganale.